| Questo documento contiene moltissime interviste tratte nel corso della carriera di Francesco De Gregori. Vista la mole delle informazioni contenute, si consiglia di salvare la pagina e di leggerla con calma. Si ringrazia Mimmo Rapisarda per la meticolosità e cura con cui ha raccolto questo materiale. |
Francesco De Gregori : senza trucchi
di Isio Saba - 6 gennaio 1975
"Ciao Francesco, come stai…(ecc)… quando possiamo vederci per scambiare quattro chiacchiere?" Dall'altra parte del telefono: "Ci vediamo come al solito domenica pomeriggio al Folkstudio, va bene?". Dopo vari tentativi, finalmente riesco a …rincontrare Francesco De Gregori! In realtà ci conosciamo da diversi anni e ci incontriamo abbastanza spesso, solo che per entrambi, sembrava strano il doversi vedere per motivi professionali: lui artista ed io intervistatore… cercavamo di evitare il confronto.
"Sai tutto di me, che cosa vuoi saper di più?"; gli rispondo che semplicemente mi interessa parlare un po' del suo ultimo disco, quello che ha appena terminato di registrare: così cominciamo a chiacchierare, appollaiati sugli sgabelli del bar del Folkstudio, mentre nella saletta uno dei giovani canta. Tutte le domeniche pomeriggio c'è un "happening" di giovani, per lo più cantautori, che approdano alla pedana del Folkstudio prendendo contatto per la prima volta con il pubblico: ognuno di essi è seguito da qualche amico e così la platea è benignamente predisposta ad accogliere questi nuovi poeti. Si presentano tutti simili, tematiche ricorrenti stili e musiche vicine a quelle dei cantautori più impegnati dell'ultimo decennio ( da Dylan a Cohen, da De André a Gaber, da Venditti a De Gregori…!).
Dopo il Folkstudio, questi giovani ritornano alle loro esperienze quotidiane, semplicemente così come sono arrivati: qualcuno diventa popolare, nel senso che la sua fama supera i confini di Trastevere e di Roma e che incide un disco, comunque rimane ancorato alla pedana e agli amici di via Sacchi.
Quelli che vengono per la prima volta, si rendono conto che Francesco o Antonello sono come Mimmo, Mario, Giorgio, Giovanna e altri: con loro si parla da pari a pari e il divismo non esiste per nessun motivo. Anzi, in questo momento io sono il giornalista… e sono io ad essere imbarazzato: vorrei nascondere il taccuino (mi sento ridicolo), ma devo continuare perché intorno a noi ci sono amici che ascoltano incuriositi l'intervista, e sorridono un po' sarcastici… Passa un "nuovo", si dirige verso la pedana per proporre le sue canzoni. Francesco lo ferma e mi dice: "Perché non intervisti lui, sarebbe una alternativa valida., son sicuro che le sue sensazioni e le sue opinioni sono valide almeno quanto le mie".
Prendo lo spunto per chiedergli se essere intervistato gli dà fastidio, e se questo è il motivo per cui l'abbiamo notato un po' in disparte nella recente apparizione televisiva insieme ai cantautori.
"Credo che sia più sincero cantare e basta… quando ci sono delle limitazioni su quello che si vuol dire. Non mi presto a costruire il bravo ragazzo che compone e soffre per la sua incomunicabilità e cose simili, quando poi la realtà è ben altra. Cerco semplicemente di non diventare il personaggio voluto dagli altri, quello atto ad esser meglio consumato dal pubblico".
Continuando, appare chiaro che Francesco non vuole con questo darsi una controetichetta, ma gli interessa non creare confusioni sulla sua persona.
"Non sono contro il sistema, sono contro un "tipo di sistema" , contro strumentalizzazioni che appiattiscono e riducono; capellone uguale contestazione e violenza è un esempio tipico (fra tanti) di certe riduzioni".
Vien fuori pian piano un Francesco vero, uno che non rifiuta di cantare in una manifestazione politica o in un Cral, in una delle tipiche belere emiliane o in una rassegna a San remo.
"E' un'esperienza reale e positiva ovunque, finchè mi si dà la possibilità di dire compiutamente le cose che sento".
Cosa sente Francesco in questo momento e che c'è di diverso da quello conosciuto alcuni anni fa? Lui cerca sempre di non autodefinirsi, lascia che gli altri colgano le eventuali novità, comunque infine laconicamente dice: "Forse sono un po' nuovo, più moderno e meno decadente. C'è anche una diversità musicale rispetto alle prime esperienze, ma soprattutto una nuova impostazione nella stesura dei testi. Sto abbandonando un certo tipo di linguaggio intellettualistico ed… ermeticamente poetico, per cercare di essere più semplice e immediato".
Francesco mi aveva invitato, precedentemente, in sala d'incisione, così mi son reso conto di come le sue canzoni prendano corpo. Gli arrangiamenti musicali sono i suoi, ma lascia spazio anche agli strumentisti; oltre agli accompagnatori di studio, sono intervenuti amici come Schiano (al sassofono) e Della Grotta (al basso).
Due interventi jazzistici nel disco di De Gregori?
"Principalmente si tratta dell'apporto di due amici che mi capiscono e poi l'originalità in questo tipo di musica è relativa ed i suggerimenti validi possono venire da molti lati differenti".
Chiacchierando, cerco di stuzzicare Francesco con domande di vario genere, indagando sulle sue opinioni e valutazioni sui colleghi cantautori italiani e stranieri; lui cerca di non sbottonarsi, ritiene non si debbano far confronti e lascia al pubblico le decisioni e le scelte, comunque… "Cohen mi sembra un po' superato, mentre Dylan è ancora validissimo, nonostante tutto…! In Italia un grosso esempio da seguire è Lucio Dalla, che ha un'impostazione efficace ed attuale; c'è anche qualche giovane interessante, e poi alcune cose da risentire, buone ma passate".
Avevamo iniziato con la scusa del suo nuovo disco che dovrebbe uscire a gennaio, e ne riparliamo adesso alla fine. "Non c'è niente da capire" è il titolo di una canzone di Francesco, ma è anche il modo con cui lui imposta se stesso: è tutto talmente semplice ed evidente, che solo chi non vuol capire ha bisogno di ulteriori spiegazioni.
Il titolo del nuovo LP sarà "RIMMEL". "Sì, come il trucco che usano le ragazze, quello per gli occhi…! Rimmel nel senso di trucco, di qualcosa di artefatto, ma questo disco è fatto per smascherarli, per metterli in evidenza. Almeno queste sono le intenzioni".
Francesco De Gregori comunque va al di là e cerca di svelare i trucchi e le falsificazioni di qualsiasi tipo e livello: libero e aperto, si preoccupa principalmente di essere vero (anche se talvolta questo è scomodo) per fare in modo che le apparenze siano uguali alla realtà. Non è un censore, né un fustigatore di costumi, ma uno che sente quello che canta. Forse non è un personaggio sul quale costruire delle storie: è uno che, uscendo dal Folkstudio, ti prende sottobraccio e sorridendo insiste sul tasto dell' "intervista" … "Che cosa vuoi sapere della mia vita privata, t'interessa conoscere i miei amori…?".
Logicamente parliamo di queste… ed altre cose, ma l'intervista ormai è terminata il "notes" in tasca non riesce a prendere certe confidenze e non è proprio il caso di creare "un personaggio" mentre ci dirigiamo a bere qualche bicchiere di vino; dopo la bevuta, certe cose si dimenticano..!
Isio Saba
De Gregori non è nobel, è rimmel
di Giaime Pintor (1975)
S'impone un'autocritica e delle scuse: terminando il mio articolo sullo scorso numero (di Muzak N.d.R.) ho paragonato De Gregori, cantautore romano, con Eugenio Montale, poeta-senatore. Ora è vero che Montale ha vinto il Nobel e che tale premio è paragonabile, per le soddisfazioni morali e materiali, alla vendita di mezzo milione di copie di un disco, ma questo non basta a un paragone che regga. Autocritica dunque per la facile battuta. E scuse al poeta-senatore-nobel e non al cantante-romano-rimmel. Rimmel è l'ultimo disco di De Gregori, e certamente il più venduto e più apprezzato dal pubblico. Di questo disco mi occuperò, disco che mi sembra può essere considerato il manifesto della poetica anni '60 impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi e barocchetti con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese (Elton John e fratelli) e qualcosa d'altro (folklorismo da banane in testa, Dylan e Cohen guardati con occhio miope quasi cieco, De Andrè incoerente, Gian Pieretti, Gianni Meccia e persino Nico fidenco…), e su questo tessuto povero-povero egli appoggia pesantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa nei suoi vestiti più kitsch.
Non dirò altro sulla musica, anche perché sono snob e le canzonette non mi sono mai piaciute. Più interessante è invece un'analisi un po' più attenta dei testi e dell'orizzonte "culturale" nel quale il canto degregoriano si muove. In Rimmel la metafora è presa a sé, non collocata all'interno di un discorso "logico", così come teorizza l'ermetismo pre-bellico, da Ungaretti a Quasimodo: vorrei dire, anzi, che i nessi logici sono evitati in toto, fino ad arrivare alla contraddizione fra alcune metafore più leggibili di altre. Così in Rimmel, la prima canzone del disco, sembra di leggere le storia tipica delle canzonette di un amore finito. E mentre lui cancella "il tuo nome dalla mia facciata", lei è espressamente autorizzata a "spedire le sue labbra a nuovo indirizzo" (cioè, si evince, ad andare con un altro uomo, a soffrire i suoi baci, "le labbra", ad altri) e, subito dopo, a "sovrapporre la faccia a quella di chissà chi altro" (cioè a baciare quell'altro continuando a pensare a "lui"). Se il nesso logico, fra la " spedizione delle labbra" e la "sovrapposizione della faccia" è questo che abbiamo interpretato, allora salta tutta la interpretazione della canzonetta come "amore finito". E invece no, perché tra metafore incomprensibili, c'è una storia di una fotografia zeppa di particolari (sorridevi e non guardavi, il vento che ti passava nel collo di volpe ecc.)che lei dice essere l'unica cosa che lui possiede di lei stessa, dunque amore finito, almeno sembra.
La metafora dunque è puro gioco delle parole, dunque non più metafora né, tantomeno, allegoria, ma in qualche modo evocazione, intuizione lirica, , suono che in qualche modo rimanda: e quasi sempre rimanda ad amori sofferti, ma non sempre. E' indubbio infatti che c'è un tentativo di introdurre concetti politici o comunque spaccati di vita non esaurita nelle stanche storie d'amore. E qui (in questo senso fa testo la canzone Pablo) c'è un'evidente contraddizione (doppia, fra l'altro) fra ermetismo e pratica, fra teoria dell'evocazione senza storia (propria della corrente ermetica) e riferimenti storico-concreti.
Noi non siamo per il realismo, ma non è un caso da sottovalutare (senza cadere nel peggior crocianerismo) che la fortuna dell'ermetismo dati anni '30-'40, e cioè si collochi programmaticamente come isolamento dal fascismo, isolamento nell'attività pubblica e nella poesia come risposta "privatistica" alla retorica mussoliniana. Ma doppia contraddizione perché una poetica ermetica, dell'intuizione lirica, è una poetica tendenzialmente idealista, dunque di destra, arretrata negli anni '70, dunque incapace di rispecchiare tensioni, di farsi portatrici di valori positivi e rivoluzionari. [….]
Pablo, abbiamo detto: è una canzone che narrala storia di un emigrante spagnolo in Svizzera che muore sul lavoro (sembra di capire) "caduto per caso" (ma dovrebbe esserci ironia, spero) con il ritornello finale "hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo". Un elemento è soprattutto irritante in questa che dovrebbe essere la canzone più lontana dall'ottimismo decadentista del resto del disco: ed è l'esotismo e il tono pastorellesco e laudatore del buon tempo andato del testo. Infatti questo Pablo vive in una Spagna tutta sua, in cui la moglie ingrassata che lui tradisce in Svizzera (e vorrei anche vedere che si mantenesse casto) e un gallo da combattimento in latteria. Una Spagna tutta inventata o quasi, di maniera: da chi ha nei suoi dubbi riferimenti e orecchiamenti culturali Garcia Lorca, ci si potrebbe aspettare di meglio.
E' evidente, peraltro, che l'evocazione (e la presunzione di far poesia) faccia scivolare il canto degregoriano kitsch in cui non tanto Gozzano è presente, quanto i baci Perugina. Chi osasse citare il decadentismo italiano, peggio quello francese, l'ermetismo o Lorca o persino Dylan nel caso di Buonanotte fiorellino o di Piccola mela, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura. E nemmeno Prèvert, sebbene sia il più vicino a queste melensaggini, può essere un riferimento citato senza ridere. Né, per altro, frasi del tipo "buonanotte fra il telefono e il cielo" possono indurre a pensare di essere al di là della peggiore canzonetta all'italiana. Per di più in questa canzone il modo stesso di cantare si trasforma in uno zuccheroso bisbiglio da cantante confidenzial-lezioso francamente insopportabile, che sbanca chiunque parli di sottile ironia. Anche qui, a parte il senso totale che è quello di una canzonetta d'amore, non mancano le metafore evocative senza nessi logici, e così c'è pure un raggio di sole, che stride e con la notte di cui alla buonanotte, sia con il tono tutto sommato dimesso di tutta la canzone: una metafora volontariamente priva di contestualizzazione e per di più messa tanto per fare, quasi per calcolo statico. Così come non è tollerabile una frase come "i tuoi fianchi di neve" di pavesiana memoria (le colline come i seni delle donne) ma di più stretta matrice Liala.
Se tanto spazio ho dedicato a De Gregori (e ancora un po' me ne prendo) non è solo per essere lui il caposcuola indiscusso di tutta la corrente di cantautori ermetici (e il migliore, fra l'altro, se escludiamo Guccini, che fa scuola a sé), ma perché il suo successo di pubblico impone qualche riflessione importante. E' indubbio, prima di tutto, che la canzonetta, proprio per il suo carattere melodico-fischiettabile , abbia un valore grosso nella cultura di massa: e per la sua riconoscibilità (da non sottovalutare in periodi di crisi d'identità culturale) e per il suo valore di socializzazione (e risposta, nei modelli culturali di facile acquisizione, alla disgregazione). Ma questo non spiega ancora il successo che De Gregori ha preso un pubblico tutto sommato intelligente, giovane e di sinistra. Non lo spiega se non con un riferimento doppio: il liceo e Dylan. La pseudo-cultura liceale ha un peso specifico e assoluto enorme nelle canzoni di De Gregori, vorrei dire che egli la riassume sprofondandola dei suoi contenuti per offrirla come pura metodologia dell'approssimazione e della cialtronaggine. Il professore di italiano che fa scrivere agli alunni su un quaderno le "frasi più belle di Dante" (esiste, esiste anche questo), la professoressa di filosofia che fa imparare a memoria la definizione di sostanza di Spinoza ("per substantìa intellego id quod est ecc") sono i sacerdoti di una cultura inesistente che vive solo grazie a un'erudizione appiccicaticcia e all'ideologia della cialtronaggine: come imparare (dalla filosofia, per esempio) a non dire nulla chiacchierando, non capire e fregarsene, non allargare al di là e al di fuori di libri e bignamini l'orizzonte della propria cultura.
Questo è nelle canzoni di De Gregori (che poi potrebbe essere la persona più colta del mondo, ma questa è l'operazione delle sue canzoni), questo egli trasmette, questo sono abituati da anni a considerare poesia gli studenti: poche evocazioni senza né capo né coda, qualche ammiccamento qua e là a un riferimento universale. (uno dei più squallidi epigoni di De Gregori, tal Venditti, arriva persino a questo osceno concetto in una sua canzone "la Divina Commedia che diventa sempre più commedia"!)
Su questo orizzonte di sottocultura spicciola e programmatica, si inserisce Dylan e la poesia psichedelica. Il primo, con le sue ben più robuste volgarizzazioni di Eliot e Dylan Thomas, la seconda con la teoria mai troppa esecrata delle "libere associazioni", versione ammodernata, di massa, impoetica e incolta dei "mauditis" francesi (ogni paragone continua ad essere lesa cultura). In questo calderone ha buon gioco, se ben spinto dalla sua Casa discografica, Francesco De Gregori a diventare un idolo di massa, nonostante qualcuno abbia già cominciato a maltrattando cercando per lui lo slogan, non metaforico, ma indubbiamente evocativo, "Francesco De Gregori, mo' te tirano li pomodori!".
Variazioni (in do di petto) sul canto De Gregoriano
di Simone Dessì (1976)
Amici, redattori, lettori. italiani! Prestatemi orecchio. Sono venuto a seppellire Francesco De Gregori, non a farne l'elogio. Il male che l'uomo fa, gli sopravvive: il bene, spesso, resta sepolto con le sue ossa. E così sia di De Gregori. Il nobile Pintor, l'ilare Gino Castaldo, il pensoso Roberto Renzi vi hanno detto che De Gregori è rarefatto. illeggibile, ermetico. Se lo è, ha gran colpa; e De Gregori la sconterà gravemente. Qui, col beneplacito di Pintor, di Castaldo, di Renzi, e degli altri - ché Pintor, Castaldo, Renzi sono uomini di cultura e di gusto, e anche gli altri, tutti uomini di cultura e di gusto - sono venuto a parlare in sua difesa.
Giaime Pintor dice che De Gregori è ermetico ed è "tanto ermetico che le sue parole non si aprono a nessuna ma nessuna interpretazione" (in Linus marzo 1976). Stupisce tale ingenuità nel nostro direttore che sapevamo fine cultore di estetica, buon conoscitore di cose letterarie, assiduo nelle frequentazioni di umanisti e poeti. Ora, senza scomodare Galvano della Volpe, basterebbe Benedetto Croce (che nei buoni licei classici di una volta, quelli prima della contestazione, veniva ancora studiato) per sapere che non solo per quanto riguarda la poesia ermetica, ma per la poesia e la letteratura tout-court. l'interpretazione delle parole (in versi o in prosa) non può essere quella ricavabile dall'attenta consultazione del Melzi, dalla comparazione sinottica tra testo e dizionario: versi e prosa hanno da essere colti oltre il loro stretto significato, oltre la rigida connessione semantica tra parola e concetto. E perché, altrimenti, si farebbe letteratura? Basterebbero e avanzerebbero, la politica, la sociologia o, che so? la geografia.
E, d'altra parte, nemmeno la metafora - che pare essere l'unica concessione a una letteratura non convenzionale dei testi letterari che i critici in questione sembrano voler fare - copre tutte le possibilità che la parola offre (oltre a essere, naturalmente, qualcosa di più della semplice proiezione figurata di una parola dal senso proprio) e nemmeno l'allegoria o l'analogia; la parola, in versi e in prosa, può essere piegata, e va piegata, a mille altre soluzioni, a molti usi, a svariate funzioni, può diventare suono, sciarada, nonsense; può esprimere strettamente un concetto o può negarlo così come può stravolgerlo, distruggerlo, trasfigurarlo. Tutto questo è ancor più possibile (necessario?) quando la parola è costruita su una frase musicale, è testo di una canzone; è parte, cioè, di un'opera "letteraria" non immobile né autonoma ma strettamente connessa e intersecantesi con una struttura che è quella musicale, per sua natura "ambigua", cioè variamente fruibile. E' per questi motivi che parlare di "interpretazione", a proposito della letteratura di un testo di canzone, già mi sembra operazione non so se più scorretta o ingenua. […]
Concerto interrotto e palco invaso al Palalido
Corriere della Sera - 3 aprile 1976
Mario Luzzatto Fegiz
MILANO - Una serie di gravi episodi di violenza e intimidazione sono avvenuti ieri sera al Palalido, allo spettacolo serale del cantautore Francesco De Gregori, che dopo essere stato più volte interrotto,e dopo che un gruppo di giovani aveva invaso il palco, è stato costretto ad uscire dal camerino dove si era ritirato alla fine del concerto, e a salire sul palco. Subito è stato sottoposto a un vero e proprio processo politico perchè accusato di percepire cachets troppo alti e di non destinarli alle lotte dei lavoratori. Un gruppo di giovani, alcuni dei quali hanno dichiarato di appartenere al sedicente movimento di "autonomia operaia", lo ha sottoposto a una serie di pesanti accuse e ingiurie, invitandolo tra l'altro a "suicidarsi subito, seguendo l'esempio di Majakovski", De Gregori è infine riuscito a raggiungere il camerino. "Forse non canterò mai più" ha dichiarato. Gli organizzatori da parte loro hanno comunicato che la lunga tournée del cantautore, iniziata l'altra sera a Pavia, è stata annullata.
De Gregori si era esibito una prima volta nel pomeriggio davanti al "suo" pubblico (età media 16 anni) che non era mancato all'appuntamento con il mostro sacro della nuova canzone italiana, ma non aveva manifestato eccessivo entusiasmo per la più recente produzione del cantautore (Bufalo Bill, Disastro aereo sul Canale di Sicilia ecc.).
Per la serata il Palalido era esaurito. Alle 21 gli organizzatori aprivano i cancelli e decidevano di far entrare gratis coloro che erano rimasti fuori (oltre un migliaio di giovani), proprio nel momento stesso in cui costoro si apprestavano a sfondare.
Con la stessa tecnica con la quale circa due anni fa era stato interrotto il concerto dell'astro del rock decadente Lou Reed, un gruppo di giovani in formazione ha preso posizione dietro il palco, gratificando De Gregori con ingiurie e accusandolo di speculare con le canzoni politiche.
Poco più tardi alcuni elementi, staccatisi dalla formazione principale, prendevano possesso del palco e, impadronitisi del microfono, leggevano, fra la confusione generale, un comunicato contro l'arresto, avvenuto a Padova, di un militante della sinistra extraparlamentare.
Il concerto riprendeva in un clima di tensione, mentre fra il pubblico alcuni provocatori, gridando che "in sala ci sono più fascisti che compagni", scatenava la caccia al fascista che per fortuna si concludeva con qualche scazzottatura e senza gravi conseguenze. Venti minuti di interruzione e l'esibizione riprendeva. Verso le 22.30 circa, Francesco De Gregori concludeva fortunosamente il concerto e si ritirava.
Un gruppo di facinorosi prende a questo punto d'assedio il camerino, "Esci - gli gridano - torna sul palco a parlare con noi o sfasciamo tutto", Le maschere e il servizio d'ordine cercano di arginare l'assalto, ma inutilmente. Dopo qualche minuto De Gregori esce. Al microfono si alternano volti lombrosiani e giovani che sembrano colti da raptus isterico. "Suona per i lavoratori, non ti mettere in tasca i soldi". "Quanto hai preso stasera?" urla un giovane. "Credo un milione e due... - sussurra con un filo di voce De Gregori -, ma poi c'è la SIAE...". "Se sei un compagno, non a parole ma a fatti, lascia qui l'incasso", ribattono.
Prende la parola un uomo con la barba bianca, d'età indefinibile: "La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alle arti o alla musica. Lo diceva anche Majakovski che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu!".
De Gregori ascolta pallido e silenzioso. Con scarsa convinzione mormora al microfono: "Forse sono una vittima dell'industria...". La delirante farsa del "processo" continua: "Va a fare l'operaio e suona la sera a casa tua".
Alcune ragazze piangono, altri oratori continuano sullo stile dei precedenti accusando tutti i presenti che han pagato l'ingresso di essere "una massa di c...".
De Gregori riesce a raggiungere il camerino. Appare distrutto e conclude: "Non canterò mai più in pubblico. Stasera mancava solo l'olio di ricino, poi la scena sarebbe stata completa".
Il Palalido
di Giorgio Lo Cascio
Ormai non si può più procrastinare: è giunto il momento del dolore, dell'incomprensibile, della musica che impazzisce e nella quale qualcuno incomprensibilmente stona. Ho già introdotto quasi tutti i personaggi e quasi tutte le circostanze fanno parte dello scenario, ma vediamo, riassumendole, se non ci è sfuggito qualcosa. Dunque, abbiamo innanzi tutto i nostri eroi, con Francesco in testa, che producono canzoni gradevoli all'ascolto e dal contenuto stimolante. Ovunque vi sono circoli culturali, cineclub, momenti di aggregazione e di discussione. I partiti e i gruppi progressisti sono estremamente attivi anche dal punto di vista culturale. E' nata una forma di editoria periodica che segue con particolare attenzione questi fenomeni, e sta dilagando il fenomeno delle cosiddette "radio libere" che si alimentano in massima parte con la musica di cui stiamo parlando. Per contro la stampa e la televisione nazionale sembrano ignorare tutto ciò. Solo le reti radiofoniche RAI sembrano consapevoli di quanto sta accadendo, grazie a persone come Paolo Giaccio, Raffaele Cascone, Fiorella Gentile, Michelangelo Romano. Ma lo spazio a loro affidato non è molto. La discografia è mobilitata per sfruttare la contingenza favorevole, e analogamente tutta l'industria culturale vive un momento felice.
Nascono continuamente tentativi "alternativi" di industria culturale in tutti i settori. Il dibattito politico aumenta di qualità e di intensità. Nasce la fantasia e l'irruenza del 1977. La gente - soprattutto la gente - partecipa con grande entusiasmo a tutto ciò e alimenta con il proprio calore la grande caldaia. Sono riuscito a evocare le sensazioni che provavo in quel periodo? Tutto ci era troppo bello, troppo importante e improvviso. Era come la sfera splendente di un'esplosione di energia: nell'espandersi si frammenta, crea disarmonie e si formano le polarità. Il primo segnale mi giunse da un articolo firmato da Giaime Pintor per Linus.
Era intitolato "De Gregori non è nobel, è rimmel" e in esso Giaime sferrava un ironico attacco alla figura mitica di Francesco. La sua spada squarciava il velo del tempio proprio come aveva già fatto Sofri su Lotta Continua, ma con un'eco ben più vasta. Nel cielo si addensarono grandi nubi nere e l'aria diventò elettrica. I piloti di veicoli da corsa sanno che questa condizione è la migliore per ottenere tempi da record, e cercano di scendere in pista quanto più prossimi possibile allo scoppio dell'uragano. Forse fu per questo motivo che nessuno si accorse di nulla, essendo tutti intenti ad ascoltare il canto di un motore che girava magnificamente. Francesco si prepara ad affrontare una nuova tournee, che si preannunciava trionfale. Al suo fianco avrebbe dovuto cantare un vecchio amico, Renzo Zenobi, che aveva appena realizzato un long-playing per la Rca. La prima data era a Pavia, e subito dopo erano previsti due o tre concerti a Milano, al Palalido. Ma le nubi erano già molto dense a Pavia, e si verificarono degli incidenti tra il pubblico e la polizia. Una ragazza si fece male e Renzo la vide con il volto insanguinato. Avvertì subito che c'era qualcosa che non andava, e disse a Francesco che non desiderava proseguire la tournee. Fu l'unico a capire: tutti gli altri, Francesco compreso, pensarono che non si dovesse esagerare nelle preoccupazioni. Dopo tutto il periodo era molto turbolento e già altre volte c'erano stati inconvenienti. Al Palalido di Milano io non ero presente (dove siamo nelle occasioni in cui forse ci sarebbe bisogno di noi?) e non so cosa accadde veramente. Posso solo riportare flash di memoria su cose che mi furono raccontate: Francesco che viene contestato duramente non riesce a tenere in mano la situazione, come sempre era riuscito a fare nel passato; Francesco che viene seguito nel camerino, gli amici che si dileguano; Francesco che viene costretto a sostenere un impossibile contraddittorio al centro del Palalido, nel rumore sordo di un mare non più amico o, peggio, nell'indifferenza.
Un nuovo filtro rossastro e cupo che scatta con un colpo secco davanti al nostro obiettivo. Nel terreno fertile che si era formato in quegli anni erano cresciuti anche i cattivi pensieri, organismi perfettamente comprensibili ma più prossimi all'istinto di morte che all'istinto di vita. Francesco annullò la tournee e si ritirò ferito.
Lo Cascio e La Pellerossa
di Francesco De Gregori (1977)
Stamattina la stanza è tutta in disordine: ci sono cicche dappertutto e una quantità di vetri insospettabile negli angoli più difficili da raggiungere con la scopa. Alle otto e un quarto suonano al portone di sotto: era Lo Cascio che veniva a riprendersi il portafogli che aveva dimenticato qui ieri sera.
Mentre lui sale le scale corro a nascondere la chitarra e le sue briciole in modo che non mi faccia domande.
Lui si presenta con un cappuccino caldo e una ciambella e un sacco di scuse per avermi svegliato. Io l'ho tranquillizzato dicendogli, mentre mi mangiavo la ciambella e bevevo il cappuccino, che ero già sveglio perché la Pellerossa aveva messo la sveglia alle sette e mezzo poi era andata via dopo essersi vestita in fretta. Lo Cascio è un uomo eccezionale e so che non mi chiederà niente riguardo la Pellerossa: gli basta così, se anche gli avessi detto che ero stato svegliato dalla Balena bianca gli andava bene così.
Poi mi è venuta voglia di fumare e allora mi sono vestito e siamo scesi al Bar Tabacchi; altro cappuccino, altra ciambella e un pacchetto di Marlboro; tutte le Marlboro di Roma sono finite da tre giorni. E ci siamo messi a fumare e a chiacchierare per via dei Giubbonari: com'è diversa alle otto e mezza di mattina rispetto a quando c'è traffico!
Io l'imbecille avevo gli zoccoli e, senza calze, avevo persino un po' freddo ai piedi e me ne stavo tutto ingobbito nella giacchetta e ogni tanto pensavo alla Pellerossa e chissà a che cazzo pensava Lo Cascio intanto. E ci siamo pure dati una guardata all' "Unità" appesa fuori la sezione di Regola Campitelli , tanto per sentirci buoni e disposti a cambiare le ingiustizie del mondo intero.
Adesso che mi sono alzato per andare al cesso mi sento proprio più chiaro di prima: la stanza, cioè, è proprio impraticabile: i vetri scricchiolano sotto gli zoccoli: ci sono due lattine di birra vuote dentro il barattolo di vetro grande e la boccettina con dentro gli antibiotici per la bronchite è rovesciata sul tavolo e ha perso l'etichetta, così sembra proprio la scena adatta per il suicidio di una stellina di Cinecittà.
Signore, ti prego, aiutami a vivere da solo senza venir sepolto dai miei rifiuti. Ora devo assolutamente fare qualcosa per far quadrare questa stanza: comincio a sentirmi pieno di vetri piccoli piccoli e di fumo freddo: devo aver l'alito di una catacomba. Adesso mi vado al lavare e poi metto in ordine: anzi, meglio il contrario. Così sono sicuro che vado. Chiamatemi Mimi.
Sono pieno di tosse; tossico di tutto: rospi, ciotoli, cartine stradali degli USA, cadaveri di giovani ragazze tedesche aggredite all'alba a Villa Borghese.Tossisco areoplani di carta costruiti per Camilla e racchette da neve a reazione. Tossisco paragoni e punti esclamativi con facilità sorprendente. Potrei anche mettere su un negozio e vendere tutto ciò che tossisco. Il negozio si chiamerebbe "Tossiture" e lo gestirei assieme alla signora Thorovskj che mi sta snervando col suo passeggiare avanti e indietro al piano di sopra (anche lei con gli zoccoli ?! Gesù, ma allora è una moda!).
Chissà se la signora Thorovsky ha sentito i miei scoppi di felicità sulla parete stanotte?
Comunque sono riuscito in meno di un'ora a rimettere a posto la stanza dove sto scrivendo e la stanza da letto.
La camera da letto è quella che mi dà l'angoscia perché l'idea di dormire lì da solo stanotte mi mette tristezza. Quella stanza è troppo vuota adesso; non c'è più nemmeno il quadro del Piccolo Marinaio perché l'ho regalato: mio fratello dice che a lui piace così e cita Cohen "The windows are smoll and the walls must be bare". Che si fottano, lui e Cohen. Quella stanza è squallida e rimane squallida, senza tante filosofie. Si tratta di riempirla, magari con un cassettone o un comodino, così la finirò di rovesciare il bicchiere con l'acqua tutte le notti. O magari una piccola libreria. Ieri sera mentre stavo a letto e parlavo con la Pellerossa ogni tanto mi veniva paura per i sogni che avrei fatto; cioè, peggio ancora, percepivo la stessa sensazione di terrore che provo quando faccio certi sogni ricorrenti (i treni, gli autobus ) senza però evidentemente sognare. Allora forse non è il sogno che provoca la sensazione di terrore, ma è il terrore che uno si porta dentro che fa fare certi sogni. Uh, come va?! Stronzo che sono, si sa che è così.
Comunque ho deciso di non bere più birra per un po': né birra né whisky né niente: neanche vino a tavola: devo rifiorire, come un rametto d'albicocco o un uccello del cielo, di quelli che nessuno li nutre però campano bene.
Adesso è sera, anzi notte, sono quasi le tre . La stanza è di nuovo un inferno: è tornato Lo Cascio e si è messo a bere insieme a mio fratello: lattine vuote e mezze piene ovunque, bottiglia di whisky vuota (comprata alle tre del pomeriggio, per la miseria!). Io li ho abbandonati verso le nove che erano sul punto di mettersi a parlare di Dio e del Comunismo, cose profonde, insomma.
Adesso sono tornato e loro non ci sono più; Lo Cascio è tornato senz'altro dalla moglie, mio fratello è sicuramente disperso in casa di qualcuno. Passerà qui domattina e andremo come bestie a farci l'aperitivo alle undici.
Intanto però io sto qui solo: sonno forse sì, voglia di andare a letto no. La Pellerossa mi piace perché è giovane e bella; stasera è troppo lontana, però. Chissà come sono le lenzuola del suo letto, sicuramente più pulite delle mie; la Pellerossa, sapete è andata a sciare, d'estate!, che Dio la benedica e la aiuti! Se potessi, le telefonerei mentre sta sciando; lei è una donna spiritosa, mi racconterebbe per telefono tutte le buche, e i sassi, e i pezzetti ghiacciati, con poesia. Ah, amore, ti amo, ovunque tu sia e con chiunque tu stia, qualsiasi cosa tu stia facendo. Ci sono tre angeli appollaiati sulla tua spalla e nessuno ti custodisce; ah, amore torna più presto che puoi dentro questa nottataccia che sto vivendo. Vendimi delle rose bianche e delle canzoni da circo con dentro delle facce spiritose e gentili che sappiano ben suonare i loro strumentini di legno.
Fammi essere contemporaneamente Stanlio e Ollio. Fammi vedere il biglietto vincente della grande Lotteria Del Gelato Di Capodanno 1979 dove tu leccherai tutta la cioccolata e io tutta la panna.
Insomma, divertiti, e se ci incontreremo ancora, fammi divertire, con le mani, con la bocca e con tutto. Buonanotte, dì le preghiere e che Dio ti benedica. (Francesco De Gregori).
"Ciao 2001" - Novembre 1979
Francesco, una volta Dylan disse che nessuna intervista contiene delle verità, che sono tutte invenzioni. Per te è lo stesso?
No, non credo. Penso che l'intervista sia un momento in cui hai deciso di parlare con qualcuno. Naturalmente molto dipende dall'intervistatore, spesso c'è gente che ti induce a dire sciocchezze e tu vai con quello che loro vorrebbero che tu dicessi. Della stampa mi disturba il fatto che spesso vengono a trovarti già con delle idee in testa e vogliono che tu le soddisfi.
Se tu fossi nato in America, come saresti adesso?
Mah, chi lo può dire? Probabilmente sarei da qualche parte a cantare canzoni, magari non sarei conosciuto affatto. In America la concorrenza è più dura, sono quasi tutti bravi, anche a livello dilettantesco. Forse sarei ancora chiuso in qualche piccolo locale a cantare canzoni accompagnandomi con la chitarra, per poche persone.
Molti dicono che sei ermetico. Ti trovi ermetico?
Questo mi fa arrabbiare. Quando ho iniziato a cantare dicevano: "Oh, questo scrive belle canzoni". Poi ho trovato il successo e immediatamente sono diventato incomprensibile. Dovresti fare questa domanda al pubblico. Se ci sono tanti ragazzi che comprano i miei dischi, significa anche che mi comprendono e quindi…
Quanto ti aiutano i tuoi amici?
Ho molti amici, mi piace stare con loro, anche se spesso si finisce solo col fare partite a scacchi. Amo molto la mia famiglia, mia moglie i miei bambini. Non faccio una vita particolarmente agitata, anzi, è molto lineare.
In diverse tue canzoni si respira aria antica, forse di nostalgia, tu bambino, i giocattoli, il Natale…
Non sono un nostalgico, però mi piace stare da parte e pensare a me stesso. Lo trovo intimo sai? Io ho un sacco di pudori.
Ma la canzone "Il '56" è un po' nostalgica, sembra quasi una canzone scritta tempo prima e che solo quando l'hai registrata ti si adattava pienamente.
Hai ragione, è una canzone scritta almeno quattro anni prima che la incidessi. Ero in sala e avevo pochissime canzoni scritte e allora mi sono trovato a guardare nei cassetti e ho trovato questa canzone.
Allora tu entri in sala di registrazione senza avere tutto il disco pronto?
Qualche volta…abbastanza spesso. Ci sono stati dei casi in cui avevo pochissime canzoni e allora mi sono trovato a scriverle mentre ero in sala.
Come componi una canzone?
Al pianoforte.
E i testi li scrivi a mano?
No, li batto a macchina, è una vecchia abitudine, solo che è parecchio scomoda. Sai, hai il pianoforte davanti e la macchina da scrivere che ingombra. Io ho preso uno sgabello alto che poggio alla mia sinistra, così basta un piccolo movimento rotatorio per combinare le due cose.
E in sala come lavori?
Di solito, facciamo le basi musicali tutti assieme e spesso canto mentre incidiamo la ritmica, quasi una diretta.
Quante volte canti un pezzo?
Una volta, forse due. Solo raramente mi è capitato di ricantare un pezzo, ma il risultato mi è piaciuto poco. La canzone era "Generale", mi ha creato parecchi problemi.
Perché "Rimmel" ha avuto tanto successo?
Chi lo sa? Ad un certo punto qualcosa è cambiato. Non riuscirò mai a capire perché un disco va e un altro no. Per "Rimmel" di sicuro c'è che è un disco molto bello
Per il tuo recentissimo album "Viva l'Italia" hai lavorato per la prima volta, con musicisti inglesi. Perché questa novità?
Avevo avuto un periodo di impegni, lavoravo con Dalla, c'era la tournèe (Banana Republic). Insomma ho fatto un disco realizzato come al solito, con i musicisti italiani, però c'era qualcosa che non andava, mancavano un po' di intenzioni vere. Allora abbiamo deciso di ricominciare tutto daccapo e c'era stata l'esperienza positiva di Anna Oxa con Loog Oldham , l'ex produttore dei Rolling. Così ho tentato e sono rimasto soddisfatto.
Credo che la canzone "Gesù Bambino" sia una canzone che solo tu avresti potuto scrivere, così garbata e piena di verità. Nel disco c'è anche un pezzo intitolato "Terra e acqua" , dove scrivi: "…aiutami Signore mio a dire acqua e terra". Cosa significano questi riferimenti?
Non credere che sia una conversione alla Dylan, è molto più semplicemente che quando ti trovi solo e magari hai guai, ti rivolgi al Signore, perché è così che fan tutti. E poi non credere che le canzoni siano fatte per mettere tutto se stesso , nella canzone metti qualcosa di te, quella che ti va di far conoscere, anche quando vai nel profondo e ti interessa essere sincero.
La canzone "Viva l'Italia", che tu quasi reciti, quanto è importante nel disco?
Come le altre. Anche se poi ci si punta un po' di più.
Che differenza c'è tra l'Italia sulla Luna e quella del 12 Dicembre?
L'Italia sulla Luna è quella di Tito Stagno, l'Italia del 12 Dicembre è parecchio più seria
Quanto ti ha aiutato il rapporto con Dalla?
Lucio è un mio grande amico innanzitutto. Come musicista mi ha aiutato molto, ma soprattutto mi è stato vicino come amico.
E la tournèe che avete fatto questa estate?
E' stato bello, avevamo molte date, ma non tutte assieme, in modo da non perdere la testa. Poi la gente, beh, c'era un mucchio di gente. Mi ricordo di una sera, avevamo terminato un concerto io mi ero voltato a sistemare l'amplificatore, non so a mettere a posto la chitarra, poi mi son voltato e ho visto migliaia e migliaia di fiammiferi accesi, ed è stato bellissimo.
Ho visto il film che ne avete tratto e non mi è piaciuto, troppi primi piani tuoi e di Lucio anche quando c'erano degli assoli e molto scompenso tra te e Dalla. Come mai avete voluto fare il film?
Io lo vedo più come un documentario che come un film. In quanto alla differenza tra me e Dalla, è vero esiste. Lucio canta quattro pezzi in più. Ma posso capire. Al montaggio c'era la voglia di tirare su il Film e Lucio sul palco è una carica di energia. Io faccio pezzi più tranquilli.
Hai visto il film di Dylan "Renaldo e Clara"?
Si, mi è piaciuto molto. Anche io avrei fatto un film così se avessi dovuto impiegare i mie soldi in una maniera che mi andava a genio, avrei fatto un film di quattro giorni, non di quattro ore… (Ride)
Ti piace il cinema?
Moltissimo. Ma devo dire la verità, vado a vedere qualsiasi cosa, non è che ne capisco molto. Mi piace Fellini, il cinema americano, quello serio, quello di Coppola, di De Niro, di Scorsese.
Sei un solitario?
No, sono un uomo normale!
Con De Gregori verso l'ignoto
di Gino Castaldo - la Repubblica - 24 novembre 1987
Ulisse tornerà a viaggiare Si intitola "Terra di nessuno" ed è ancora una volta un contributo poetico e molto personale, concepito lontano dalle mode e dalla stretta attualità. Un album bello e difficile
"Non sarà il canto delle sirene, che ci innamorerà, noi lo conosciamo bene, l' abbiamo sentito già". Così, con questa semplice ma perentoria evocazione, inizia il nuovo importante capitolo della storia musicale di Francesco De Gregori. Questa volta l' invito è per un nuovo viaggio nella Terra di nessuno, titolo del suo nuovo attesissimo album, il primo che realizza per la Cbs, alla quale è passato dopo un' eternità passata nella culla romana della Rca (e non è da escludere che gli faccia particolarmente piacere la stampa con lo stesso marchio che da sempre sigla i dischi di Bob Dylan). E' un disco difficile, di cupa e rigorosa bellezza, da assorbire con la dovuta lentezza. Si distingue ancora una volta dalla produzione corrente perchè non sfrutta ritmi convulsi, perchè ci conduce in atmosfere riflessive, pacate; esige attenzione, e questa volta senza troppi filtri ideologici, casomai con un senso poetico e filosofico di consapevolezza della condizione umana. L' assenza di ritmi sembra appunto suggerire un allontanamento dalla stretta attualità. E' un maturo, lucidissimo seguito a quella che è da sempre la storia di De Gregori, perseguita con caparbia ostinazione, anche a costo di qualche amarezza, di squarci dolorosi, e sembra che De Gregori abbia fuso con definitiva maturazione le due vie dell' allegorico e del realistico. La realtà affiora in continuazione, ma tra le righe, sempre ben filtrata dal canto, dal regno del poetico. Questa volta c' è di nuovo il mare, che la psicanalisi tradizionale vuole simbolo dell' incoscio (dal quale emergono tutti i nostri fantasmi e le nostre storie). Anni dopo l' ultima sua grande metafora sulla società, Titanic (1982), dove il mare era "navigato" da un transatlantico cieco, votato al disastro questa volta ci sono le sirene, anzi Il canto delle sirene, a chiamarci verso il mare, con una lunga galoppata rock in stile rigorosamente dylaniano. La chiave è ovviamente diversa, da quella di Titanic. I riferimenti, letterari, sono molti, e in parte dichiarati. Ad un certo punto compare "l' occhio di Ismaele". E' Moby Dick, ovviamente, dove Ismaele, non a caso, era il narratore, l' unico che sopravvive alla tragedia della lotta maniacale contro la balena metafisica, per poterla raccontare, simbolo dello scrittore, così come in questo caso Ismaele è De Gregori, che dal suo ritiro, dalla sua lontananza dalla bagarre dei mass-media, riesce a lanciare le sue visioni così efficaci, così penetranti. Il cantautore diventa in qualche modo un osservatore che ha il "dovere" di raccontare. Ma il canto delle sirene, prima ancora che a Melville, ci riporta al personaggio di Ulisse, da quello omerico del mito della lotta contro gli dei, a quello dantesco del viaggio superbo verso la conoscenza, oltre le colonne d' Ercole, fino a quello novecentesco di Joyce del viaggio attraverso la coscienza. Ulisse come simbolo di modernità, dell' uomo nuovo, e così sembra fare anche De Gregori, auspicando l' avvento di un nuovo Ulisse. Ma naturalmente, tutti questi riferimenti non devono ingannare. Ci sono, naturalmente, ma distillati nella maliziosa semplicità della forma-canzone, che a tutto può alludere, senza mai dover spiegare. Saggiamente De Gregori, che si riconosce fino in fondo come artigiano della canzone, non rinuncia alla fragilità, perfino alla semplicità che è patrimonio della canzone "Mio padre era un marinaio, conosceva le città, partito il mese di Febbraio, di mille mesi fa, mio figlio non lo ricorda, ma lo ricorderà, mio padre era un marinaio, mio figlio lo sarà". Un' invocazione struggente, il bisogno di ricordare un' umanità ancora disposta ad attraversare il mare, a non farsi distrarre dal canto delle sirene, a conoscere nuove terre. E siamo entrati nella Terra di nessuno, luogo di diseredati, di esistenze in briciole, di memorie al di fuori del tempo. C' è il "pilota di guerra", che sorvola nella notte "terre ferite", che guarda "sulle case degli uomini tutti uguali, nel grande orfanotrofio della vita", che aspetta che "un giorno il giorno verrà", a dissipare la notte; così come nel terzo pezzo, Capatàz, si aspetta che cambi il tempo, che si alzi il vento, e trattandosi di De Gregori è facile immaginare che il vento in questione sia il vento delle idee, oggi ridotto ad una inoffensiva brezza primaverile. Ed è il pezzo più esplicitamente legato alla speranza di un nuovo corso politico. Fino alla conclusione della prima facciata, col tragico Pane e castagne, dove delle persone sembrano dirette verso la terra di nessuno, o "desolata" pensando a Eliot, dove solo attraverso gli occhi ci si potrà riconoscere, ed è il pezzo da cui è stato tratto il titolo dell' album. E poi Nero, dove l' uomo di colore è unificato, visto che siamo nella terra di nessuno, nei suoi scenari tra l' America e un' improbabile Latina, città del nord. Con Mimì sarà, c' è la melodia, la cantabilità, storia di una donna che più che al riferimento del melodramma fa pensare alla protagonista della "Storia" di Elsa Morante. Ed è un ritratto di donna di grande bellezza. Arrivati ai limiti della "terra di nessuno" c' è la pazzia, come massima disintegrazione di certezze e di luoghi comuni. La canzone si intitola Matti, una delle più suggestive di tutto il disco "E' una caverna nera, i matti ancora lì a pensare ad un treno mai arrivato, e a una moglie portata via, da chissà quale bufera. I matti senza la patente per camminare, i matti tutta la vita dentro la notte, chiusi a chiave...". E poi l' addio, dolce, svagato, di Vecchia valigia, come una vecchia canzone "on the road", sul tempo che scorre, cantata come un' immagine di viaggio "La vita morde, un giorno scava più piano, e il giorno dopo più forte, ma per l' acqua di quel miraggio, quanta strada da fare, ma forse siamo solo noi che non sappiamo viaggiare...". Il senso generale è inequivocabile. Mai come in questo caso De Gregori ha prodotto un disco che potrebbe apparire come un album concept, ovvero legato ad un filo rosso che attraversa tutte le canzoni e le unisce in un disegno generale. Il disco si apre con un viaggio di mare, cioè col viaggio-mito, archetipo, e si chiude col più dolce degli inviti, a riflettere sulle strade che potremmo riprendere, sui viaggi che potremmo in fondo ricominciare a fare.
"Si' , ora canto la mia opposizione"
la Repubblica - 9 maggio 1989 - di Ernesto Assante
Francesco De Gregori ci parla del suo concerto di piazza del Popolo alla manifestazione del Pci
ROMA Si è trattato di un concerto politico, perché la collocazione era indubbiamente politica, perché le canzoni che ho cantato erano politiche. E' Francesco De Gregori che parla, all'indomani del suo grande concerto di Piazza del Popolo, sabato, che ha concluso la manifestazione del Pci dedicata al Coraggio di essere giovani. Mi piace sottolineare che il concerto non era un'aggiunta alla manifestazione, non era una sorta di gadget che il Pci offriva a chi partecipava alla giornata, ma una cosa completamente fusa con la manifestazione, con i temi che hanno chiamato i giovani in piazza e le canzoni che ho cantato erano nella manifestazione stessa. Ecologia e disoccupazione. Insomma una chiara scelta di campo. Sì, perché, ad esempio, non si può essere a favore dell'ecologia e non sapere chi è stato responsabile della politica ambientale in questi anni, non si può essere contro la disoccupazione ed approvare una politica che ha creato disoccupazione. Essere d'opposizione, in Italia, vuol dire essere schierati da una parte ben precisa, ed oltretutto io credo che il Pci oggi voglia essere un punto di riferimento per tutta la sinistra. Le mie nuove canzoni, il mio nuovo disco, sono lavori di opposizione, si collocano naturalmente in quell' area. Eppure l' impegno politico sembrava finito... C' è stato un lungo periodo, più di dieci anni forse, in cui la moda o il look sono diventati più importanti dell'impegno. Oggi è già una situazione molto diversa, chi ha venti anni la pensa diversamente da chi ne ha venticinque, ha già superato l'epoca del neo-liberismo, del reaganismo, e anche le fasi goliardiche dell'edonismo reaganiano di D'Agostino e cose simili, che hanno pagato negli scorsi anni ma che oggi probabilmente non hanno più senso. Diventerà una moda anche questa nuova ondata di impegno sui temi sociali, politici ed ambientali? Per me, di certo, l'impegno non è mai stato una moda, anzi ho sempre fatto dei dischi fuori moda, perché parlavano di politica, di terrorismo, di violenza, anche quattro o cinque anni fa, e poi anche se dovesse essere così, preferisco la moda dell'impegno a quella del disimpegno, e sono convinto che i giovani che erano in piazza sabato scorso non avevano certo scelto di esserci solo per moda. Scrivere canzoni politiche, cercare di parlar chiaro, in maniera più diretta, come ha fatto lei in Miramare, il suo ultimo disco, è più difficile che in passato? Credo che parlare con maggior chiarezza, in maniera più diretta, abbia innanzitutto bisogno di un'operazione su se stessi; devi cercare di superare il naturale pudore di dire una parola come ladro, come succede per esempio in una canzone come Dottor Doberman, riferita ad uno che non paga le tasse e fa aborti clandestini. Dipende dalla propria sensibilità, comunque; io ad esempio trovo immorale un medico, obiettore di comodo, che poi pratica gli aborti clandestinamente nella sua clinica privata, trovo che sia grave quanto la distruzione della foresta amazzonica o come altri temi più grandi per i quali ci si è mobilitati in questi anni. Voglio dire, insomma che non esiste solo la grande politica, esiste una politica di tutti i giorni, fatta di cose piccole e riconoscibili, per le quali la gente si indigna. Scegliere le parole. In Carne di pappagallo, torna un termine che nelle canzoni politiche è sempre stato usato, quello di padrone... Padrone non mi sembra una parola tramontata, di sicuro non lo è il concetto: sono le grandi compagnie multinazionali che distruggono la foresta amazzonica per il loro lucro, e come li vogliamo chiamare se non padroni? E ci sono anche altre parole che vengono dimenticate: in Italia, oggi, c'è chi vive con uno stipendio di un milione al mese. Non vogliamo chiamarli poveri? Insomma, scegliere le parole è sicuramente difficile, la paura che ho è sempre quella di essere frainteso, ma non ho la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, di sostituirmi ad un insegnante. La canzone è uno specchio importante come un film, o un libro, però resta spettacolo, divertimento. Io scrivo le cose che penso, per comunicare un allarme, per mettere l'accento sulle cose che succedono. Ecco, fare canzoni allarmanti, dare ai ragazzi qualcosa di cui discutere, fare in modo che le canzoni siano la risposta ad uno stimolo che i ragazzi di oggi hanno, questo mi piace e credo sia molto importante, oggi.
Gli anni ’80 a Scario
Ma il calcio, si sa, non conosce crisi, per cui pur nell’evoluzione dello scenario e degli atteggiamenti sociali nazionali e locali, la partita del sabato è rimasta, immutata ed immutabile nella vita dei JFS, trasferendosi dal campo di Sapri, divenuto successivamente inagibile per lavori, a quello dei comuni vicini di Policastro, Sicilì o Caselle in Pittari.
In quel periodo, all’incirca all’inizio degli anni ’80, il gruppo dei JFS si amplia, facendo proselitismo ed inserendo nei propri organici la maggior parte degli elementi che oggi ne compongono la rosa.
In considerazione dell’elevato numero di atleti disponibili, vennero costituite due squadre che, all’apice della loro capacità organizzativa, riuscirono perfino a dotarsi di altrettante divise (solo maglietta, ovviamente): bianca con una striscia azzurra l’una (quella che raggruppava la maggior parte degli attuali elementi: Magaldi, Tufano, Filizola, V. Sorrentino), giallorossa l’altra. (nella quale giocavano D’Amico, G. Sorrentino ed anche Jimmy).
Si giocava tutti i sabati, ed erano partite vere in cui si correva e sbraitava per 90’ di fila, litigando per un gol non valido, per un fuorigioco non ammesso o per un fallo da rigore non punito.
Si fosse stati sulle sponde del Tevere sarebbe sembrato di assistere ad un acceso derby tra Roma e Lazio, ma si era sulle sponde del Bussento. e si trattava di semplice calcio amatoriale in cui le due squadre non avevano un nome, o meglio una delle due (quella in biancazzurro) non aveva un nome ma aveva un soprannome: i LEONI.
Uno dei momenti più rappresentativi di queste ripetute sfide settimanali è stato un torneo organizzato nelle vacanze di Natale del 1982, al quale presero parte sei squadre locali, regolarmente divise in 2 gironi.
Le due compagini citate, nelle quali militavano gran parte degli attuali JFS furono rigorosamente inserite in gironi diversi, nella speranza, che all’inizio pareva molto improbabile, di incontrasi nella finale, e così fu.
Nei primi giorni del 1983, infatti, al campo sportivo di Policastro, più simile ad una spiaggia che ad un campo di calcio, si giocò la tanto attesa ed auspicata finale tra i LEONI biancazzurri ed i giallorossi che entrarono in campo con le seguenti formazioni:
Biancazzurri
Di Cianni 3^ Rinaldi Magaldi Di Cianni 2^. Di Cianni 1^. Tufano Filizola Sorrentino V. Rizzo Galante Romanzi
Giallorossi
Maccarone ….. ….. Saturno D’Amico Fasolella Trotta Mazzei Di Cianni Sorrentino G D’Agostino (Jimmy)
Di quella partita resta anche una testimonianza fotografica che riprende le squadre schierate a centro campo, la serissima terna arbitrale Folgieri, Battista, Pantano (tutti da Sapri, ovviamente) ed i due gol con le quali le squadre terminarono i 90’ regolamentari sull’ 1 a 1.
Si andò ai rigori e lì si verificò la beffa, un inatteso quanto maldestro errore dal dischetto di Tufano, per i LEONI biancazzurri, diede un’insperata quanto immeritata vittoria ai giallorossi.
La leggenda narra che Francesco de Gregori, che all’epoca era solito villeggiare a Scario a pochi chilometri dal terreno di gioco in cui si consumò il nefasto evento, da questo abbia tratto l’ispirazione per la sua celebre canzone in cui incoraggia un non ben identificato Nino (che sia un diminutivo di Franco ?) a non aver paura di tirare un calcio di rigore, perché non è da questi particolari che si giudica un giocatore.
Sarà, ma quella sera tutta la squadra dei LEONI giudicò Tufano, che pur in campo aveva fatto la sua parte segnando tra l’altro il gol dell’1 a 0, responsabile di quell’immeritata sconfitta.
Dopo quella partita le due squadre continuarono a darsi battaglia tutti i sabati ma, quando c’era da partecipare ad una manifestazione importante - un torneo, una partita particolare, ecc. – si univano in un’unica rappresentativa costruita con i migliori elementi delle due compagini (che poi erano quasi tutti i LEONI più 3 o 4 giallorossi).
E’ questa compagine mista che costituisce il vero precedente dei JFS, in quanto almeno una decina degli attuali componenti appartenevano a quel gruppo che all’inizio degli anni ’80 partecipò a vari tornei estivi (Città di Padova, San Giovanni a Piro, ecc.) con risultati che è meglio non ricordare.
BLU – Il Mensile di Musica tutta italiana - 1990
di Pierluigi de Palama
De Gregori: "L’ultimo disco di Dylan è bellissimo.
È pieno di grinta, è ruvido, c’è "Under The Red Sky" che ha un testo bellissimo…
Per molti versi è un disco politico. Non mi è piaciuto invece "Oh Mercy":
non era Dylan, era un disco "leccato", in cui tutto era perfettamente al suo posto…
Sai che ti dico? È il peggior disco di Dylan".
PdP – Il nuovo disco di Dylan è uscito nello stesso giorno in cui sono usciti tre nuovi dischi di De Gregori: per gli amanti del genere è stata praticamente festa nazionale!
FDG – Vorrei chiarire una cosa su questi tre dischi. Ho letto che rappresentano il ritratto della mia carriera discografica, una specie di riassunto di ciò che ho cantato negli anni; ebbene no: si tratta solamente di tre dischi dal vivo, in cui sono state incise solamente le canoni che abbiamo suonato meglio. È un disco fatto di molte coincidenza: se fosse stato un "ritratto" o un "greatest hits" dal vivo, non sarebbe mai mancata "Santa Lucia" che rimane in assoluto la canzone che io amo di più; invece "Santa Lucia" non c’è ed il motivo è semplice: quando l’ho suonata non stavamo registrando.
PdP – concerti di Roma sono stati saccheggiati.
FDG – Sì, molte canzoni sono state tratte dai tre concerti che ho fatto a Roma nell’ottobre del 1989. Splendidi concerti: erano alla fine del tour, eravamo tutti stanchi, ma anche ben rodati e tutto sommato felici. Ma anche quello di Trieste fu un gran concerto, mentre, per esempio, a Mestre mi sembrava, lì per lì, di essere andato benissimo, ed invece risentendolo avevamo fatto un gran casino. Ci sono anche canzoni registrate a Bisceglie, Enna, Capo d’Orlando, Correggio: sono state incise su un otto piste analogico che mi ero comprato per l’occasione. Vedi? Sono tre dischi casuali che in fondo anno un unico fine: rappresentare, nel bene e nel male, il mi valore dal vivo. Non si tratta assolutamente di un monumento a me stesso: quelle sono operazioni da discografico e sarebbe gravissimo se fossero concepite direttamente dalla mente di un artista. Equivarrebbe a dire e ad ammettere che ciò che è passato pesa più di ciò che è presente o che deve ancora venire. Sinceramente quella della voglia del consuntivo, è una sensazione che non vorrei provare mai. Né mi va di scrivere, al momento, una sorta di autobiografia musicale.
PdP – A proposito: è uscita da qualche tempo una tua biografia scritta da Giorgio Lo Cascio: ti è piaciuta?
FDG – No, anche se si tratta di un libro pieno di devozione nei miei confronti. Ben intesi: voglio bene a Giorgio e nelle mie parole non c’è polemica nei suoi confronti; ma l’ho detto anche a lui: non amo i libri sui cantanti, li trovo inutili anche nei confronti di chi ama le mie canzoni. Cosa possono sapere di più sul mio conto leggendo quel libro? Possono indagare nelle pieghe del mio privato, possono conoscere a fondo qualche exploit giovanile, tutto qui: ma secondo me non gliene frega niente a nessuno di questo. No, non mi piace questa editoria di "accatto", questa editoria che campa da parassita sfruttando altri fenomeni e che non lascia mai tracce, nessun segno nel futuro.
PdP – Quindici anni fa cantavi di un personaggio scomodo chiamato Signor Hood e molti hanno pensato ti volessi riferire a Pannella: chi pensi possa essere il Signor Hood dei nostri giorni?
FDG – Mah, il Signor Hood come personaggio rompicoglioni, come personaggio "contro", è in realtà una parte di tutti noi. La versione degenerata del Signor Hood, la sua versione depravata, è probabilmente Sgarbi, ma ripeto, questa è la sua eccezione negativa. Sicuramente Pannella è un buon Signor Hood: in fondo, politicamente è un ingenuo che però è mosso da una grande onestà personale, che ama ancora incazzarsi e sbattere i pugni sul tavolo. Ma il Signor Hood è anche Paperino, è Busi, lo è stato Pasolini. È tutto ciò che non è Sgarbi: lui invece è il simbolo dell’uomo appiattito dal consenso, la sua incazzatura non è corrosiva, è il trionfo del protagonismo malinteso, esteriore, solo formale. E invece, mai come in questo momento, c’è bisogno di polemica vera, di uomini che si agitano. Ecco, il mio augurio è che il prossimo Signor Hood non sia uno, ma siamo tanti, che i cittadini si sostituiscano ai singoli e che si alzi un bel coro di voci discordanti. Che si calpestino nuove aiuole.
PdP – Più o meno hai attraversato tre decenni: quale ti è calzato più a pennello, in quale ti sei riconosciuto maggiormente?
FDG – Beh, negli anni sessanta ero ancora troppo piccolo, praticamente ne ho vissuto coscientemente solo gli ultimi anni. Gli anni settanta sono stati più ricchi, anche se sono destinati ad essere ricordati come gli ani di piombo, gli anni del terrorismo. In realtà penso che in quegli anni fosse comunque predominante la voglia di cambiare, di ribellarsi, di darsi da fare, di impegnarsi in qualcosa. Per contro gli anni ottanta sono stati gli anni del pattume più completo, in cui tutti hanno fatto a gara per autoconvincersi che meglio non si poteva vivere, che il paese fosse forte e che tutto andasse bene. Per me, poi, sono stati anni negativi, in cui sono stato guardato con sospetto, in cui il mio lavoro è stato attaccato a volte duramente. Prendi il caso di "Titanic", quello che oggi viene definito come uno dei dischi più belli del decennio: beh, io mi ricordo la faccia dei miei discografici quando lo ascoltarono. Mi guardavano come un matto, come uno che non aveva capito niente; un pazzo che narrava la storia di un naufragio all’inizio di un decennio che invece propagava il protagonismo assoluto, il rampantismo, l’essere vincenti e le magnifiche forze progressive; un pazzo capace di scrivere pezzi pianoforte e voce come "San Lorenzo" in un momento in cui esplodeva la tecnologia applicata alla musica. Gli anni ottanta io gli ho presi controcorrente: e ho pagato.
PdP – Preferisci essere attaccato dalla "base", come, per cerit versi è accaduto negli anni settanta?
FDG – Non sono d’accordo: non credo di essere stato mai attaccato dalla cosiddetta "base": al massimo sono stato vittima casuale di un movimento frastagliato. In realtà negli anni settanta io ho vissuto il momento di maggior successo. Se ti riferisci all’episodio del Pallido, è vero che si trattava di un drappello di autonomi ed è vero che loro contestavano pesantemente la cultura e l’industria dello spettacolo; ma è anche vero che io in fondo avevo poco da dividere con tutto ciò che loro ritenevano negativo e che probabilmente non ero altro che un valido strumento per farsi pubblicità.
Ho la sensazione che quei ragazzi che mi contestarono a Milano, in realtà mi amassero, così come io amavo loro, perché loro erano i fuochisti della nave, erano coloro i quali, secondo il regime, non dovevano avere voce, erano i diseredati. Ed io ero e sono dalla loro parte.
PdP – Torniamo agli anni ottanta: se già con "Titanic" eri andato controcorrente, con "Scacchi e Tarocchi" ti sei affossato…
FDG – E certo. Anche se poi in termini di copie non c’è un grande divario tra il mio più grande successo commerciale ed il più grande fallimento: per esempio tra "La Donna Cannone" e "Scacchi e Tarocchi" ci sono circa 100.000 copie di differenza, non di più.
PdP – Di tutto questo sembra che le spese le abbia fatte "Terra di Nessuno" che a mio parere è un disco straordinario e che invece è stato un po’ troppo sottovalutato.
FDG – È vero. Peccato, era un bel disco ed ha avuto un destino infelice. "I matti" è una canzone splendida, peccato.
PdP – Arriviamo a "Miramare": pensi che il messaggio sia arrivato a destinazione? Era un disco durissimo, un cazzotto alla pancia.
FDG – Sarebbe andata meglio se fossi andato a "Fantastico". Vedi, al punto in cui siamo, una canzone come "Dottor Doberman" vive di diversi elementi: la musica, il testo, la mia voce ed il fatto che vado a cantarla in TV, nello show del sabato sera, tra Montesano, Baudo e la Cuccarini. Solo in questa maniera si crea l’evento, ma soprattutto solo in questa maniera il "cazzotto" arriva anche a chi non se lo aspetta. È dura ma è così: non ci si può più tirare indietro.
PdP – È il vecchio discorso dei tuoi rapporti con i media, con la televisione in particolare…
FDG – Lo so, ma per la gioia dei miei discografici, sono costretto a cambiare idea: sono sempre stato critico nei confronti della promozione e soprattutto di quella televisiva, ma oggi mi accorgo che non se ne può più fare a meno. O così o pomì: per la gente se non vai in televisione, non è perché non ci vuoi andare, ma perché non hai successo e neppure ti chiamano. Sembra che ormai sia la televisione ciò che legittima e completa il nostro lavoro; pare che alle soglie del duemila questo mestiere non si possa più limitare a scrivere una canzone ed a cantarla: bisogna forzatamente farla vedere in televisione, sennò non esiste.
PdP – Nel tuo caso, però, questa "apertura" alla promozione televisiva, potrebbe comportare un grosso rischio: molta gente apprezza il tuo rigore, la tua incapacità ad accettare compromessi, la tua unicità in un contesto che ormai pare non avere più vergogna per niente.
FDG – Potrebbe essere tutto vero, ma dove porta questo discorso? La mia rischia di diventare una unicità da bacheca e De Gregori rischia di diventare un oggetto di culto per pochi. In tutta sincerità, è una prospettiva che non mi avvince. Ben inteso: non faccio televisione per vendere più dischi perché quelli che vendo adesso mi bastano ed avanzano; è che non sopporto l’idea che siano pochi o pochissimi a conoscere "Bufalo Bill" e che, viceversa, per molta gente De Gregari voglia dire solo "La Donna Canone". Non è giusto.
PdP – Un’azione comune, tra cantanti, discografici ed operatori del settore potrebbe probabilmente contribuire nella ricerca di spazi più accettabili di quelli odierni.
FDG – Probabile, ma impossibile. Noi cantanti non siamo neanche una categoria: siamo solo cani contro gatti e tutti pronti a sparlare l’uno dell’altro. Però qualcosa si potrebbe fare. Prendi il Premio Tenco: è gestito male, giocano al ribasso, quando invece potrebbero sparare molto in alto. Oramai hanno la certezza che ogni anno possono avere i De Gregori, i Battiato, i Bennato e tutto il resto ed invece si accontentano di una trasmissione in differita su Rai Due ad orari impossibili. Il Premio Tenco dovrebbe essere "l’altro Sanremo": da una parte il Festival di Ravera, di Aragozzini o di chi cazzo vogliono loro; dall’altra parte il nostro Premio Tenco con i migliori cantautori italiani e con ospiti del calibro di Joni Mitchell, Tom Waits e Randy Newman.
PdP – Tutto questo discorso, mi ricorda una volta che mi dicesti di quando una tua amica parlò di te come uno che soffre di "paure cosmiche": sembri sempre sul chi vive, ce l’hai ancora queste paure cosmiche?
FDG – Sì, forse è così. Ma non si trattava di un’amica, era mia moglie. Quella storia venne fuori molti anni fa, durante una vacanza a New York. Eravamo in un albergo ed io avevo comprato "L’Espresso" alla Libreria Rizzoli. In prima pagina c’era la foto del giudice Occorsio assassinato. Mi colpì moltissimo, tanto che cambiai umore e non riuscivo più a spiccicare una parola.
PdP – Tra tutte queste paure c’è ancora spazio per sogni, magari musicali?
FDG – Mah, ogni tanto penso che mi piacerebbe fare un disco con personaggi che stimo e che mi affascinano come Ry Cooder oo i Los Lobos. Subito dopo, però, che è troppo complicato e ch probabilmente con un po’ di sforzo quelle atmosfere me le posso anche ricreare da solo. E quanto a Ry Cooder… beh, in fondo io ho Vincenzino Mancuso che è sempre il più forte di tutti.
PdP – Hai scritto una bellissima canzone su Pisolini: nel tuo immaginario potrebbe rientrare una canzone su Moravia?
FDG – No, Moravia non ha mai fatto parte del mio mondo culturale.
PdP – Alla fine di ogni intervista mi hai sempre detto che il prossimo sarebbe stato un tuo anno sabbatico, che non ti avrebbe visto e sentito nessuno: se era un apromessa non l’hai mai mantenuta…
FDG – Bene, il prossimo non sarà certamente un anno sabbatico. Ho voglia di scrivere nuove canzoni, sto pensando ad un nuovo disco che forzatamente sarà un disco che si guarderà intorno e che quindi potrebbe risultare più vicino a "Diramare" che a "Terra di Nessuno". Non lo so, non ho ancora scritto una nota, ma ho voglia di farlo: ho passato un anno con la mente rivolta al passato a riascoltare le mie vecchie canzoni per il "live" ed adesso sento il bisogno di mettere a frutto tutto questo e di scrivere canzoni nuove. Probabilmente, con la Serraglio, produrrò anche dei dischi di altri artisti: vorrei fare un album con Giovanna Marini e poi ho in mente di produrre un album di mio fratello (Luigi Grechi, ndr) che ha registrato un nastro autoprodotto di canzoni molto belle.
PdP – Sta uscendo, in questi mesi, una specie di Dizionario della Musica italiana: che definizione di te stesso vorresti leggere?
FDG – Francesco De Gregori: musicista.
Da "Chitarre" - Intervista a Francesco De Gregori (dicembre 1990)
di Giuseppe Barbieri e Andrea Carpi
un libricino con note preparate da te stesso?
- Naturalmente si tratta di due cose molto diverse. La BMG ha ristampato le versioni originali, mentre questi tre album dal vivo rappresentano una "rivisitazione" dei brani, anche se mi secca usare una simile espressione... In ogni caso ci vedo qualcosa di completamente nuovo, rispetto a quello che le canzoni erano prima: a parte la scelta dei pezzi da inserire nell'antologia, scelta che è stata fatta da me, direi soprattutto che siamo di fronte ad "esecuzioni" diverse; e poi le canzoni "suonano" sicuramente in un altro modo rispetto a come erano state registrate a suo tempo. Il loro significato, il motivo per cui ho pensato di renderle pubbliche, risiede proprio nel fatto che contengono un valore musicale diverso, legato sia all'interprete, sia a tutti i musicisti che vi hanno suonato.
- In una precedente intervista [Chitarre, n. 42] parlavi dell'importanza del lavoro di gruppo in rapporto all'arrangiamento delle tue composizioni: è sufficiente il fatto che di aver formato un gruppo stabile di musicisti, negli anni che si riferiscono alle incisioni dal vivo presentate nei tre album, per spiegare queste diverse esecuzioni rispetto al passato? Oppure c'è qualcosa di più?
- Aver lavorato negli ultimi tre o quattro anni con uno stesso gruppo di musicisti, almeno per quanto riguarda il nucleo fondamentale formato da chitarra, basso e batteria, ha sicuramente influito. Una maggiore confidenza con i musicisti ti porta a "lanciarti" di più, a tentare nuovi esperimenti. Ma la differenza essenziale tra come suonano i pezzi nelle vecchie incisioni e come suonano in queste ultime, deriva dal fatto che quando arrivi in sala registrazione con una canzone appena scritta, il modo di cantarla e di arrangiarla risente del fatto che questa nuova canzone è ancora un oggetto misterioso: le rare volte in cui riascolto le versioni originali dei miei brani avverto questo approccio, non voglio dire timido, ma sicuramente poco confidenziale. Prendiamo ad esempio "Niente da capire", registrazione originale e versione dal vivo: è evidente che dopo cento volte che la canti, per te che l'hai scritta questa canzone è diversa.
- Se la novità degli arrangiamenti è più evidente nei pezzi incisi precedentemente con altri musicisti, in linea generale si nota qualcosa di nuovo anche nei brani già incisi in studio con gli stessi musicisti poi impiegati dal vivo...
- Pur rimanendo gli stessi musicisti, cambia appunto il mio approccio con la canzone. Ad esempio "Cose" è molto più tirata nella versione dal vivo, in parte perché di fronte alla gente ci si sente più "gasati" e si tende ad accelerare il pezzo, in parte perché come cantante sto più tranquillo, me la gioco di più, me la divido meglio: insomma me la suono e me la canto, e non mi importa se in quel momento c'è un piccolo bisticcio tra la mia chitarra, il basso e la batteria, oppure se non siamo precisi sul rullante; in sala d'incisione, al contrario, una cosa del genere avrebbe fatto fermare il nastro e ricominciare.
-Ricordi particolari brani che, con il tempo, hanno acquistato una dimensione migliore nelle esecuzioni dal vivo?
- Guarda, io non so se definire queste esecuzioni migliori o peggiori; sono diverse. Alcune lo sono sicuramente, mentre altre - quelle che ad esempio non ho inserito nella raccolta - non mi convincevano. E’ il caso di "Alice", una canzone che ho eseguito spesso dal vivo, riascoltando poi le relative registrazioni: ebbene queste registrazioni non mi sono mai piaciute, proprio perché l'approccio timido di cui dicevo prima, è quello che ci voleva in "Alice". Il fatto che la versione originale venisse cantata e suonata con la timidezza e il ritegno da novizio che avevo allora, è funzionale a quella canzone: quell'esecuzione in studio mi sembra abbastanza irripetibile. Un problema simile mi si è posto su "La donna cannone", che per me era un po' intoccabile come "Alice". Ma l’ho risolto scegliendo una versione opposta a quella originale, che presentava tutta l'orchestra d'archi e un arrangiamento molto ricco; la versione dal vivo è invece completamente scarnificata, solo voce e chitarra, perché non volevo in nessun modo riproporre un doppione.
- Forse non era giusto servirsi dell'aggettivo "migliore", ma si potrebbe precisare la domanda in questo senso: durante le varie esecuzioni dal vivo nel corso degli anni, è successo che una o più canzoni abbiano trovato una dimensione ben precisa, più vicina a ciò che sentivi, insomma una propria versione "definitiva"?
- No, semplicemente perché non credo che esista una dimensione definitiva per una canzone: le canzoni sono comunque e sempre in movimento. Nei prossimi concerti, che non so neanche quando farò, cambieranno ancora. Un brano come "Generale" ha avuto dieci-quindici arrangiamenti diversi da quando l'ho scritto, e la stessa cosa vale per "A pa'". Quindi non posso neanche dire che gli arrangiamenti presenti nei tre album siano i migliori che io abbia mai realizzato; semplicemente sono quelli che oggi ho voluto fermare. Fra dieci anni, se mai farò un altro album dal vivo, ci saranno sicuramente alcune delle canzoni di questi tre dischi, e saranno riarrangiate ancora in modo diverso. Un pezzo, quando lo riarrangi, risente di innumerevoli variabili: i musicisti, il tempo che è passato e soprattutto te stesso, la maniera nella quale ti confronti con la canzone adesso, come te la canti in testa ancor prima che ti esca dalla bocca, che voce hai in quel momento e che dischi hai ascoltato negli ultimi mesi.
-Il fatto che alla tua musica si stiano avvicinando attualmente nuove generazioni, mentre i tuoi vecchi ammiratori ti seguono ancora, costituisce un altro fattore di cambiamento?
- C'è sicuramente stato un ricambio nel mio pubblico, ma lo specifico carattere che oggi assumono alcune mie canzoni nasce da un'esigenza del tutto personale; anche perché non so se queste canzoni siano state modificate in modo piacevole per i giovanissimi. In ogni caso non mi sono posto il problema di andare incontro ad un gusto rinnovato del pubblico, ma solo a un mio gusto diverso.
-Ascoltatori che magari non conoscono la tua storia, o più in generale la tua immagine, credi che possano farsi un'idea di te partendo da questo lavoro dal vivo?
- Sì, penso che possano farsi un'idea del De Gregori di oggi, rendersi conto di come io sono adesso. Forse non coglieranno quel che erano le versioni originali delle canzoni, perché allora esse avevano certamente un'altra dimensione. Tuttavia spero che, se qualcuno ascolta queste canzoni per la prima volta, si renda conto che narrano in qualche modo il percorso di un uomo, e che non sono scollegate o morte e sepolte. Possono essere più o meno riuscite, ma si tratta comunque di canzoni che sono qui perché raccontano la mia storia.
- E in rapporto alle vecchie generazioni dei tuoi ascoltatori, ti senti forse un po' più vulnerabile dopo quest'ultimo lavoro? Pensi insomma di esserti in qualche maniera esposto?
- No, penso di no, perché questi album non cancellano quello che ho realizzato prima, e in ogni caso non è sicuramente questa la ragione per cui li ho voluti. Piuttosto li ho realizzati per dire: "Ho anche questo da dire, da proporre"; però non c'è in alcun modo l'arroganza di voler rinnegare il passato.Vero è che i miei vecchi dischi non li ascolto più, ma non perché non mi piacciano, soltanto perché sono vecchi. Un musicista conosce un'evoluzione nel tempo e non può guardarsi indietro con compiacimento: le stesse cose nuove oggi, saranno vecchie tra qualche anno, perché le ricanterei in un altro modo. No, non mi sento vulnerabile: sarebbe un brutto modo di intendere questi nuovi album, e un brutto modo di intendere quelli vecchi.
- Il titolo del primo dei tre album è Catcher In The Sky: si tratta di una citazione, se non sbaglio...
- Sì, una citazione da Salinger: Catcher In The Rye è il titolo originale del romanzo che noi conosciamo come Il giovane Holden.
- Ed esiste un qualche percorso allusivo nella serie dei tre titoli: Catcher In The Sky, Niente da capire e Musica leggera?
- No, erano semplicemente dei titoli che avevo in testa, mi piacevano ed oltretutto non erano nemmeno gli unici. Nell'ultima fase di ascolto e di scelta dei pezzi, mi sono messo a delineare la scaletta dei tre probabili dischi e dovevo in qualche modo distinguerli l'uno dall'altro, così sono venuti fuori vari titoli. Non vi sono significati particolari, anche se una volta scelto il titolo Catcher In The Sky - perché mi piaceva - l'ho assegnato al disco dove maggiore è il numero di canzoni che in qualche modo riguardano il mondo dell'adolescenza, così come nel romanzo di Salinger. Comunque è un'accostamento molto sfumato.
- Vi è una divisione tematica fra i tre album?
- No, l'avvicendamento dei brani è stato studiato soltanto sul piano della gradevolezza nella successione dell'ascolto, evitando troppi pezzi con l'armonica a bocca sulla stessa facciata o sullo stesso disco, o troppe canzoni provenienti dallo stesso disco originale.
- Cerchiamo allora di scorrere i brani più significativi, cominciando dal pri-mo album Catcher In Tbe Sky, che si apre con una tua versione da solo de "Il signor Hood". Proseguendo nell'ascolto dei tre dischi, del resto, non mancano altri esempi di esecuzioni in cui compari da solo: che importanza rivestono nell'ambito dei tuoi concerti?
- Durante un concerto, l'esecuzione da solo mi permette di introdurre dei pezzi decisi all'ultimo momento. A seconda di come mi sento e di come sento il pubblico, posso modificare la scaletta; per esempio posso proporre un brano che non suono da dieci anni, cosa che con i musicisti è più difficile da farsi. E’ vero che di solito abbiamo provato più pezzi di quanti ne suoniamo in una serata, ma se ne propongo uno che non è stato provato, comincia a serpeggiare il panico. Però "Caterina" è venuta fuori proprio in questo modo: era un brano che non prevedevamo in scaletta e che non suonavarno da parecchio tempo in toumée; infatti, all'inizio, si sente che partiamo un po' sfasati. D'altra parte, i brani che eseguo da solo possono anche riempire qualche vuoto e spezzare l'eventuale monotonia di tutto un concerto.
- "Il signor Hood" riporta alla memoria la versione originale ed un po' tutto l'album Rimmel, nei quali faceva capolino un certo uso di sonorità jazzistiche: come mai le hai via via abbandonate negli anni seguenti?
- Ma guarda, quelle sonorità erano del tutto casuali, erano legate ad un momento specifico, perché allora non conoscevo bene i musicisti dell'ambiente discografico, i turnisti, e così avevo chiamato a suonare gli amici che avevo conosciuto al Folkstudio, come ad esempio Mario Schiano o Roberto Della Grotta. Questa era gente con cui potevo venire a patti e che in qualche modo rispettava i miei inciampi, il mio zoppicare, il mio proporre una canzone in una stesura e subito dopo in una stesura diversa, che a me suonava uguale. Non si trattava quindi di una scelta precisa, dei tipo : "Adesso realizzo un disco con musicisti jazz". Semplicemente erano musicisti con cui riuscivo ad avere un buon rapporto, lo stesso rapporto che forse avrei potuto instaurare anche con i turnsti, se solo non ci fosse stata ancora una certa mancanza di confidenza; quella confidenza che poi si è invece venuta consolidando negli anni. L'impatto con le persone che sanno suonare bene, per me, è abbastanza traumatico tuttora, persino con i musicisti che sono diventati amici, come quelli dell'attuale gruppo. Quando arrivo in sala di registrazione per incidere un nuovo disco e devo far ascoltare le canzoni che ho scritto, beh! da parte mia è come un piccolo esame musicale: loro sanno di musica, io so di musica in modo più grezzo, più artigianale.
-Nella nuova versione di "Ninetto e la colonia", c'è un nuovo inciso strumentale: come è nato?
- Si tratta di un riff che avevo in testa da molto tempo, infatti l'ho inserito anche in "Cowboys" su Scacchi e tarocchi. Come sia nato, però, non saprei dire...
- Prendendo sempre spunto da "Ninetto e la colonia", ma allargando il discorso ad altri pezzi provenienti da Bufalo Bill o da altri album del periodo RCA, direi che negli arrangiamenti dal vivo si nota in generale un suono più esplicitamente rock rispetto alle versioni originali. Queste ultime erano forse condizionate dall'esistenza di un particolare suono RCA, cioè dalla tendenza da parte della RCA a far suonare le proprie produzioni in un determinato modo?
- Effettivamente c'era un suono RCA, ma non so se dipendesse dal suo direttore di allora, Melis, o invece da una sorta di convenzione tra i fonici: ricordo per esempio un suono specifico di chitarra acustica, particolarmente brutto, che sembrava quasi venisse ricercato proprio per la sua bruttezza! Ricordo inoltre che Melis ascoltava i dischi da due altoparlanti messi molto in alto, in una posizione di ascolto assolutamente innaturale, e a volte venivano fatte rifare delle lacche o anche dei missaggi, perché dovevano suonare bene in quella situazione: naturalmente, quando suonavano bene lì, suonavano male in qualsiasi altro impianto... Alla formazione di quel suono RCA, poi, contribuivano ovviamente anche i turnisti, che erano un po' sempre gli stessi. Ma il problema mette in causa anche una mia evoluzione personale: riguardo al sapore rock di alcune tra queste mie attuali interpretazioni, posso dire che ai tempi della RCA ero invece maggiormente legato ad una dimensione acustica. Certo, anche adesso amo la chitarra acustica, i suoni dolci, i ritmi larghi, un certo tipo di andamento; però qua e là mi piace sentire, soprattutto dal vivo, un pezzo che tira di più, con suoni più aggressivi e la batteria più in primo piano. A quei tempi non era così.
- E’ forse il fatto stesso di andare in tournée, con tutto quello che ne consegue, a portare verso una dimensione rock?
- Penso di sì, anche se non ho mai capito esattamente cosa si intenda per rock: per molta gente, mi sembra di capire che significhi un pezzo in 4/4 molto ritmato, con un corredo di suoni particolari. Forse il rock è anche un modo di pensare, un modo di cantare, un modo di scrivere le canzoni, sicuramente un modo di scrivere i testi. Comunque è certo che trovarti davanti alla gente, da una parte ti spinge a dare di più, dall'altra ti induce a non abusare di brani molto lenti all'intemo di un concerto.
- Un caso molto particolare mi sembra "Buonanotte fiorellino": in Rimmel era molto quadrata, un vero e proprio valzerino, mentre dal vivo è molto rallentata, quasi strascicata.
- Questo arrangiamento rientra un po' nella categoria dei pezzi eseguiti da solo, anche se vi sono le chitarre di Bardi e Mancuso. All'intemo dello spettacolo proposto nell'ultima toumée, infatti, era previsto uno spazio nel quale noi tre da soli suonavamo quattro o cinque brani. Era uno spazio legato un po' all'improvvisazione, e cosi anche la velocità dei pezzi cambiava di sera in sera, come cambiavano i miei interventi all'armonica.
- A questo proposito, come deve essere giudicata la corretta interpretazione di un brano, in relazione anche all'episodio che ti ha visto polemizzare con Gianni Morandi per la sua versione di "Buonanotte fiorellino" ?
- Probabilmente non avete ben presente la versione di Morandi, altrimenti lo capireste: Morandi aveva letteralmente smontato il testo e l'aveva ricomposto in una specie di collage. Qui sta il motivo della mia indignazione, che non era una semplice presa di posizione sul suo modo di cantare. Del resto, alla fine, lui e l'RCA mi hanno dato ragione e a denti stretti si sono impegnati a non stampare più quel disco, e Morandi a non cantare più quel pezzo. Quanto alla mia versione dal vivo, la considero filologicamente corretta malgrado la diversa atmosfera, perché il testo della canzone rimane quello che ho scritto, così come gli accordi. E poi, attenzione, non è neanche per un motivo del genere che me la sono presa con Morandi, come se si fosse limitato a cambiare una parola o ad introdurre un'annonia diversa qua e là: troverei un simile intervento più che lecito per qualsiasi interprete. Lui, invece, ha ridotto la canzone ad una sola strofa, tagliando e cucendo alcuni pezzi delle tre strofe originarie secondo la sua sensibilità e il suo gusto estetico, che sono chiaramente lontanissimi dal mio. Per esempio io ho posto la parola "fiorellino" all'inizio della seconda strofa, quindi a metà della canzone, proprio perché in questo modo arriva quando già è avvenuto uno sviluppo del testo, ed è quindi meno zuccherosa che non presa da sola. Al contrario Morandi l'ha sbattuta all'inizio, e questo è bastato a farmi rabbrividire, perché io non inizierei mai una canzone dicendo: "Buonanotte fiorelfino".
- Sempre "Buonanotte fiorellino" ci invita a parlare del tuo modo di cantare, che dal vivo è spesso notevolmente "rubato", cioè frequentemente caratterizzato da leggeri anticipi o ritardi rispetto alla scansione ritmica regolare. Ciò rappresenta un'evoluzione del tuo stile di canto, o una licenza poetica resa possibile dalla dimensione del concerto? Canteresti così anche in studio?
- No, in studio non canterei in questo modo, o comunque canterei così in proporzione minore; proprio perché, come già ho accennato, mi confronterei con una canzone ancora nuova per me, poco domata dal punto di vista del canto. Dal vivo, dopo tanto tempo che canti le stesse canzoni, è inevitabile cercare nuove strade, nuove angolature. Banalmente, proprio nel caso di "Buonanotte fiorellino", c'era anche la mia volontà di far ridere Mancuso e Bardi, o perlomeno di spiazzarli in qualche modo con una versione diversa. Non bisogna dimenticare che nei concerti c'è anche un aspetto giocoso, anche se c'è sempre molta attenzione e tensione: insomma vi sono squarci in cui ci si diverte, si ammicca, si cerca di mandare fuori tempo l'altro...
- Un'altra costante, in questo tuo lavoro dal vivo, è forse rappresentata dall'armonica.
- Essendo uno strumento di una semplicità mostruosa, soprattutto per come la suono io, l'armonica mi permette di eseguire degli assoli, che altrimenti non sarei in grado di suonare con la chitarra.
- Quindi c'è in te l'esigenza di eseguire degli assoli: cosa significa per te eseguire un assolo?
- Vuol dire continuare la narrazione sul piano musicale, senza dover dire delle parole; vuol dire esprimere se stessi come musicisti. Con l'armonica posso far lo in maniera limitata, ma se sapessi suonare il sassofono, lo farei col sassofono. L'amonica mi è quindi particolarmente utile, perché mi serve uno strumento molto limitato, che però sia nello stesso tempo molto espressivo.
Un problema de "La donna cannone" era, per esempio, la grande importanza dell'introduzione pianistica nella versione originale: nella versione dal vivo l'ho eseguita io con la chitarra, ma è chiaramente una specie di dissacrazione, perché quelle note vanno bene suonate proprio sul pianoforte; suonate sulla chitarra, appaiono un po' strane. Tuttavia quell'introduzione pianistica, ripetuta in concerto tutte le sere, mi sapeva un po' di datato. Ecco, era un vero e proprio "obbligato", cioè una parte strumentale che deve essere sempre uguale nello stesso punto dell'esecuzione. Ora, questo mi dà una grande ansia quando suono dal vivo, e negli arrangiamenti delle mie canzoni gli obbligati sono rarissimi. Più sottilmente, c'era poi la voglia di rivendicare a questa canzone un'autonomia rispetto al suo arrangiamento, una sua validità intrinseca. Inoltre mi piace pensare che ogni canzone possa essere suonata su un pullman durante una gita scolastica, come facevo io quando cominciavo a suonare la chitarra; che insomma ogni canzone possa vivere senza basso e batteria. In un'ottica simile "La donna cannone" rappresentava probabilmente un caso particolarmente difficile, e proprio per questo mi ha divertito suonarla da solo.
- A proposito della melodia ariosa de "La donna cannone", ti capita di pensare in privato a delle melodie tipicamente verdiane, all'italiana, che in seguito rifiuti?
- Scrivendo canzoni, ogni tanto mi vengono delle arie molto melodiche. Però sono estremamente critico su questo punto, e la maggior parte delle volte finisce tutto nel cestino. De "La donna cannone", ad esempio, non ero affatto soddisfatto e convinto della parte iniziale: mi sembrava veramente operistica. Poi la canzone si sviluppava in una maniera così complessa ed elegante, che ci ho fatto la pace. Ed ho fatto bene, perché mi ha dato molte soddisfazioni. Tuttavia questo afflato verdiano, che un po' tutti gli autori conoscono e che ti porta a sbavare nel sanremese, bisogna assolutamente controllarlo.
- C'è un senso di responsabilità in questa preoccupazione?
- No, direi un senso di rispetto per me stesso, perché vorrei che da casa mia uscisse soltanto musica che mi rispecchi. A volte è più difficile censurarsi che scrivere, però bisogna saper fare tutte e due le cose.
- Al di là delle preoccupazioni per i possibili afflati verdiani, tu rappresenti venti anni di musica italiana: c'è un senso di responsabilità almeno in questo, che ti porta a rispettare una certa immagine di De Gregori, il suo ruolo e il suo valore nel panorama italiano?
- No, non provo un senso di responsabilità di questo tipo. Se volessi fare una "mattata", la farei; semmai non sarebbe nelle mie corde farla, cosi mi frenerei automaticamente. Ma se mi piacesse fare un pezzo heavy metal, forse lo farei effettivamente; anzi, può darsi che lo faccia, perché a me l'heavy metal piace, come ascoltatore sono piuttosto attento. Credo che sia la musica più vera uscita negli anni '80, la più sanamente popolare, che contrappongo naturalmente alla musica da discoteca, la quale invece mi toglie l'aria, mi asfissia.
-Arriviamo a "Titanic"...
- Ecco, lì c'è un altro obbligato, al quale ha dato un contributo decisivo Marco Manusso. C'era una vecchia melodia che mi ronzava in testa ed io ho detto a Marco: "Tiriamo fuori un riff da questa cosa"; così è nato il riff di "Titanic", inoltre Manusso ha contribuito anche al riff de "L'abbigliamento di un fuochista".
- C'è da dire che gli arrangiamenti delle canzoni provenienti dall' album Titanic sembrano i più rispettosi nei confronti degli originali, malgrado il fatto che i musitisti siano cambiati nelle versioni dal vivo.
- Forse, ma è una cosa che non so spiegarmi. Probabilmente quegli arrangiamenti non si prestavano ad essere modificati un granché, anche se nella sostanza lo sono: "Titanic", per esempio, è molto più spoglia dal punto di vista percussivo. Del resto, a proposito dell'intero progetto dal vivo, molte persone mi hanno detto che si notano pochi strumenti. Ed è vero, ma dipende anche dal fatto che non volevo lavorare troppo in fase di postproduzione.
- Cosa è stato cambiato, aggiunto o reinciso in questi tre album?
- Tutte le voci femminili sono state aggiunte successivamente: avevamo fatto una toumée con Lola Feghaly e Lalla Francia, ma loro non erano potute venire a tutte le serate, cosicché mancavano in alcune registrazioni dove la loro presenza mi sembrava necessaria. Poi ho dovuto rifare la mia chitarra in alcuni pezzi, perché era un po' scordata; d'altronde, dopo che suoni per due ore dal vivo, non puoi pretendere di mantenere l'accordatura, né puoi stare continuamente ad aggiustarla. Ho dovuto reinciderla sui pezzi lenti, in particolare su "A pa'" e su "La storia". Sempre per problemi di intonazione, è stato rifatto qua e là anche il basso di Guido Guglielminetti. Quindi ho messo un organo da chiesa su "A pa'" e una zampogna in un punto di "Cercando un'altro Egitto". Infine Vincenzo Mancuso ha reinciso un paio di assoli, per esempio su "Cose": di questo pezzo disponevo di quattro registrazioni, ma la versione che mi piaceva di più nel suo complesso - soprattutto in relazione al cantato - era quella in cui l'assolo di Vincenzo era il più debole. Così lui ha voluto rifarlo. In generale, comunque, non c'è stato un grande orrore da parte mia nel mettere le mani su alcuni dettagli che non mi piacevano: in effetti si è trattato di interventi molto marginali, mentre non ho mai ricantato, non ho mai rifatto l'armonica, e la batteria di Elio Rivagli non è stata assolutamente toccata.
- Sempre sul brano "Titanic", ci sono piccole variazioni nel testo: "toccare" invece di "baciare", "provarci" invece di "sposarsi"; oppure, su "Nero", c'è "malattia d'amore" invece di Apocondria d'amore". Quindi anche il testo non è sacro?
- Il testo non è sacro soprattutto se lo canta chi l'ha scritto, ma anche se lo canta un altro. Quelli che citavi, d'altra parte, sono soltanto piccoli aggiustamenti che uno fa perché gli vengono sul momento. In "Ninetto e la colonia", invece, c'è addirittura una strofa in più rispetto alla versione in studio.
- "Bufalo Bill" prevede uno sviluppo simile all'arrangiamento originale, anche se con una carica di energia ben maggiore. A metà strada tra le due esecuzioni, viene da pensare alla versione di Banana Republic, l'album della tournée con Lucio Dalla: quella tournée ha avuto un ruolo nell'evoluzione di alcuni arrangiamenti per i tuoi pezzi?
- No, io avevo allora un rapporto abbastanza distante con il gruppo. Intanto perché i gruppi erano due: c'erano due batteristi e due chitarristi, rispettivamente uno per me e uno per Lucio Dalla; tutte cose che non ho mai capito... Mi ero portato appresso un po' di gente che aveva suonato sui miei dischi, come George Sims alla chitarra e Franco Di Stefano alla batteria. Ma devo dire che non me ne importava niente di entrare nel vivo degli arrangiamenti: ciò che avveniva alle mie spalle era per me simile ad una base musicale. Non so perché, forse è una sensazione che esprimo adesso, comunque erano altre le cose che mi piacevano: forse quello che mi interessava di più era l'incontro tra due "solisti", ed il fatto che dietro ci fosse un gruppo passava in secondo piano. Tornando a "Bufalo Bill", la minore incisività della versione in studio è dovuta in parte a certe condizioni tecniche di registrazione, cui ho già accennato, ma in parte anche al mio stesso modo di cantare: su quel disco, in particolare, c'era molta più timidezza rispetto ad ora. Adesso avverto una crescita, una crescita anagrafica, di sicurezza nel declamare le cose che ho scritto, e probabilmente anche una crescita muscolare del mio apparato vocale...
- "Niente da capire" è un caso sorprendente: c'è un vero e proprio ribaltamento dell'arrangiamento in studio, e la stessa armonizzazione è un po' cambiata.
- Sì, è una versione ben diversa, che non ha subìto nessun rimaneggiamento nella fase di postproduzione.
- Oltre a "Niente da capire", altri brani ancora sono stati completamente rivisitati: "Raggio di sole", "Generale", Cercando un altro Egitto…
- "Raggio di sole", per esempio, conserva un arrangiamento fossatiano. Fossati, quando abbiamo fatto la toumée insieme nell'86, mi convinse a tenere questo brano in scaletta; io non volevo più proporlo, perché l'avevo cantato per tanto tempo, ma lui tirò fuori un arrangiamento tutto puntato, con una ritmica tutta ad incastri. Si trattava appunto dell'arrangiamento che ho ripreso nell'ultima tournée.
- "Cercando un altro Egitto", da talking blues è diventato un rock piuttosto duro.
- Trovo che sia una buona trasformazione della canzone, anche se è diventata tutta un'altra cosa: da ballata acustica molto lenta, dolorosa, ripiegata su se stessa, è divenuta qualcosa di urlato. Ora la vedo come una canzone politica, ed in questo caso mi arrischio a dire che è una versione più giusta di quella originale, la quale era più giocata sul testo, un po' adolescenziale e troppo da cantautore, da cantautore del Folkstudio (di Roma), senza niente togliere a quel locale. Ma forse la verità è che più fai questo mestiere, più ti piace sentire in certi casi il basso e la batteria che picchiano,..
- Le versioni in studio di "Niente da capire" e "Cercando un altro Egitto" facevano parte dell'album soprannominato La pecora. Parlando di quell'album, nelle note che hai scritto l'anno scorso per il cofanetto pubblicato dalla BMG, raccontavi che i musicisti avevano suonato sopra una tua base di chitarra, perché trovavi difficoltà...
- Difficoltà a suonare la stessa canzone per due volte di seguito nello stesso modo...
e magari allungavi o scorciavi le battute a tuo piacimento, un po come Woody Guthrie nelle sue incisioni da solo, quando non era "inquadrato" dalla chitarra di Cisco Houston!
- Eh sì, e credo sia una cosa comune a chi ha iniziato suonando da solo. Prima di imparare che una pausa deve durare tanto, ce ne vuole del tempo! lo dicevo sempre ai musicisti: "Quando cambiano le parole, voi cambiate accordo"; e loro mi guardavano come si guarda un matto, perché non è che gli importasse tanto delle parole. Devo dire che per me la registrazione di quell'album non costituisce un ricordo piacevole: se vuoi suonare con quattro persone, è meglio suonarci contemporaneamente.
- Questa tua esperienza è emblematica di un'intera generazione di musicisti, che spesso si sono formati senza aver studiato musica.
- Indubbiamente siamo stati tutti un po' autodidatti, anche se in seguito molti si sono messi a studiare. Personalmente mi son trovato, essendo un autore, a potermi concedere il lusso di avere dei musicisti a mia disposizione; insomma ho potuto delegare molto, non ho dovuto imparare di persona a costruire un arrangiamento in senso tecnico. Quello che invece ho dovuto imparare, è usare un linguaggio che mi permettesse di spiegare ai musicisti ciò che mi serve. Tutte le volte che scendo in particolari tecnici, però, loro fanno certe facce! Scherzi a parte, i musicisti con cui lavoro attualmente ormai mi capiscono...
- E che tipo di linguaggio usi?
- Riesco a farimi comprendere con frasi del tipo: "Qui ci fermiamo tutti insieme" oppure "Qui vorrei che il pianoforte facesse più o meno cosi"; e in tal caso provo a cantare o suonare l'idea che ho in mente.
- Quando poi si tratta di far capire quale atmosfera richiedi?
- Beh. non mi esprimo mai dicendo: "Vorrei un certo tipo di atmosfera". Generalmente si fanno dei tentativi, suonando. Per esempio nell'album Miramare 19.4.89, ad un certo punto della canzone che si intitola "300.000.000 di topi", volevo un intervento di pianoforte di un certo sapore; non sapevo come spiegarlo ed allora ho detto: "Vorrei qualcosa che ricordi il fraseggio di Elton John su quel dato pezzo". Gilberto Martellieri allora mi ha capito, anche se ciò che cercavo era poi completamente diverso dal brano di Elton John in se stesso. Cerco di fare delle citazioni, che possano dare un'idea di quello che desidero.
- Sei severo con i musicisti che suonano con te?
- No. Ma a volte, raramente, mi sono scontrato con alcuni musicisti, soprattutto perché avevo percepito una mancanza di rispetto nei miei confronti. Il fatto che uno possa sbagliare, invece, è del tutto normale e legittimo. Se poi qualcuno va per una strada diversa dalla mia ed io lo fermo, di solito accetta tranquillamente di non poter suonare a modo suo le cose che scrivo. Il problema si presenta, semmai, quando desidero che i musicisti suonino in un certo modo e non riesco a spiegarglielo. Alla fine però ci si intende: c'è rispetto da parte loro nei miei confronti, cercano di capire, di scavare in quelle che sono le mie necessità e alla lunga ci riescono. A volte questo succede prestissimo e, con i miei attuali musicisti, c'è una tale confidenza che difficilmente - dopo un po' che suoniamo insieme una canzone nuova - non sanno da che parte io voglia andare. Forse lo sanno anche troppo bene, ed il mio problema comincia ad essere proprio questo: cioè tutto sembra funzionare perfettamente e subito, mentre a volte una eccentricità, un buco nero, un intoppo, potrebbero servirmi per allargarmi le idee.
- Nella tua storia musicale, il gruppo che ti accompagna attualmente è quello che è durato più a lungo: vi sono dei motivi particolari alla base di una simile longevità?
Molto semplicemente, il motivo più importante è la coesione umana che si è venuta creando tra noi. Questo conta molto, perché se suoni molto bene con un musicista, ma non lo apprezzi umanamente, il sodalizio non può andare in porto. Mi sembra che su questo problema si siano spaccati fior di gruppi storici.
- Prima accennavi al rischio di una certa prevedibilità, che si potrebbe correre suonando sempre con gli stessi musicisti: pensi che continuerai a suonare a lungo con il tuo gruppo attuale?
- Adesso non sento l'esigenza di rimettermi a fare concerti, perché bene o male - a forza di riascoltare tutto il materiale che in parte è confluito in questi tre album - ho vissuto praticamente in un clima di tournée per quasi un anno. Quanto al prossimo lavoro in sala d'incisione, dipenderà molto dalle cose che scrivo: a seconda delle canzoni che scriverò, chiamerò determinati musicisti piuttosto che altri. Certo la prevedibilità potrebbe rappresentare un rischio: forse potrei aggiungere delle nuove pedine, su certi pezzi utilizzare altri musicisti, ma in assoluto credo che partirò dal mio attuale gruppo.
- Come scegli i musicisti, in generale?
- I musicisti di adesso li ho conosciuti in buona parte tramite Fossati, al quale avevo chiesto di darmi una mano per realizzare Scacchi e tarocchi. Così lui ha portato con sé Rivagli, Guglielminetti e Marteffleri, mentre io ho portato Mancuso, con cui avevo già inciso dei provini per l'occasione: lo conoscevo da tempo, me lo aveva presentato un bassista che aveva lavorato con me in passato, Mario Scotti, ed era nata una simpatia immediata. Però non ci avevo ancora suonato insieme, sapevo che difficilmente sarebbe venuto a suonare fuori dalla Sicilia. Quando poi ho bisogno di altri musicisti, come d'altronde è accaduto, è a questo nucleo di collaboratori che mi affido per un consiglio. Del resto non conosco bene il mondo dei musicisti, alcuni li conosco di fama, ma non mi va di chiamarli soltanto in funzione del nome. In linea di massima, preferisco che siano i musicisti con cui suono a suggerirmi altri musicisti. Fu così che ho conosciuto anche Lucio Bardi: lui si autodefinisce scherzosamente il secondo chitarrista, ma appena può tira fuori le unghie, come nell'assolo di chitarra acustica su "Caterina".
- Uno dei miei primi chitarristi, se così si può dire, è stato un amico dei primi tempi dei Folkstudio, Giorgio Lo Cascio (titolare di album come Il poeta urbano, Divergo 1976 e Cento anni ancora, Divergo 1971): nel primissimo album Theorius Campus con Venditti, oltre ad essere coautore de "La casa del pazzo", suona anche un'assolo su "Signora aquilone". Però il primo "vero" chitarrista è stato Renzo Zenobi (titolare di album co-me Silvia ed altre storie, RCA 1975 e Telefono elettronico, RCA 1981), perché suonava tutto pulitino e mi diceva sempre che dovevo imparare a suonare meglio la chitarra. Lui eseguiva dei fingerpicking impeccabili, con tutte le note che suonavano allo stesso livello, mentre io arrancavo dietro di lui dimenticando pezzi di arpeggi. Mi ha dato una grossa mano negli album Alice non lo sa e Rimmel, dove suona tutte le chitarre acustiche. Invece Luciano Ciccaglione, che si ha suonato in uno o due pezzi su Alice non lo sa ed è un grande chitarrista, non ha mai veramente "collaborato" con me. Il primo chitarrista serio col quale mi sono confrontato, con cui ho discusso di musica e di arrangiamenti, è stato Marco Manusso. Oltre a cercare di soddisfare le mie richieste, Marco dava anche molto di suo, avanzava dei suggerimenti. E poi aveva a cuore il suo "status" di chitarrista, viaggiava con i suoi amplificatori ben curati e teneva molto alla sua immagine anche sul palco. Con lui ho lavorato su tutto Titanic. Poi è arrivato Mancuso, e sono rimasto affascinato dal suo modo di inventare con la chitarra, con un'estrema semplicità che nasconde invece una grande tecnica, un grande animo di musicista.
-A cosa si è dovuto l'avvicendamento tra Mancuso e Manusso ?
- Non lo so... ad un certo punto ho avuto l'impressione che Marco volesse per forza di cose essere estremamente preciso, forse troppo; per esempio non gli andava più tanto di suonare in diretta. Ricordo che spendevamo un mucchio di tempo, durante la lavorazione di Titanic, perché lui magari non era soddisfatto dell'accordatura della sua chitarra; ed io dopo un po' gli dicevo: "Suoniamo, mi 'scappa' di suonare!" Ma a parte questo sono contentissimo di aver lavorato con Marco, tant'è vero che in Musica leggera c'è anche un pezzo che suoniamo insieme, "Natale"; un pezzo minore se vuoi, ma divertente. E non è detto, chissà, che non potremmo suonare ancora insieme... Insomma, non è che ho scelto Mancuso proprio perché non mi stesse più bene di suonare con Manusso. Tuttavia con Mancuso mi sono trovato veramente bene, perché lui è al contrario uno che "prende e suona", stupendoti a volte: è molto semplice, mentre Manusso era più complesso, cercava di più, si andava ad arrampicare su idee più strampalate.
Ad esempio Marco e Vincenzo vivono in modo completamente diverso la dimensione dell'assolo: quando è Marco a suonare, la gente dice: "Ecco qui che parte l'assolo"; quando invece suona Vincenzo, nessuno si accorge che è un assolo, però lui è più calato dentro alla storia che in quel momento stiamo raccontando con il gruppo.
- Tranne Zenobi, che mi ha dato una certa ansia... con i suoi inviti a perfezionarmi, gli altri mi hanno prima di tutto tranquillizzato: mi hanno detto che, per le cose che racconto, il mio modo di suonare la chitarra è sufficiente; insomma mi hanno gratificato abbastanza per quella che è la mia dimensione di chitarrista acustico, che accompagna se stesso. Poi mi hanno stimolato al tempo stesso a studiare, aggiungendo che se avessi preso in mano anche una chitarra elettrica, poi mi sarei divertito ancora di più. Ed io ho risposto con una pro-messa, che ho fatto a loro e faccio a me stesso molto spesso, anche se per ora non l'ho mantenuta. Per il resto non credo che si possano mai quantificare le cose che gli altri ti danno: suonare con loro, comunque, ha voluto dire parecchio per me. Il solo fatto di potersi riascoltare e trovare, per esempio, delle cose molto belle realizzate da Marco su Titanic, rappresenta una soddisfazione anche ad anni di distanza.
- Tornando a parlare dei tre dischi dal vivo, si nota in linea di massima una resa sonora decisamente buona, generalmente migliore rispetto alle vecchie versioni in studio: come si è sviluppata, nel corso di questi anni, la tua attenzione nei confronti della qualità tecnica dei suoni?
- Innanzitutto la tecnologia ha fatto enormi passi avanti: pensate che l'album Rimmel è stato registrato su un otto piste, o forse su un quattro piste, e che c'era un solo compressore, un enorme cassettone... Poi anche i musicisti sono migliorati. Senza nulla togliere alle persone che mi hanno aiutato nella realizzazione di Rimmel, e che hanno veramente dato il sangue facendomi un grosso regalo, devo dire che chi suona con me "Pablo", oggi, è un musicista generalmente più bravo. Inoltre devo concedere un particolare attestato di merito a Luciano Torani, che ha curato il missaggio di tutte le registrazioni scelte per i tre album dal vivo. Lui aveva prodotto in passato l'album Titanic e La donna cannone, e in Catcher In The Sky ha anche suonato l'organo da chiesa su "A pa'". Nel suo lavoro di missaggio ha saputo tirar fuori un suono complessivo perfettamente omogeneo, senza far notare alcuna differenza tra i brani registrati su otto piste e quelli registrati su ventiquattro piste. La qualità di base dei suoni era comunque sicuramente migliore già in fase di registrazione, rispetto a quella di certe versioni originali. Gli stessi strumenti utilizzati attualmente hanno maggiori possibilità di allora: se prendi una Takamine ed infili la spina direttamente nella consolle, ti accorgi che suona meglio di una Martin registrata con i microfoni negli studi RCA di venti anni fa.
Che rapporto hai con un tuo disco, una volta che lo vedi stampato?
E il momento in cui smetto di ascoltarlo ed è un momento doloroso, perché mi rendo conto che è la fine di un lavoro. Il disco entra piano piano in un angolo del dimenticatoio, andando ad aggiungersi agli altri che finirò per non riascoltare più, o per riascoltare raramente.
- ll fatto che non riascolti le tue vecchie incisioni sembra essere un tema ricorrente nell'intervista: come mai?
- Non si tratta di una scelta: semplicemente non mi capita di risentirle, non sono stimolato a farlo. Ecco, all'inizio della mia vita professionale lo facevo più spesso e forse me ne compiacevo anche; ma adesso non è più così: so che i miei dischi stanno lì e li riascolto solo qualche volta. Ieri ho riascoltato appunto "Rollo & His Jets", ma per motivi di lavoro: stiamo preparando gli spartiti di questi ultimi tre album e non mi ricordavo il testo originale della canzone.
- Che musica ascolti abitualmente?
- Sento quei pochi dischi che mi emozionano quando li ascolto per radio. Allora me li vado a comprare, ma sono sempre di meno. Ascolto molto la radio, diciamo che il mio rapporto con la musica prodotta da altri è gestito dalla radio. Però provo raramente quei brividi che provavo da ragazzino, quando usciva un disco che mi piaceva e correvo al negozio per comprarlo, e se non avevo i soldi cercavo un modo per farmeli prestare.
Quali sono stati gli ultimi brividi?
- Non sono recentissimi, comunque direi Lou Reed, sia quello di New York che l'altro, più recente, di Songs For Drella con John Cale; e poi aggiungerci l'ultimo Fossati di Discanto, anche se in segno di amicizia lui mi ha mandato una cassetta prima che uscisse il disco, attutendo un po' l'effetto sorpresa.
- E il vecchio amore per Dylan?
- Beh, dire Dylan per me è scontato, perché mi piace sempre.
- L'ultimo Under The Red Sky poi è un grande disco. Molto meglio di Oh Mercy!
- Sì, un album troppo prodotto, è la stessa cosa che ho pensato. Il Dylan di Oh Mercy non è Dylan, è troppo patinato, anche se poi si tratta sempre di un disco che ascolto. Invece in Under The Red Sky - pur con tutti gli strumenti ben accordati, cosa che da lui non te l'aspetti - Dylan è di una carica incredibile: ci sono delle salite di organo e pianoforte che ricordano pezzi come "One Of Us Must Know (Sooner Or Later)"...
- Ce n'è un altro che ricorda "Like A Rolling Stone".
- Certo, "Handy Dandy": stesso giro di accordi, tutti grandissimi pezzi. Ti ripeto, citare Dylan tra le cose che ascolto è per me quasi superfluo.
- Hai sempre detto che stimi Vasco Rossi: hai qualche idea sul recente boom estivo dei suoi concerti?
- E’ vero, complessivamente mi piace la sua musica. E secondo me il boom dei suoi concerti si spiega con la natura del suo pubblico, un pubblico di appassionati che lo segue con attenzione, capisce esattamente le sue proposte e sarebbe disposto a qualunque sacrificio pur di andare ad ascoltarlo. Non si tratta cioè di un pubblico superficiale, come accade per altri personaggi. Anche questo è un motivo che me lo fa amare.
- Ed anche noi cerchiamo di non apparire un pubblico superficiale: mentre tu senti ormai altre cose, noi abbiamo appena terminato la prima fase di ascolto dei tuoi lavori freschi di stampa. La sensazione che ne deriva a caldo è che tu sia rimasto oggi l'unico cantautore italiano, nel senso che queste canzoni - malgrado la veste rinnovata - sono tuttora legate indissolubilmente alla tua persona. Forse la stessa cosa non si può dire dei tuoi colleghi, le cui canzoni spesso non sembrano più obbligatoriamente legate all'interpretazione dell'autore.
- E’ vero che in questi miei lavori c'è ancora una grande "artigianalità", e che dietro sembra ci sia sempre un uomo soltanto. Certo ho avuto accanto Fio Zanotti (il produttore di Mira Mare 19.4.89), Luciano Torani o altri, ma alla fine - nel bene e nel male - tutti quanti si sono in una certa misura rapportati a me. Anche il mio gruppo, che suona così bene, a volte è come se mettesse la sordina perché glielo chiedo io. Voi dite che da questi album dal vivo viene fuori un De Gregori cantautore: ebbene, io credo che venga fuori un mio modo di essere molto "solitario", mentre altri miei colleghi si vedono forse maggiormente immersi in una realtà musicale complessiva e più articolata.
- Tanto per fare un esempio, il Venditti di "Ricordati di me" ha scritto una buona canzone, che potrebbe essere tranquillamente interpretata da altri. ..
- Certo, "Ricordati di me" potrebbe essere benissimo la canzone di un grande autore, cantata da un interprete vocale. Nel mio caso, invece, c'è una grande rispondenza tra la parte compositiva e la parte interpretativa. La qualcosa, devo dire, non è che mi faccia poi tanto piacere: se da un lato dimostra effettivamente che un po' so cantare, dall'altra potrebbe anche voler dire che le mie canzoni funzionano soltanto quando le canto io. Questo potrebbe essere considerato un limite, anche se le rare volte che ho scritto per altri sono rimasto soddisfatto, come nel caso del testo scritto per Zucchero o della canzone "Cuore di cane", scritta per Fiorella Mannoia. E poi ho sentito una versione di un pezzo già cantato da me, la quale mi ha lasciato esterrefatto per come è venuta bene: si tratta di una versione dal vivo di "Saigon", cantata da Paola Turci.
- Hai mai avuto paura di esporti troppo in una canzone, e quindi ne hai cambiato il testo?
- No, però rimpiango di essermi esposto poco qua e là. Voglio dire che non mi sono mai censurato, ma risentendo alcune canzoni incise, ho pensato che avrei potuto essere più incisivo.
- Vieni mai colto dalla paura o dall'angoscia di perdere la capacità di scrivere canzoni?
- Chi pratica il mio mestiere questa paura un po' ce l'ha, perché scrivere una canzone è un fatto talmente inafferrabile, che non puoi avere garanzie. Però io ho imparato a convivere con questa paura da molti anni: si impara a conviverci anche passando e accettando di passare - come a me è capitato - lunghi periodi senza fare dischi, perché non avevo nulla da dire. Cosi sono stato tre anni senza incidere, dopo Bufalo Bill e prima di Titanic. E se ti concedi il lusso di non fare quando non hai voglia di fare, allora questa paura ti passa, perché capisci che devi aspettare.
- Hai detto che in alcuni periodi non hai scritto canzoni, perché non avevi niente da dire: è ancora importante dire qualcosa?
- Beh, io sono un po' viziato in questo senso: mi sono sempre potuto esprimere, mi sono sempre illuso di raccontare me stesso a della gente che mi ascoltava, e magari diceva: "Bello! ". Quindi per me è importante.
- Hai la rabbia di un tempo, se rabbia c'è stata?
- La rabbia rapportata al nostro sistema politico, alla nostra condizione sociale... che tipo di rabbia?
- Si potrebbe usare una parola inflazionata: "esistenziale"...
- Quella cui accennavo è esistenziale, per me: ho delle antenne particolari nei confronti delle questioni sociali, mi indigno per come vedo andare alcune cose, anche piccole cose...
- Comporre è un mestiere acquisito nel tempo, o che richiede ispirazione?
- Richiede ispirazione. L'ispirazione viene in momenti strani, magari quando non hai uno strumento con te e non la puoi verificare. Però continui a portartela appresso, forse un mese, forse sei mesi, e te la lasci maturare; a volte te la dimentichi. Poi, al momento di assemblare le idee nate dall'ispirazione, c'è una parte tecnica di lavoro che ti porta a limare qua e là. Ma è una cosa che io faccio poco.
- Il discorso vale sia per le musiche, sia per i testi?
- Sì, all'inizio la musica e il testo si inseguono, un po' come in un effetto di feedback: se per esempio parti da un verso letterario e ci metti sopra la musica, questa musica magari la devi modificare perché è troppo piatta o banale; così vai avanti articolando la musica e, di conseguenza, scrivi delle parole nuove su quella musica che hai aggiustato...
- E l'arrangiamento, o almeno l'idea di un possibile arrangiamento, nasce contemporaneamente alla canzone?
- A volte sì. Quando ho scritto "L'abbigliamento di un fuochista" prima dell'album Titanic, ho subito pensato che dovevo cantarla con Giovanna Marini e arrangiarla per sole voci e chitarra, o poco più. Altre volte, i pezzi richiedono invece una ritmica ben presente: allora devi andare in sala per confrontarti con i musicisti, e non sempre la soluzione è facile da trovare. "Cose", ad esempio, filava liscia quando la cantavo in camera mia con la chitarra; ma in sala, prima dell'album MiraMare, abbiamo dovuto provarne varie versioni nell'arco di più di due mesi, perché non veniva mai bene. In quell'occasione sono anche riuscito ad insegnare qualcosa ai chitarristi. Infatti dovete sapere che nei dischi in studio, per quanto è possibile, cerco di far suonare anche la mia parte di chitarra ad uno dei chitarristi dei gruppo, in modo che venga più precisa. Ebbene, in quel caso nessuno riusciva a fare bene la mia parte, e Mancuso è stato tre giorni a cercare di capire come dividevo la pennata. In effetti la dividevo seguendo il testo e, per chi sa suonare la chitarra, è veramente drammatico scontrarsi con uno come me che non è assolutamente regolare. Alla fine, però, Mancuso ha dovuto ammettere che gli avevo insegnato qualcosa! D'altra parte, quando lo stesso Mancuso o Manusso provano a scrivere delle canzoni, la loro divisione esatta diventa in qualche modo un limite. Ed allora mi chiedono: "Ma tu come fai a scrivere i testi con questa facilità?" A parte il fatto che non è facile, comunque io scrivo i testi con quella che loro chiamano facilità, perché non mi preoccupo se la chitarra fa qualcosa di irregolare. Loro invece sono un po' condizionati.
- Ci sono cose di cui avresti voluto scrivere, ma che non hai scritto?
- Non penso... tuttavia mi rendo conto che potrei scrivere molte più canzoni d'amore, adesso, perché effettivamente sono molto innamorato. Però sento un pudore maggiore nel narrare me stesso e la mia vita privata, rispetto ai tempi di Rimmel per esempio. E questo un po' mi dispiace, ma non posso farmi violenza. Però, leggendo tra le righe dei tre dischi e delle copertine, emerge... ... emerge una realtà familiare, è vero!
- Può succedere che alcune frasi nei tuoi testi contengano segreti che soltanto tu conosci?
- Ci sono frasi estremamente involute, legittimate dal fatto che pur nascendo da un segreto che conosco soltanto io, sono fruibili a qualsiasi livello, anche da chi naturalmente non conosce il segreto. Questo non ha nulla a che fare con l'ermetismo, ma io posso fare chiaramente delle allusioni, che rimandano ad un mondo soltanto mio.
LUCIO BARDI
Se non sbaglio, sei entrato a far parte del gruppo che abitualmente accompagna De Gregori nel 1988. Nelle tournée cui hai collaborato, ricordi degli episodi particolarmente emozionanti dal punto di vista chitarristico?
- Mi è un po' difficile rispondere, in quanto tutto questo periodo di collaborazione è stato per me bello, ricco ed entusiasmante, sia per quel che riguarda la mia interazione con gli altri musicisti che con la musicalità di Francesco. Il lavoro in una tourneè rischia a volte, per il fatto che devi suonare tutte le sere gli stessi pezzi, di cadere nell'abitudine, nella routine. Nel mio caso i momenti emozionanti sono stati parecchi, ma non saprei ricordare oggi in quali brani o in quale serate questo si sia verificato con maggiore intensità.
- Parliamo allora piuttosto dei momenti solistici, in cui la tua chitarra usciva maggiormente allo scoperto.
- Ricordo innanzitutto il mio assolo di chitarra acustica su "Caterina". Inoltre nel tour invernale '88-89, mancando Mancuso per altri suoi impegni di lavoro, l’ho sostituito per quanto possibile all'elettrica, quindi anche negli assoli.
- Passando quindi, a seconda della canzone, dall'acustica all'elettrica: è successo in qualche caso che tu abbia trasposto un assolo di elettrica sull'acustica?
- Non mi pare, non credo. E’ invece successo che per qualche serata, mancando per qualche ragione il sax, io abbia sostituito l'assolo finale di sassofono, prolungando la mia parte di chitarra con una differente tessitura armonica.
- Da un punto di vista strettamente tecnico e sonoro, come ti trovavi con la chitarra acustica inserita in un organico ampio come quello che accompagna Francesco?
- Quasi sempre bene, anche se in una tournée piccoli inconvenienti si possono di tanto in tanto verificare. Nel primo caso è stato molto determinaine il fatto che Francesco sia molto affezionato al suono della chitarra acustica, e quindi tenda a valorizzarne la presenza: ciò ha reso il mio lavoro sempre molto piacevole.
- Come eri amplificato e collegato?
- Avevo il mio amplificatore ed i miei effetti per il mio ascolto sul palco, ma in realtà la mia chitarra entrava in diretta nel mixer, al fine di una totale sicurezza nei confronti del feedback.
- Una domanda analoga a quella fatta a Mancuso. Come nascono i tuoi interventi di solista? In che misura vengono concordati e programmati in fase di prove?
- Quando in un brano si manifesta la necessità di un mio assolo di chitarra, vengo in genere lasciato abbastanza libero di svilupparlo secondo il mio gusto personale.
- Per essere più specifici, ad esempio sul tuo intervento in "Caterina ": ti eri già fatto un'idea di come muoverti in base all'ascolto dell'album Titanic?
- No, tutto è nato abbastanza spontaneamente, parlandone con Francesco ed ascoltando insieme quello che succedeva durante le prove. D'altra parte questo si poteva verificare con facilità, visto che Francesco ed io abbiamo dei gusti musicali abbastanza affini per quel che riguarda la chitarra acustica. Tutto insomma si svolge all'insegna della massima spontaneità e libertà espressiva, come avviene del resto riell'arribito di tutta il gruppo in generale.
VINCENZO MANCUSO
Cè qualcuno dei tuoi interventi solistici, nelle canzoni di De Gregori entrate a far parte degli ultimi tre album dal vivo, che hai trovato più divertente degli altri da eseguire?
- A dire dire il vero mi divertivo su tutti i brani. Semmai ce n'erano alcuni in cui Francesco si divertiva... a lasciare indeterminata la durata della parte solistica, per cui non sapevo mai se il chorus durava otto, sedici, ventiquattro o addirittura trentadue battute!
- C'era quindi il fascino dell'improvvisazione, dell'imprevisto...
- Sì, c'era il fascino dell'improvvisazione, ma il rischio era di trovarmi nel bel mezzo dell'assolo con il batterista o Francesco che chiudevano.
- In quali pezzi succedeva?
- In "Bambini venite parvulos" e in "Cose". La struttura dell'assolo di "Cose" era tuttavia la più malleabile, nel senso che gli si poteva dare un indirizzo molto diverso di sera in sera. Per essere più chiari, diciamo che non aveva la struttura di un giro di blues, ad esempio, con dei passaggi obbligati: aveva una struttura armonica molto semplice, con tutti accordi di re e di sol, per cui capitava che gli potessi dare a volte un sapore lievemente heavy metal; altre volte poteva muoversi come un pezzo per cornamusa, in quanto era facile tenere una nota di pedale. Insomma, di sera in sera tutto poteva prendere un sapore diverso: in definitiva penso che "Cose" possa essere stato per me il pezzo più divertente.
- Nella produzione di questi album hai dovuto effettuare qualche intervento a posteriori, qualche ritocco qua e là?
- In generale si sono tenute integre le registrazioni originali, perché più che al contenuto tecnico delle registrazioni si è badato al contenuto musicale. Perciò ho dovuto eseguire solo qualche piccolo ritocco laddove c'erano dei problemi tecnici di minore entità: una scarica, il ronzio di qualche cavo...
- Cosa intendi esattamente per contenuto musicale: cose come il sapore del brano, il feeling?
- Per l'appunto... badando soprattutto a questo, è successo che in qualche caso venisse scelta la versione di un brano registrata su otto piste, piuttosto che quella su ventiquattro piste. Va detto poi che nel corso delle registrazioni, avvenute nell'arco di alcuni anni, si è sempre privilegiata la dimensione dello spettacolo dal vivo rispetto a quella della registrazione in sé: vale a dire che non si prendevano tutti quegli accorgimenti che spesso si prendono, quando si fa uno spettacolo al fine della registrazione, come ad esempio la separazione degli strumenti per lasciare aperta la strada di interventi a posteriori. Quindi, anche se lo avessimo voluto, sarebbe stato impossibile fare qualcosa di più di piccoli e sporadici interventi di pulizia e di ritocco. Solo in un paio di casi ho inciso a posteriori degli assoli, approfittando del fatto che nelle registrazioni... la mia chitarra non c'era proprio, per motivi che potremmo definire organizzativi più che tecnici: per esempio mi ricordo che su "Pablo", nella sera della registrazione che è stata poi scelta, ero impegnato ad accordare la chitarra di Francesco, che aveva appena rotto una corda. In quel caso non ho fatto altro che rieseguire la parte solistica esattamente come la suonavo ogni sera.
- Hai avuto quindi l'occasione di rientrare con Francesco in sala di registrazione, e magari riascoltare qualcuno dei pezzi, in fase di missaggio?
- Sì, ho potuto ascoltare delle canzoni in... anteprima!. Anzi sono stato anche vittima di uno scherzo: in studio hanno fatto un missaggio mettendo appositamente un delay sulla mia chitarra ed accusandomi di aver suonato fuori tempo...
- Nella fase di prove precedenti le tournée, come si arrivava a decidere e definire i tuoi interventi solistici?
- In genere si rispettava la stesura dei dischi precedenti. Ma a volte, tenendo presenti le esigenze dello spettacolo dal vivo ed in relazione alla scaletta, è capitato di aggiungere degli assoli finali, per un motivo di accordo o di stacco con la canzone seguente. Qualche volta è successo che Francesco decidesse, senza preavviso, di suonare un pezzo che non era stato provato in relazione a quello specifico tour. Questo succedeva magari durante i bis, ma si trattava comunque di canzoni che facevano parte della scaletta di tournée precedenti e che già conoscevamo. In tal caso la successione degli interventi solistici era del tutto spontanea ed estemporanea.
-Affidata quindi al vostro buonsenso musicale...
- Certo, al nostro buonsenso ed anche all'affiatamento di noi tutti.
MARCO MANUSSO
Nel nuovo lavoro di De Gregori, c'è una strana e divertente versione di "Natale" con Francesco alla chitarra acustica e tu alla lap steel: come è nato questo arrangiamento?
- Francesco mi ha invitato a casa sua, per provare qualcosa in vista di una serata da fare al Folkstudio di Roma, la solita serata per salvare il locale dallo sfratto... Sapevo che c'erano altri musicisti, chitarristi acustici, così mi sono presentato da lui con una lap steeI Fender a otto corde ed abbiamo cominciato a vedere cosa si poteva tirar fuori.
-Avete fatto delle prove?
- Beh, i pezzi già li conoscevo: dovevamo unicamente provarne la stesura, cioè vedere con che ritmo lui doveva accompagnare e che cosa dovevo fare io. Abbiamo provato anche altri suoi vecchi pezzi, tra i quali "Niente da capire", mi sembra.
- E come mai questa versione di "Natale" è finita sull'album?
- Non so, dovresti chiederlo a Francesco... Però, qualche giomo dopo l'esibizione al Folkstudio, lui mi ha invitato a casa sua e ci siamo sentiti il nastro con "Natale": era veramente divertente, anche se la qualità del suono non era tanto buona. Poi molto tempo dopo, parlando del suo progetto di dischi dal vivo, io gli ho detto scherzando: "Perché non ci metti quella versione di 'Natale'?" Francesco era preoccupato per il suono, ma un giorno mi ha telefonato dicendomi che aveva deciso di inserirla. Tutto qui.
- Come è nata la collaborazione con Francesco?
- C'è stato un periodo in cui Francesco proponeva dei giovani all'RCA, e l'allora direttore Melis passava quei lavori a me per vedere cosa se ne poteva fare. lo facevo in quei tempi il produttore di sala e, contemporaneamente, frequentavo il Folkstudio... Insomma io e Francesco ci siamo incontrati per qualche anno senza che lui sapesse né chi fossi, né che curavo le sue proposte alla RCA. Poi finalmente ci siamo "presentati", ed è nata una collaborazione che à durata se non sbaglio quattro anni.
- Tu hai partecipato, oltre che ai dischi Titanic e La donna cannone, a qualcosa come quattro tournée con Francesco: anche allora, come dimostrano questi recenti album dal vivo, gli arrangiamenti venivano modificati in maniera a volte così radicale?
- Credo che Francesco si stanchi facilmente di eseguire per anni le stesse canzoni nella stessa maniera. Quindi, soprattutto quando sei in tournée e devi suonarle ogni sera, possono venirti tranquillamente delle idee che finiscono per cambiare il cinquanta per cento dell'arrangiamento "definitivo". L'arrangiamento apparentemente definitivo è quello che appare sul disco, ma negli anni esso può assumere un aspetto diverso e - perché no - migliore, più funzionale. Magari suoni da sempre un pezzo in un certo modo, e dopo dieci anni ti accorgi che quella ritmica è sbagliata...
- Che tipo di rapporto musicale avevi con Francesco?
- Per l'album Titanic c'è stata una vera e propria collaborazione, nata dal fatto che al momento di entrare in sala, io conoscevo già i pezzi ed alcuni li avevo sentiti nascere. Eravamo stati in vacanza insieme e Francesco, ogni tanto, mi faceva ascoltare delle canzoni nuove: voglio dire che in quella situazione avevamo del tempo a disposizione, cosa che non capita di frequente, e quindi potevamo suonare e tirar fuori delle idee per dei possibili arrangiamenti.
Proprio a proposito di Titanic, in un'intervista al Mucchio Selvaggio (n. 971 di qualche anno fa), dichiaravi che si trattava di un disco fatto "ai mezzi" con Francesco.
- C'erano delle idee proposte da me su alcune parti di chitarra, che avevano trovato Francesco d'accordo e che andavano naturalmente ad influenzare il suono generale. In effetti sento Titanic come un disco che mi appartiene abbastanza. Non mi era stato chiesto di realizzare degli arrangiamenti, quindi non c'era niente di ufficiale, però avevo trovato degli spazi per inserire delle frasi di chitarra e anche delle idee di arrangiamento.
- Tu hai suonato dal vivo con vari musicisti: c'è qualcosa di diverso in De Gregori?
- Sai cosa ha Francesco? In certi momenti lui riesce, anche sul palco, a creare qualcosa di magico: la canzone magari è semplice, è la stessa che suonavi da tempo, ed improvvisamente ti trovi ad averla capita. A quel punto ti dimentichi di essere su un palco, non sei più preoccupato e teso sulla tua entrata o sull'assolo, tutto fila via per incanto. E questo non accade spesso quando suoni dal vivo.
- Come è finita la tua collaborazione con Francesco?
Credo che lui fosse stanco del suono che il gruppo di allora aveva. Tuttavia, è anche vero che i rapporti si rovinano per motivi che vanno al di là del fatto musicale: durante le toumée si sta sempre insieme, in situazioni a volte precarie; lui è stanco e siamo stanchi noi, hai alle spalle chilometri e chilometri e quindi sei al limite delle possibilità diplomatiche. Comunque, dopo alcuni anni, ci siamo incontrati di nuovo: ho suonato alcune volte come ospite nei suoi concerti, ed è venuto fuori questo "Natale".
- La lap steel che hai usato in questa registrazione, che accordatura aveva?
- L'accordatura mi sembra che fosse in la 6, vale a dire: mi do# la fa# mi do# la fa#. La chitarra è una Fender suonata attraverso un Gallien & Krueger, una lap con un suono particolare, che mi ricorda il suono dei cartoni animati di Topolino negli anni quaranta. La lap steel non ha quel suono un po' smielato della pedal steel, che quasi ti obbliga a bloccare la tua immaginazione in un ambito country. Con la lap steel sei più libero e puoi creare una sonorità più ampia.
- Che differenza c'è tra una pedal steel e una lap steel?
- La prima chitarra elettrica a tutti gli effetti era una lap steel. La pedal ha invece un'altra accordatura, in mi 9, ed inoltre prevede dieci corde e la possibilità di usare dei pedali. Diciamo che la lap è la cugina povera della pedal steel.
Giuseppe Barbieri
Intervista a Radio Rai 1, 11 Marzo 2002
di Massimo Cotto
Massimo Cotto: Avresti parlato lo stesso con noi se Roma-Lazio non fosse finita cinque a uno?
Francesco De Gregori: Avrei parlato lo stesso, ma sono più contento adesso. Dirò delle cose più intelligenti.
Una volta hai detto: "Io scrivo canzoni come un calzolaio fabbrica scarpe". Sei d'accordo quindi con Fossati, che sostiene che la parola "artista" andrebbe sostituita dalla parola "artigiano" per dare l'idea del lavoro che sta dietro alla scrittura di un brano?
Beh, la canzone è come un paio di scarpe. E' unica e irripetibile, non è fatta in serie. Un calzolaio fa un paio di scarpe per volta, e in questo senso fare il musicista è un lavoro artigianale, anche se l'immagine è un po' pittoresca. E' un lavoro che si fa quando hai voglia e con gli strumenti che hai a disposizione al momento.
Ci hanno insegnato che le risposte dovrebbero essere cercate nella filosofia e nella storia e che in realtà il compito dell'artista è spesso anche quello di fare domande. Oggi però si chiede ai cantautori di diventare dei maestri di pensiero. Ciò accade perché non funziona più la filosofia o perché funziona troppo la musica?
Dio mio, questa è un'intervista serissima. Speravo in qualcosa di più frivolo...In realtà nessuno mi ha mai chiesto di diventare un maestro. Siamo tutti maestri di pensiero quando usciamo per strada e comunichiamo il nostro pensiero ad altre persone. E' chiaro: la canzone racconta delle storie, quindi può essere considerata un insegnamento tanto quanto un messaggio pubblicitario, un film o un libro. Non dico questo per sminuire il ruolo della canzone, ma per cercare di evitare che qualcuno vi cerchi troppi significati. Quando ho scritto "Dr. Dobermann" non ho cercato di insegnare qualcosa a qualcuno, ho soltanto raccontato delle storie, nemmeno molto chiare, che avevo nella testa. Chissà chi è questo Dr. Dobermann... secondo voi chi è?
A mio parere gli unici che devono insegnare qualcosa sono i docenti che stanno dietro una cattedra e hanno la responsabilità di educare le giovani menti e insegnargli Dante. Le canzoni vanno bene durante la ricreazione.
Tu spesso sostituisci un "e" al posto di un "ma". Ad esempio, in "Il cuoco di Salò" dici: "e qui si fa l'Italia e si muore", anziché ripetere il motto "qui o si fa l'Italia o si muore", mentre nel titolo di un tuo album rovesci il modo di dire "Prendere o lasciare" in "Prendere e lasciare". E' soltanto un modo di giocare con le parole?
Sono solo titoli di canzoni. Anche se sicuramente c'è una bella differenza tra dire "Prendere o lasciare" e "Prendere e lasciare"
Te lo domando perché solitamente all'artista si chiede di illuminare quelle parti che normalmente gli altri non vedono.
Io non illumino niente, solitamente sono io ad essere illuminato con le luci che ci sono sul palco. L'artista viene illuminato, ma non illumina nessuno. Il massimo che l'artista possa desiderare è di essere pagato... e spesso succede che non lo facciano.
In "Il bandito e il campione" si parla anche di tradimento. Sei mai stato tradito da qualcuno o da qualcosa?
Non in modo irreparabile. I tradimenti fanno parte della vita e delle nostre stanze. Di sicuro la canzone parla del tradimento di un'amicizia, ma non posso parlare di una canzone che non ho scritto io, bensì mio fratello, Luigi Grechi. E questo mi mette a disagio. Il brano narra la storia di un ciclista famoso, Costante Girardengo, che ad un certo punto pare (è meglio usare la forma dubitativa sennò mi fanno causa) abbia dato una soffiata alla polizia per favorire l'arresto di Sante Pollastri, che al tempo era un bandito famoso. La canzone però è romanzata, e il fatto giudiziario passa sicuramente in secondo luogo. Sicuramente è una storia sul tradimento, ma ai tradimenti bisogna sopravvivere.
Spesso, durante i tuoi concerti, dai l'impressione che ti infastidisca che il pubblico canti in coro. Anche questa è una eredità dylaniana? Dylan cambiava il fraseggio per evitare l'effetto karaoke.
No, non mi dà alcun fastidio se la gente canta in coro. Se cambio le canzoni non è per impedire al pubblico di seguirmi; ma è normale che una canzone, dopo tanti anni, cambi forma rispetto a quando l'ho scritta e registrata. Io non riesco più ad ascoltare i miei dischi, e non vado mai a risentirli. E' chiaro: una canzone cambia, è uno dei suoi grandi privilegi. Il quadro di un pittore, una volta completato, non può più essere modificato, ma chi scrive canzoni può cambiarle. Si possono cambiare gli accordi, le parole, aggiungerne, toglierne e soprattutto si può modificare il cantato. Io non ho più la stessa voce di quando ho scritto "Alice" ed evidentemente sarebbe un falso, un plagio di me stesso, cantarla oggi come lo facevo allora. Spesso alla radio la passano: ma quel brano non è più mio. E mi va benissimo che il pubblico mi faccia il coro.
"Alice" e "Niente da capire" sono due brani che hanno subito alcune censure. Purtroppo noi della RAI avevamo stabilito che il brano "Alice", con la frase "un mendicante arabo ha un cancro nel cappello" non potesse passare per radio attorno all'ora di pranzo; e ti abbiamo anche chiesto di sostituire, in "Niente da capire" la frase "faceva dei giochetti da impazzire". Hai subito altre forme di censura dirette o meno?
Le censure che hai citato sono sufficienti ad illuminare l'idiozia dei censori. Non c'è nessun motivo per cui si debba censurare la parola "cancro" o la parola "giochetti". Sono cose che fanno parte della vita quotidiana. A quei tempi qualcuno ha pensato che fosse disdicevole usare certi termini.
Personalmente ho trovato molto strano che le radio americane, dopo l'11 settembre, censurassero alcuni brani perché giudicati non adatti.
Ma sai, gli americani sono strani. Bisognerebbe vedere se è realmente così... io non mi fido di quello che dicono i giornalisti.
E' vero che la prima canzone che hai imparato a suonare con la chitarra è stata "Il ragazzo della Via Gluck", quando avevi quindici anni?
E' abbastanza vero.
Come "abbastanza" vero?
Ora non ricordo esattamente, ma quella canzone è stata la mia prima hit.
Sei felice del ritorno all'attività di Enzo Jannacci, dopo le difficoltà che ha avuto per trovare una casa discografica?
Per me Jannacci non è mai andato via, e quindi non è mai tornato. Jannacci è una presenza, e non riesco a vederlo prigioniero di un disco o di una casa discografica.
Se tu dovessi parlare ad una donna o ad una persona con una canzone, quale sceglieresti?
Ci mancherebbe solo che parlassi con le canzoni. Io parlo normalmente con la lingua italiana, dico: "Ciao, come stai?", le solite cose.
Ti faccio l'unica domanda che mi hai chiesto di non farti. Ti senti un poeta?
Ognuno è responsabile delle domande che fa. Si sono fatte tante chiacchiere sul rapporto canzone-poesia. E' solo un mestiere diverso. Credo che fare il mio mestiere sia più difficile che fare il poeta. Io devo fare i conti anche con la musica, un poeta invece è libero e non deve incastrare i suoi versi dentro una ritmica. Poi ci sono belle canzoni e brutte poesie, e brutte canzoni e belle poesie: ma sono mestieri diversi.
Se la televisione fosse diversa la frequenteresti di più, o pensi che il compito de musicista sia anche quello di rimanere un po' fuori dal mondo per poter giudicare e vedere meglio?.
La televisione non è l'ombelico del mondo, per un musicista. E' una cosa che sta lì e può capitare di andarci. E' come andare a Vigevano: un giorno decidi di andarci, un altro no. Trovo che sia una stortura il dover collegare il mondo della musica a quello della televisione. Il musicista deve stare sul palco e la televisione può esserne la fotografia. Sarà il musicista a scegliere il fotografo che preferisce; e sinceramente non ce ne sono molti di bravi, attualmente.
Nelle tue canzoni hai cantato spesso il disagio, la diversità e il senso di non appartenenza. Ciò è un tratto comune a chi scrive?
Sai, capita che un solo giorno, una sola ora di quel dato giorno di un anno, ci sentiamo soli, diseredati e tristi come Oliver Twist. Quel momento lo devi prendere al volo e farne una canzone. Pensi che quando si è allegri non si scrive canzoni o, come diceva Bruno Lauzi, chi fa l'amore non ha mai la chitarra in mano?
Sto scherzando. Io racconto quello che succede a me e intorno a me. Ci sono sicuramente canzoni che esprimono questo tipo di sofferenza, ma ci sono anche moltissimi romanzi e film. Forse servirebbe un grandissimo poeta per raccontare la serenità. E' sicuramente più facile parlare dei giorni storti.
Ultima domanda. Cosa non ti piace del mondo che abitiamo?
Posso dirlo veramente? Non vorrei essere poi preso per terrorista. Ti posso dire però una cosa che mi piace. Mi piacciono le telepromozioni fatte da Pippo Baudo, sono la cosa più bella che ho visto.
La canzone d’autore
di Luca Cerretti
La canzone d'autore, agli inizi degli anni 70, si fece conoscere anche dal grande pubblico e divenne un vero e proprio fenomeno discografico.In quel periodo la Rca e la Ricordi diedero la possibilità ad autori di pubblicare canzoni che erano distanti anni luce dalle banalità sanremesi che ancora imperavano. Francesco De Gregori fu uno di questi.Comparve, giovanissimo , sulla scena del famoso locale romano del Folkstudio. Allora, ben pochi capirono che quel giovanotto dall’aria trasognata avrebbe rinnovato profondamente il linguaggio della canzonetta.
De Gregori fece saltare in aria i più comuni nessi logici di causa - effetto, usò metafore inusuali e criptiche, giustappose i versi demistificando la metrica, e introdusse immagini metafisiche ed ermetiche. A parte l’insistito uso del correlativo oggettivo teorizzato da Eliot, per capire il retroterra del cantautore romano, più che alla tradizione poetica nostrana, bisognerebbe guardare al lavoro letterario svolto da alcuni scrittori come Hemingway o Fitzgerald ma soprattutto, alle canzoni del folksinger più importante del ‘900 : Bob Dylan (senza dimenticare Leonard Cohen).
Rimmel uscì nel giugno 1975 è fu il primo grande successo commerciale del cantautore (l’album bruciò le 300.000 copie in pochi mesi).
Jovanotti in una recente intervista ha dichiarato che : "Senza Rimmel non ci sarebbe stato in Italia un certo modo di scrivere le canzoni d’amore".Questo è innegabile, ma Francesco aveva raccontato in un altro modo l’amore anche negli altri album.Anzi, per la verità, De Gregori l’amore non l’ha mai raccontato.
Ha raccontato il dolore, la perdita della persona amata, senza cadere nel patetismo e nell’autocommiserazione compiaciuta.Se si ascolta Rimmel con attenzione si scopre che neanche in questo caso, si può parlare di una canzone d’amore. Intanto, De Gregori non ci narra una storia, ma evoca una serie di immagini che si sovrappongono in modo casuale, come una lunga madeleine che riaffiora dal passato. Si intravedono i segni di una storia finita amaramente, ma senza ricorrere alle parole logore come amore o cuore.
Ci sono versi che lasciano trapelare un risentimento di fondo, una rabbia non del tutto sopita : "E cancello il tuo nome dalla mia facciata" o quelli del celebre ritornello" Ora le tue labbra puoi spedirle ad un indirizzo nuovo".Si intravede però un pizzico di nostalgia "Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi se per caso avevo ancora quella foto in cui tu sorridevi, e non guardavi".
Piano Bar è uno spietato ritratto dell’ex amico Venditti che all’epoca si stava già avviando a diventare il fenomeno squisitamente commerciale di oggi "Sono un pianista di piano bar che suonerà finche lo vuoi seguire non ti disturberà"(Venditti comunque gli risponderà con la canzone Francesco).
Sorretto da un ritmica talking blues di matrice dylaniana, Quattro cani mette in evidenza le molteplici affinità che intercorrono tra il mondo degli uomini e quello degli animali, con la differenza che il cane sa essere fedele sempre e comunque, l’essere umano solo se ben pagato.
In Pablo c’è lo zampino di Lucio Dalla che all’epoca non era ancora esploso come autore (avverrà due anni più tardi con l’album Come è profondo il mare). Una degli evergreen del cantautore è senza dubbio Buonanotte Fiorellino.
Capolavoro insuperato di dolcezza, il brano è un valzer in tre tempi che cita Winterlude (siamo quasi al vero e proprio plagio) del menestrello di Duluth (ancora lui !).
Già apparsa sull’album Vol VIII di Fabrizio De Andrè (con qualche piccola modifica) Le storie di Ieri è un racconto che rievoca la dittatura fascista vista con gli occhi del padre.
"I poeti che brutte creature ogni volta che parlano è una truffa" è la prima di una serie di invettive verso il mondo accademico dei letterati che più volte hanno osteggiato la "canzonetta"(si veda anche il brano Poeti per l’estate contenuta nell’album Scacchi e Tarocchi).
Chiude l’album Piccola mela che sembra uscire da una certa iconografia di fine ottocento ( e infatti la copertina dell’album non ritrae una bellissima donna proprio di quell’epoca ?).
I riferimenti a Dylan nelle canzoni di De gregori
(dal forum del sito italiano di Dylan - Maggie's Farm)
Ciao Michele, mi inserisco volentieri nel dibattito degregori-dylan. Ma faccio una premessa se vuoi un po' snob, ma dovuta e netta.
Credo che per parlare di degregori in un campo minato come quello dell'ispirazione di un cantante ad un altro, terreno in cui si può anche parlare di plagio, scimmiottamento, appiattimento, tutti concetti molto pericolosi dal punto di vista musicale, beh, credo che per poter parlare di tutto questo bisogna conoscere molto bene gli artisti di cui si parla.
Nel caso di De Gregori, per poter parlare del suo rapporto con Dylan, bisogna conoscere l'intera produzione in studio di Francesco, la sua raccolta live, e aver visto diversi concerti dal vivo. E possibilmente aver letto di lui.
Altrimenti si fa confusione e si emettono giudizi sommari. Quindi spero che chi partecipa a questo dibattito conosca come me ( qui la modestia non c'entra nulla ) tutto quello che ho menzionato sopra.
Se invece ci si limita ad ascoltare un " the best " o a citare le sue traduzioni e i suoi omaggi palesi, allora si combina un casino...
Detto questo. Se ascolto il primo album di Francesco assieme a Venditti, di dylaniano nel suo contributo all'album c'è pochino. Signora aquilone, il brano più famoso, è melodia italiana, ha poco di direttamente americano. Dolce signora che bruci, forse nel testo. In mezzo alla città e Vocazione 1 e 1/2, per nulla. In Alice c'è un tale proliferare di violini e arrangiamenti particolari, da confondermi le idee. Tranne che per alcuni casi evidenti ( buonanotte fratello e la casa di hilde, che a me ricorda molto one too many mornings), c'è un Francesco che sta esplodendo come una bomba sul panorama musicale italiano con qualcosa che nessuno ha
mai sentito prima, nei testi e nelle musiche. Dylan è presente, e sarà sempre presente, come uno che ha usato la musica per fare quello che ha fatto, per comunicare cose di sè, per parlare del mondo e della propria mente senza curarsi dell'arte " povera " che sta usando.
In altre parole, Dylan ha mostrato la strada in questo. Credo che Francesco sia stato molto colpito da questo. I rimandi musicali sono, credo, una cosa diversa. Abbiamo di fronte un giovane di 21 anni che compra dischi di Cohen e Dylan e De Andrè. Mettiamoci anche che questo giovane le scrive pure, le canzoni. Crediamo forse che l'arte nasca dal nulla ?
Nasce dall'esperienza, da quello che vediamo e facciamo e interpretiamo. L'arte è condizionata per natura, per nostra natura. C'è sempre qualcuno che ha fatto cose grandi, scritto grandi pagine, composto canzoni eccezionali e dipinto grandi quadri. Nulla del passato rivive ma nulla si può cancellare. Francesco per sua stessa ammissione compra i dischi di Dylan a scatola chiusa, anche oggi. Come potrebbe non tener conto di quello che ha fatto Dylan ?
Ma ascoltiamo gli album e vediamo cosa c'è di Dylan. C'è un ricorrere alla visioni e ai sogni, ma in modo molto più oscuro, per quanto mi riguarda. La pecora, il suo secondo album solista, ha tante chitarre e atmosfere più scarne di Alice, ha testi che senz'altro si rifanno al Dylan di Blonde on Blonde o a Subterranean homesick blues, ma c'è un'elaborazione diversa, una sofferenza diversa, perchè diversi sono gli animi e diverse le realtà che i due vivono.
Cosa c'entra e come potrebbe entrarci l'america che viveva Bob negli anni 60 nel modo in cui la viveva Bob e nel modo in cui era Bob, con l'italia primi anni 70 nel modo in cui era e la interpretava Francesco ? Lo vedete che entriamo in un terreno durissimo?
Rimmel è il terzo album, c'è molto Blood on the tracks, almeno nelle atmosfere, ma ci sono le Storie di ieri, c'è Piccola Mela, c'è Pezzi di vetro, e ditemi cosa c'entrano queste canzoni con Dylan. Tutto il repertorio in cui De Gregori ricorre alla melodia italiana è un mondo in cui Dylan non entra.
Bufalo Bill è il quarto album ( per me il migliore in assoluto ). Ci sono testi e musiche ispirate a Dylan ( Ninetto e la colonia, L'uccisione di Babbo Natale, Ultimo discorso registrato), ma anche altre canzoni che seguono strade proprie ( Bufalo bill per me è un capolavoro musicale, una commistione di atmosfere e generi, ma anche Ipercarmela, Disastro aereo sul canale di Sicilia).
Andando avanti, i riferimenti dylaniani diventano più precisi e nitidi, ma anche intellegibili. Perchè Francesco ha quasi 30 anni, e li dimostra nel cupo De Gregori, l'album di Generale, o nell'innovativo Viva L'italia, dove si fondono america sudamerica e italia, nelle musiche e nei testi.
E Titanic ? Anche qui siamo a livelli altissimi di messaggio artistico, come si fa a parlare di riferimenti o omaggi quando siamo di fronte ad un'opera completa e che centra il bersaglio ? Se De Gregori non avesse avuto la forza di staccarsi dai suoi riferimenti citati, avrebbe potuto scrivere quegli album ? O scrivere la Donna cannone , canzone che a me ormai è uscita fuori dai maroni, ma che ha una forza innovativa ed evocativa immensa ?
Cosa c'entra Terra di Nessuno con Dylan, se non per qualche riferimento di passaggio in alcune canzoni ? E prima, in Scacchi e Tarocchi, La Storia e A Pa', non sono canzoni di un cantante che canta le persone e gli avvenimenti con registri perfettamente autonomi?
Poi c'è Miramare, e qui Bambini venite parvulos e Cose sono ispirati al Dylan elettrico e visionario, i personaggi sono molto dylaniani (il Dott. Dobermann, Mastro Lindo, ) ma la matrice è tutta degregoriana, e guarda altrove.
Canzoni d'amore, discorso quasi identico. Da quando De Gregori ha imbracciato l'elettrica si rifà molto a Dylan ( ma anche a Springsteeen ), ma possiamo dire che quando Dylan imbraccia l'elettrica inventi un nuovo modo di fare musica ? Non credo ci sia niente di rivoluzionario nel modo in cui Dylan suona con la spina attaccata. Ma è un discorso piatto e bidimensionale che non voglio fare.
Potrei fare lo stesso discorso per i due ultimi album, ma non vado oltre. Preferisco affrontare la questione live.
De Gregori fa a pezzi i suoi brani come fa Dylan. Forse anche qui si è ispirato, forse no, chissenefrega. Ho sentito almeno 15 versioni diverse di Rimmel, e questo mi basta per capire che De Gregori ha un rapporto " in progress " con le sue canzoni. Cambia continuamente i testi delle canzoni perchè ha " il privilegio " di essere un cantante, cioè uno che ha composto un'opera modificabile, non un quadro o un libro. Tutto qui, Dylan c'entra poco. In concerto Francesco comunica tutto questo. Non è poco.
In conclusione ognuno potrà avere le sue idee, ma spero che maturino da una attenta e profonda conoscenza dell'autore. Per onestà intellettuale.
Ecco come una volta l'ho copiato
a colloquio con Francesco De Gregori
l'Unità, domenica 27 maggio 1984
ROMA - Guai a ricordargli, anche solo per scherzo, la faccenda del "Dylan italiano". Dice, incupendo la voce e lo sguardo, che fu una brutta trovata giornalistica, la solita pigrizia mentale di chi crede di poter sistemare ogni artista nel cassetto che fa più comodo al momento. Si può dargli torto? Eppure, in questi ultimi giorni Francesco De Gregori è stato tormentato (e corteggiato) da settimanali, rubriche RAI e riviste di musica affinché dicesse la sua sull'arrivo in Italia di Bob Dylan. A tutti, cortesemente, ha risposto di no (per pudore, per paura di essere messo in mezzo, per rispetto verso il "maestro"), ma per l'Unità ha voluto fare un'eccezione. Eccoci dunque a casa sua a stuzzicarlo sulla musica, sui temi, sui ricordi, in una parola, sui sentimenti che gli ispira quel mito vivente dalle debolezze così umane. Sul tavolo campeggia un libro americano sul cantante, più in là ci sono due armoniche a bocca (che lui suon4a rigorosamente alla Dylan) e una chitarra; la copertina di Highway 61 Revisited occhieggia dallo scaffale dei dischi. E per creare l'atmosfera giusta ci accoglie con le note (è un nastro consunto, sentito mille volte) di George Jackson, quella che dice "A volte penso che questo vecchio mondo non sia altro che una grande prigione, alcuni di noi sono prigionieri, gli altri sono le guardie". Anche lui "dylaniato dal dylanismo"? Sì, un po'; ma non è fanatismo il suo: è amore gentile, omaggio struggente alla colonna sonora della nostra vita. - Facciamo un salto indietro: qual è la prima canzone di Bob Dylan che hai ascoltato? E quando? "Confesso di aver saputo dell'esistenza di Dylan un bel po' di tempo dopo aver ascoltato quello che molti considerano il suo capolavoro, vale a dire Blowing In The Wind. Era successo che mio fratello Luigi aveva portato a casa il 45 giri di Peter Paul & Mary con quel brano. Lì per lì mi parve un delicato e malinconico inno alla pace che mi conquistò, però, più per la ineccepibile interpretazione (così levigata e polifonica), che non per il suo folgorante contenuto. Più tardi arrivò la versione interpretata da Dylan. Fu una rivelazione. Dylan non cantava, lui sputava le parole come sassi, non cercava d'esser piacevole, al contrario... Come tutti i grandi artisti non dava l'impressione di voler parlare a qualcuno, ma di parlare a nome di qualcuno. Magari a nome di un'intera generazione. Erano gli anni '64-'65". - Dicci la verità: c'è un verso di una canzone di Dylan che avresti voluto scrivere? "No, e ti spiego il perché. Qui non si tratta di invitare [invidiare?] la capacità di scrivere un singolo verso o di comporre, "architettare" un'intera canzone o addirittura un'intera opera. Ciò che è stupefacente in Dylan, il suo dono più grande, è il coraggio di interpretare la propria epoca e i suoi cambiamenti senza mai abdicare alla propria condizione di individuo, e di vivere fino in fondo (chissà quanto dolorosamente) questa contraddizione. Se proprio dovessi scegliere un verso -ma non vorrei averlo scritto io, per la disperazione senza scampo da cui pare nascere- citerei quello tratto da I and I: "Ho fatto scarpe per tutti, anche per te, e io vado ancora in giro scalzo..."". - Hai mai copiato Dylan? "Sì, c'è una canzone, che tra l'altro mi è venuta benissimo (Buonanotte Fiorellino), in cui ho coscientemente copiato la metrica e lo stile di un pezzo di Dylan, Winterlude. Te lo ricordi? E poi ho il sospetto che tutto il mio album Rimmel sia stato influenzato dal suono dylaniano. Del reso come potrebbe un romanziere di oggi prescindere dalla lezione di Manzoni, di Cervantes, di Céline?". - Ci sono stati molti Dylan: dal "menestrello" con la chitarra acustica che dava voce alla rivolta giovanile a quello "elettrico", da quello "mistico" a quello di Infidels che sembra marcare un ritorno all'impegno politico. Qual è il Dylan che ti piace di più? "È incredibile che ci si possa ancora stupire dei cambiamenti operati da Dylan i questi vent'anni. Tutti testimoniano la vivacità dell'uomo-Dylan, il suo essersi testardamente rifiutato di somigliare, giorno dopo giorno, al Dylan delle riviste specializzate per continuare semplicemente a somigliare a se stesso. Quello che a certi "dylanologi" sembrano rivoluzioni copernicane, in realtà sono solo impudiche testimonianze di un uomo che cambia in un mondo che cambia". - Dylan viene in Italia per la prima volta. Ma pare diventato di moda parlare male di lui. Si dice che è un cinico, si riportano interviste malevole dei suoi "amici", c'è chi che è solo un grande "orecchiante" e che canta per fare pubblicità alle "lobbies" ebraiche... Che ne pensi? "Penso che il voler ad ogni costo inquadrare Dylan in un movimento politico sia una forzatura sciocca. E per favore, lasciamo ai politologi la pratica della dietrologia. Come dicevo prima, Dylan ha sempre ricercato la sintonia e perseguito la coerenza con se stesso. Le sue prese di posizione politiche (sulle quali, peraltro, mi sembra che non abbia mai rilasciato interviste) credo influiscano relativamente poco sulle canzoni che scrive. Canzoni che non hanno (e non danno) certezze, che vivono di una meravigliosa ambiguità. Canzoni necessariamente impenetrabili, canzoni-specchio che riflettono realtà scomode e contraddittorie, canzoni assolutamente non addomesticabili, senza prezzo e senza regime". - A proposito di prezzo, Dylan prende circa 300 milioni a concerto. Se li merita? "Ritengo che Dylan guadagni esattamente quello che vale sul mercato. Personalmente sono molto più preoccupato per il prezzo della benzina che sale. E poi è stupefacente vedere riemergere puntualmente, in occasioni del genere, l'atteggiamento blandamente ipocrita di chi, senza conoscere le cose e le cifre, si erge a pubblico moralizzatore dei costumi altrui. Sono certo che Dylan non sarebbe disposto di cambiare una virgola di se stesso per un centesimo in più: e questo mi basta. Egli stesso, intervistato sull'argomento, taglia corto: "É l'essere fuori dal compromesso che qualifica un artista. Non importa il denaro che si ha. Guardate Matisse: era un banchiere..."". - Joan Baez ha fatto un bel concerto a Roma. C'era tanta gente e un clima caldo, commosso, forse nostalgico. Ci sarà di sicuro tanta gente a Verona. Pensi che diventerà un raduno di "reduci" in peregrinazione sulle macerie del proprio passato? Oppure una grande festa? "Bah, a dire la verità mi sembra che metà del pubblico di Joan Baez fosse costituito da giovani e giovanissimi che conoscono a menadito Michael Jackson e Boy George e che, non per questo, rinunciano a ritrovare (o a scoprire) nel repertorio di una "vecchia signora" i temi universali e concreti di della lotta per la pace e le libertà. Credo, però, che il pubblico che andrà a sentire Dylan sarà più confuso e indecifrabile, più caotico e variegato: un pubblico più problematico e quotidiano, forse più "casinaro", sicuramente più rappresentativo. Un pubblico - almeno lo spero - che non canterà insieme a Dylan il 90 % dei brani, ma che starà a sentire insieme a lui, ormai ultraquarantenne, al di là delle carte di identità ideologiche, pur sempre dolorosamente giovane". - Per concludere: come definiresti Bob Dylan? "Un uomo, un artista che ha galleggiato sul suo tempo come un'esca". Michele Anselmi
Mogol spara sui cantautori
La Repubblica - Giovedì, 14 ottobre 1993
MASINI grida troppo, Pino Daniele non ha mai cantato una canzone di successo, Baglioni è monocorde, Jovanotti un imitatore, e De Gregori il più grande dei dilettanti. Chi sta sparando sul cantautore? Sono parole di Giulio Rapetti, in arte Mogol, lo scrittore dei testi più belli di Battisti e Mina, che nel ' dossier' del Venerdì domani in edicola, in una lunga intervista argomenta tutte le sue critiche sulla canzone d' autore nel nostro Paese: "La canzone italiana sa morendo. Tutto il potere è nelle mani dei cantanti-interpreti, oggi vocalmente meno capaci e certamente meno colti e più arroganti". E l' autore arriva a definire i cantanti odierni solo "barbari della canzone". Nel dossier interviene anche il poeta Edoardo Sanguineti che stigmatizza l' uso così frequente della parolaccia nei testi, alla fine solo omologante e mortificante. A mo' di controcanto l' opinione di molti cantautori, come Gianna Nannini: "Morto Mogol morti tutti? E' un modo vecchio di pensare. Viviamo una grande effervescenza che ha preso forza anche dal cantautorato".
De Gregori non va dai detenuti di verona
Il cantante ha dato forfait all'ultimo momento: ' Nessuno mi ha interpellato'
la Repubblica - Sabato, 23 gennaio 1993 - pagina 19
VERONA - "Ciao amico De Gregori, ci rivolgiamo a te che esprimi con le tue canzoni i rami secchi e i rami in fiore della vita". I detenuti del carcere di Verona avevano cominciato così la lunga lettera indirizzata a Francesco De Gregori. Poi, lo avevano invitato lunedì pomeriggio al "Campone", l'istituto di pena scaligero con un elevato numero di detenuti tossicodipendenti e sieropositivi. "Stiamo cercando - avevano scritto al cantautore - di favorire l'apertura dell'attività ricreativa e tu puoi essere il massimo interlocutore per dare un significato alle nostre azioni". Così, con una lettera un po' naif e un po' sgrammaticata, i carcerati avevano lanciato a De Gregori l'invito. L'occasione era il recital di lunedì, atteso da tempo in città. L'idea era di incontrare il cantautore un paio d'ore prima, nel pomeriggio. Tutto sembrava fatto. L'Arci Nova, organizzatrice dell'iniziativa, aveva fatto carte false per accorciare i tempi della pesante macchina burocratica penitenziaria. E, in meno di un mese, erano arrivati i permessi dal ministero di Grazia e giustizia, dalla direzione generale degli istituti di pena e l'assenso del direttore del carcere veronese. Il "niet" è invece arrivato da lui, Francesco De Gregori, un fax stringato che non concede troppe speranze, firmato dal suo tour-manager Filippo Bruni: "De Gregori non è mai stato interpellato. Siamo spiacenti di comunicarvi che non esistono le condizioni tecniche per realizzare l'incontro". Poi un velato rimprovero agli organizzatori per non aver provveduto per tempo. Scuote la testa Mimmo Conchi, presidente dell'Arci, con l'amarezza e la delusione dipinte sul volto. E sventola la richiesta spedita a De Gregori ai primi di gennaio insieme alla lettera dei carcerati. "Non ci eravamo limitati a spedire le due richieste scritte, avevamo anche preso i contatti con il suo manager". E aggiunge: "E' vero, avevamo insistito un po' . Ma alla fine credevamo fosse tutto sistemato perché il suo agente ci aveva fornito i dati anagrafici necessari per formalizzare la richiesta di ingresso nella casa di pena. Insomma, pareva fatto". Alla vigilia del concerto De Gregori ha declinato l'invito. Forse per un eccesso di sensibilità, forse per evitare una pubblicità scontata e caramellosa. O forse ancora per non replicare il collega Francesco Baccini nel recente incontro di Curcio a Regina Coeli. Pare infatti che il popolare cantautore avesse preteso, in ogni caso, l'allontanamento di giornalisti e fotografi dall'incontro con i carcerati veronesi. "Io non voglio accendere polemiche o piantare grane", precisa il presidente dell'Arci Conchi. "Ma in carcere i ragazzi ci sono rimasti malissimo. Posso anche capire le perplessità di Francesco. Ma lì dentro, c'è gente che aveva creduto in questa iniziativa. Insomma, i protagonisti erano stati loro, i detenuti, ragazzi di vent'anni". "Ti aspettiamo, sappi che oggi hai regalato l'ora di libertà a chi ti ha ascoltato", gli avevano scritto dalla cella. Ma lui ha detto no.
De Gregori: mai avuto tanta gioia di cantare
la Repubblica - Giovedì, 4 febbraio 1993 - pagina 30
di GIACOMO PELLICCIOTTI
De Gregori, successo di un ' non musicista' Sanremo, Dylan, la televisione Il cantautore a ruota libera dopo il suo trionfale debutto milanese
FORSE non è un vero antidoto, ma non serve. Per esorcizzare la crisi per aprire una finestrella d'oblio sui cattivi pensieri, sono molti gli italiani che alla sera affollano i concerti dei cantautori più noti: Francesco Guccini, Paolo Conte, Francesco De Gregori... Alla faccia di velleitarie novità che non arrivano, è meglio, è più rassicurante correre ad applaudire un personaggio familiare, conosciuto da anni, certo più affidabile di tanti imbroglioni ancora a piede libero. Sembra questa la filosofia del rinnovato, contagioso amore che circonda oggi tanti beniamini della musica rock nazionale, che solo fino a qualche mese fa molti giudicavano un po' stanchi e quasi fuori moda. Prendiamo l'aristocratico De Gregori: anche se l'ultimo album Canzoni d'amore non è piaciuto a tutti i critici, i suoi concerti non sono mai stati così frequentati e riveriti. E il nuovo tour teatrale "porta a porta" del cantautore romano - la definizione tra virgolette è sua - sta registrando un successo senza precedenti. Adesso Francesco De Gregori è a Milano, per tre sere tutte esaurite al Teatro Smeraldo, dove sta sfoderando una grinta per lui insolita, grazie a una band e una dimensione quasi da "country&western". A chitarre spiegate e con la tempra di un moderno Pecos Bill di frontiera, con la divisa di un pastore quacchero e i colori pacchiani di Arlecchino, il popolare Francesco sembra come rigenerato da una salutare metamorfosi. E ha anche voglia di chiacchierare a ruota libera, sempre composto, signorilmente distaccato, ma assai più disponibile e incline alla confessione. Da Clinton a Sanremo, da Celentano a Elvis Costello gli va bene tutto, salvo poi lamentarsi, alla fine dell'intervista, "perché voi giornalisti musicali non volete mai parlare di musica". A poche ore dal suo trionfale debutto milanese, De Gregori sorseggia un pinot e parla con entusiasmo dell'ultima visita a New York, per applaudire il vecchio Bob Dylan festeggiato al Madison Square Garden. "Era proprio uno spaccato perfetto della musica clintoniana, con tutti gli esponenti più significativi del rock progressivo americano. E poi alla fine è salito su lui, Dylan, con quella voce che ha lavorato molto, per cantare Song to Woody, l'omaggio al maestro: un momento emozionante". La canzone politica, ecco un tema di attualità. E De Gregori abbocca subito, con la sua vena più polemica: "Sono stato accusato dai critici di essere troppo didascalico, ma invece credo di avere precorso i tempi. Oggi si parla molto di canzoni impegnate, di quelle canzoni, cioè, che si pongono delle domande e non vogliono certo dare riposte. Be' , coi miei ultimi due album Mira Mare 19.4.89 e Canzoni d'amore ho interpretato con un certo anticipo la nuova onda. Senza rivendicare chissà quale ruolo profetico, dico solo che oggi mi sarebbe difficile scrivere una canzone su Tangentopoli. Sarei in imbarazzo, perché è una cosa che ora fanno benissimo i giornali". Argomento più frivolo: Sanremo e l'antifestival dei metalmeccanici. "Sanremo non mi riguarda. Per me il vero festival della canzone italiana si svolge tutti i giorni, con i tour dei migliori cantautori e musicisti. Sanremo vale quanto Biberon o Partita doppia. Quanto al cosiddetto controfestival, è una manifestazione ancora indecifrabile e non ho mai promesso di andare".
De Gregori ha un rapporto difficile e contraddittorio con la televisione: non va da Celentano, ma sceglie altre tribune non meno contestabili. "Non me la sono sentita di partecipare alla sceneggiata di Celentano, perché avrebbe fatto passare in secondo piano le mie canzoni. Ho invece ritenuto più rappresentative trasmissioni come Vota la voce, Buona Domenica o Riva del Garda. Per molti è stato uno scandalo, ma non so che farci". L'eterno dilemma del rinnovamento, dal fu Miles Davis all'ultimo, strepitoso Elvis Costello che flirta con un quartetto d'archi. Lui, De Gregori, non si pone il problema nell'immediato futuro? "Io non sono un musicista. Nasco dalla struttura dei testi, da un'idea di canzone popolare di Giovanna Marini e Caterina Bueno prima, subito dopo dei Gufi, e finalmente di Fabrizio De Andrè. Quindi la mia non è un'idea di rinnovamento musicale, ma di evoluzione secondo i miei ritmi vitali e l'età. Tutto qui." Esce dalla difensiva, Francesco, quando parla del suo lungo tour in pieno corso: "Non ho mai suonato così bene come adesso, non ho mai cantato con tanta gioia di cantare. Forse per questo fino a ieri (con ben tre album "live" contemporanei nel 1990), non avevo fatto dischi dal vivo. Penso che ora ne farò un altro: sto registrando tutti gli ultimi concerti, e se il materiale sarà buono, uscirò entro l'anno con l'album. Ci sarà anche l'unica canzone inedita del tour, scritta da mio fratello Luigi Grechi: Il bandito e il campione, che parla della storia vera di due amici, Costante Girardengo e Sante Pollastri, l'uno campione di ciclismo, l'altro rapinatore in bicicletta degli anni Trenta". Sembra un De Gregori finalmente pacificato, anche più conciliante con i colleghi. Parla bene perfino di Jovanotti: "L' ho trovato interessante fin dall'inizio, dai tempi di E' qui la festa?, non solo da adesso che fa le canzoni impegnate".
Venditti: ' due pesci come me ma sono compleanni diversi'
Il cantautore romano parla della musica degli illustri colleghi
La Repubblica, 4 marzo 1993 - di Ernesto Assante
' Battisti è stato ed è un rivoluzionario: ci ha insegnato che si poteva cantare in italiano in maniera diversa. Dalla è più vicino alla mia generazione, e sarà sempre un grande interprete dei tempi'
"POTREI cominciare raccontando un aneddoto", ricorda Antonello Venditti, "ho incontrato Battisti una sola volta, doveva essere il 1973, non ricordo esattamente la data, ma siamo andati a pranzo sulla via Nomentana, in uno dei ristoranti che frequentavamo quando lavoravamo tutti alla Rca. Ed eravamo in quattro, io, Francesco De Gregori, Lucio Battisti e Lucio Dalla". Un pranzo al quale in molti, ancora oggi, avrebbero voluto assistere, senza dubbio, "ma anche per me era una grande emozione, perché anche all'epoca Battisti lo si vedeva poco e per me parlarci, toccarlo, era veramente incredibile. Io e Francesco eravamo suoi ammiratori, perché Battisti rappresentava un ' mare' di musica, anche se non avremmo mai suonato canzoni come le sue. Noi eravamo diversi da entrambi, anche perché all'epoca né Dalla né Battisti scrivevano i testi delle loro canzoni". Antonello Venditti rappresenta in fondo la generazione successiva della canzone italiana, rispetto ai due "cinquantenni" che celebriamo oggi, eppure la sua musica in qualche modo è legata alla lezione di entrambi. "Ma festeggiarli insieme è comunque difficile", dice Venditti, "sono tutti e due nati sotto il segno dei pesci, come me, io sono nato l' 8 marzo, ma i cinquant'anni di Dalla e quelli di Battisti sono diversi. Battisti incrocia tre generazioni diverse, i suoi cinquant'anni sono enormi, grandi, lunghissimi, mentre quelli di Dalla sono sicuramente più lievi, meno 'ingombranti' . Oltretutto per molti Dalla è stato ed è un compagno di viaggio, un amico, è una persona che sento molto più vicina. Battisti l' ho vissuto da ragazzo, mentre con Dalla ci si confronta ancora oggi sulla musica, sulla politica, su tante cose si cresce e si cambia insieme". E' vero sono cinquant'anni diversi quelli dell'uno e dell'altro, anche perché vissuti in maniera differente: "Battisti ha costruito una carriera sull'assenza, ha lasciato parlare per sé soltanto la musica, ha voluto occupare lo spazio del cuore e della mente. Al contrario Dalla si è pian piano tuffato nel bel mezzo delle contraddizioni, ha voluto un rapporto molto più stretto con la realtà, si è andato a cercare il pubblico". Ma è vero che la musica dei cantautori degli anni 7O deve molto a Battisti e Dalla? "Battisti ci ha fatto capire che si poteva cantare in italiano in maniera diversa, che si poteva usare la lingua senza cadere nelle solite ovvietà, che l'italiano insomma poteva andare d'accordo con emozioni e suoni diversi. La sua era una vera rivoluzione e lo è tuttora, è una rivoluzione che a modo suo sta ancora facendo. Insomma, non ha dato risposte banali alla musica del suo tempo, né ieri né oggi. E soprattutto è stato il primo a sfuggire alle regole dei generi, è sempre stato soltanto Battisti. E' difficile che la sua musica di oggi rappresenti per i giovani quello che ha rappresentato per noi allora, ma è comunque singolare che proprio nelle scorse settimane sia tornato in classifica un disco che raccoglie le sue vecchie canzoni, vuol dire che i giovani di oggi vivono ancora la sua musica di ieri in maniera incredibile". E Dalla? "Dalla è diverso", dice Venditti, "mentre il grande successo di Battisti è legato al passaggio tra gli anni ' 6O ed i ' 70, Dalla è collocato perfettamente al passaggio successivo, tra gli anni ' 70 e gli ' 80. Anche lui ha inventato un modo personale di far musica, ma la sua storia è molto più direttamente legata alla nostra. Anzi, devo dire che noi, soprattutto Francesco De Gregori, lo abbiamo cambiato. De Gregori, con Banana Republic, lo ha spinto a diventare un cantautore, gli ha dato lo stimolo a scrivere da sé anche i testi delle sue canzoni. La nostra generazione è cresciuta insieme a Dalla, anche se ognuno ha fatto la sua strada in maniera diversa". I giovani degli anni Sessanta e quelli degli anni 7O, dunque, due generazioni che si mescolano e si scontrano all'interno della musica di due grandi autori: "Battisti è la memoria di Bandiera Gialla, i Ribelli, i Dik Dik, l'Equipe 84, Ricky Maiocchi; Dalla è la collaborazione con Roversi, le feste di piazza e dell'Unità, i concerti dal vivo. Rappresentano, alla fine, due epoche diverse, eppure su una cosa si assomigliano, ed è l'amore per la musica. Non è un caso se Battisti organizzò una sua etichetta, la Numero Uno, attorno alla quale si raccolsero alcuni musicisti come quelli della Formula Tre o di quella che sarebbe diventata la Premiata Forneria Marconi, ed oggi Dalla, con la sua Pressing sta facendo lo stesso con una serie di giovani interessanti come Bracco Di Graci o come l'ottimo Samuele Bersani. Battisti voleva dei fratelli, dei musicisti con i quali crescere ed andare avanti, Dalla invece vuole dei figli, pensa al futuro della musica. Ora che mi ricordo, qualche tempo fa ho regalato un disco a Dalla e come dedica gli ho scritto 'All'uomo del 2000' . Credo che sia davvero così, Dalla riuscirà sempre ad interpretare il suo tempo, anche tra altri cinquanta anni".
Il travaglio socialista - De Gregori con 'alleanza'
la Repubblica - Martedì, 16 marzo 1993 - pagina 5
ROMA - Ci sarà anche Francesco De Gregori alla "prima" nazionale di "Alleanza democratica", all' hotel "Ergife" di Roma. Il cantautore ha aderito infatti alla manifestazione che, sabato prossimo, segnerà il debutto ufficiale - su scala nazionale - del movimento. L'iniziativa - che sarà presentata stamattina in una conferenza stampa indetta presso la sede di via del Seminario 106 alle ore 13 - si svolgerà contemporaneamente in tre diverse città: Roma, Torino e Catania. E queste tre sedi del dibattito si collegheranno fra di loro in diretta, via satellite, per una grande "videoconferenza". Al centro dei lavori c'è lo slogan che riassume la proposta del movimento, "Insieme per fare un'altra Italia". Gli appuntamenti, a partire dalle ore dieci di sabato prossimo, sono fissati nella sala magna dell'Ergife di Roma, al cinema Vittoria di Torino e al cinema Lo Pò di Catania. Ci saranno tutti i soci fondatori di "Alleanza", da Ayala a Bianco, da Mafai a Rutelli, a Ripa di Meana, fino al leader referendario Mario Segni.
Babele dedica la serata alla poesia
Su RaiTre, alle 22.50, Luzi, De Gregori e Attilio Bertolucci
la Repubblica - Domenica, 28 marzo 1993 - pagina 43
LE PASSIONI, LE PAURE, I DESIDERI: le nostre storie private e la nostra storia pubblica stasera sono raccontate a ' Babele' , il programma dedicato ai libri, condotto da Corrado Augias, in onda alle 22.50 su RaiTre, attraverso la poesia. Con due grandi protagonisti della poesia italiana, Attilio Bertolucci e Mario Luzi, intervengono molti altri giovani poeti, che rappresentano le voci più significative della lirica italiana. Con Aldo Busi, ancora una volta ospite della trasmissione, si ricorderanno invece le poesie conservate nella memoria scolastica, quelle che difficilmente, a distanza di anni, vengono dimenticate. Ospiti nello studio-libreria di ' Babele'anche Francesco De Gregori, che affronterà il rapporto tra poesia e canzone d'autore, e Simona Marchini, grande appassionata di musica lirica, che invece parlerà del melodramma.
Il cantautore? Per i giovani è un esempio da imitare
la Repubblica - Martedì, 22 giugno 1993 - pagina 32 - di LAURA PUTTI
Edoardo De Angelis parla del sondaggio realizzato in otto licei
Distribuiti 2000 questionari agli studenti di Primiero, in Alto Adige, Palermo, Brindisi, Napoli, Lecce, Firenze. Poi toccherà a Roma e Bologna. I più amati sono: Baglioni, Venditti, De Gregori e De Andrè
ROMA - Una canzone? 'In certi momenti è come una medicina'o è ' lo specchio del proprio animo'o ancora è la ' cronaca di sentimenti' . E come definireste un cantautore? ' Tiratore scelto di messaggi sociali'o 'in alcuni casi è un poeta con la musica nel sangue'o anche 'un poeta disadattato' . In questi e in tanti altri modi hanno risposto gli studenti di otto licei italiani coinvolti in ' Parola di cantautore' , un'iniziativa-sondaggio che sta impegnando a fondo Edoardo De Angelis. "E'un'idea nata con la casa editrice Thema" dice il musicista. "Volevamo creare occasioni d'incontro tra le scuole e la canzone d'autore, ma sotto sotto c'era anche la curiosità di sapere che cosa pensasse un liceale del mondo della musica, di noi cantautori". E cosa pensa? "Crede, crede quasi a tutto. E' convinto dell'assoluta buona fede dei cantautori e, nella maggioranza dei casi, se ammira un autore, è disposto a seguirne le idee, gli impulsi, i consigli". E infatti una delle risposte più ingenue alla domanda ' qual è la tua definizione di cantautore?'è stata: 'un cantante che, oltre a cantare, pensa ciò che dice' . Duemila i questionari distribuiti fino ad ora. Su ognuno 22 domande, 20 delle quali statistiche: ti piace la musica, che tipo preferisci, perché ascolti musica, compri dischi, hai mai scritto canzoni... "Ho iniziato il mio viaggio nel dicembre scorso, da Primiero, in Alto Adige; l' ho continuato in tre licei di Palermo, uno di Brindisi, uno di Napoli, uno di Lecce e a Firenze ho incontrato gli studenti insieme a Pio Baldelli. Le prossime tappe saranno, in settembre, al liceo ' Tasso' di Roma, che è stata la mia scuola, e al ' Righi' di Bologna". Come replicava Edoardo De Angelis quando gli studenti dimostravano di credere alla buona fede di tutti i cantautori italiani? "Non ho mai replicato, non ho mai intaccato le loro sicurezze. Non era questo lo scopo dell'iniziativa. Però ho detto loro: pensate con la vostra testa, cercate di capire dov'è e se c'è una qualche verità. In certi casi abbiamo fatto anche un'analisi del testo, di bei testi. A Lecce ricordo ' Buonanotte fiorellino' , ' Centro di gravità permanente' ". C'erano momenti di scontro, polemiche? "Certo, soprattutto su Masini: di solito mi trovavo a far da paciere tra due opposte fazioni, i pro e i contro Masini". I più amati? "Baglioni, Venditti, De Gregori, De Andrè; tra gli stranieri i Queen". I professori accompagnavano gli studenti? "Ne ho incontrati di meravigliosi; come il professor Scirocco, che insegna filosofia al ' Vico' di Napoli: la scuola ha bisogno di essere rivitalizzata da persone così". Al sud grande vivacità, anche dialettica; al nord più disponibilità all'ascolto, più timidezza. A Palermo e a Napoli si è anche cantato: ' La casa di Hilde' di De Angelis (portata al successo da De Gregori) e contenuta anche nel suo nuovo disco. "Non lo definirei nuovo, era uscito l'anno scorso con il titolo ' Gara di sogni' ; ed erano dodici canzoni cantate con Dalla, Branduardi, Ron, Minghi, Venditti, Paola Turci, Lucilla Galeazzi e altri. Ora esce un'altra volta, arricchito di due nuovi duetti: ' Notte di settembre' con Annie Robert della Schola Cantorum e 'Incendiare questa mezzanotte' che canto con Tosca".
Le tournee estive di Fossati e De Gregori
la Repubblica, 2 luglio 1993
TOURNEE in contemporanea per Francesco De Gregori e Ivano Fossati. Il debutto ufficiale è previsto per domani sera, quando De Gregori sarà allo Stadio di Pescara e Fossati al Castello Sforzesco di Vigevano. Entrambi i musicisti proporranno spettacoli simili a quelli con i quali hanno girato l'Italia nella passata stagione. De Gregori, il cui concerto sarà aperto da Angela Baraldi, sarà il 3 a Pescara, il 5 a Bollate, l' 8 ad Albenga, il 10 a Correggio, l' 11 a Lignano, il 13 a Frascati, il 16 a Cherasco, il 17 a Perignano, il 25 a Marina di Ugento, il 28 a Castelnuovo Garfagnana, il 30 a Cagliari, il 31 a Tortoli. Ad agosto altre date da definire. Dopo Vigevano, Ivano Fossati sarà il 6 a Spilimbergo, l' 8 a Roma, il 13 a Modena, il 16 a Varese, il 22 a Campione.
Anche De Gregori sa sorridere
la Repubblica, 6 luglio 1993 - dal nostro inviato GINO CASTALDO
E' partita da Pescara la tournée estiva del cantautore, che ha la brava Angela Baraldi come supporter. Con grinta e ironia torna a raccontarci l'Italia alla deriva
PESCARA - Chiamatemi Francesco: così potrebbe iniziare il concerto di De Gregori, specie di Ismaele dei nostri tempi, grande narratore dell'Italia dei disastri e della cattiva coscienza. E' lui del resto che con la saga del Titanic ha costruito una delle più belle allegorie di cui sia stata capace la nostra canzone d'autore. E se la proverbiale nave riunisce in sé l'immagine di una società che va incoscientemente verso la tragedia, allora l'immenso iceberg visto troppo tardi dal capitano Smith, vale la balena bianca di Achab. Al debutto del suo nuovo tour, davanti alla curva gremita dello stadio pescarese dove tantissimi anni fa si celebrarono i fasti di Banana Republic, De Gregori ha ricordato la sua evocativa profezia del Titanic con la canzone omonima, e con l'altra stupenda I muscoli del capitano, canzoni che di fronte allo sfascio di cui siamo oggi testimoni assumono un peso speciale, un'oscura e veritiera forza di suggestione. Ma in fondo lo stesso discorso vale anche per Generale, Viva l'Italia e tanti altri pezzi dove si avverte la stessa voglia di raccontare i contorni di un destino collettivo. Se mai una canzone è stata davvero visione poetica di segmenti della nostra storia lo dobbiamo proprio a De Gregori e a pochi altri, come ci ricorda questo suo nuovo concerto. Preceduto da una coraggiosissima Angela Baraldi, che gli farà da supporter per questo tour e che ha affrontato con grinta, impudenza e spavalderia il pubblico che aspettava il suo beniamino, De Gregori ha attaccato il suo concerto con esuberante autorevolezza. Chissà se per gli umori di una serata o perché questo è il nuovo segno della sua performance, sta di fatto che De Gregori ha riso, ha fatto dell'autoironia rispolverando antiche polemiche ("ora vi canterò una canzone del mio periodo ermetico", presentando Alice), ha modificato con arguzia e fantasia le sue melodie, a tratti è sembrato perfino vezzoso, qualche volta scherzosamente sguaiato (come quando ha cantato da vagabondo ubriaco Povero me), e poi generoso, attento a comunicare ma anche a divertire, forte di una carica spettacolare che raramente abbiamo visto nei suoi concerti. Lontano da certi suoi periodi più bui e pacati, De Gregori ha dato l'impressione di divertirsi sul palco insieme alla sua band composta da musicisti solidissimi come Vincenzo Mancuso, Lucio Bardi, Guido Guglielminetti, Rosario Gagliardo, Orazio Maugeri e Chiara Catalfamo. Ma anche la scaletta è stata composta con una certa oculata sagacia. Prese le debite distanze dal suo ultimo disco in studio, il cantautore sembra più intenzionato a stimolare il pubblico sul suo nuovo imminente progetto live. Non ha cantato Vita spericolata, di cui si parla molto in questi giorni, ma ha proposto un'altra celebre cover che di tanto in tanto ricorre nei suoi concerti, ovvero Anche per te di Battisti, cantata in modo assolutamente delizioso, intenso, in una bella fase del concerto in cui esce da solo con chitarra e armonica a bocca e infila una dopo l'altra A Pa' , Rimmel, Pezzi di vetro e per l'appunto Anche per te, mandando in brodo di giuggiole i suoi fans. Grazie alla grinta di cui dispone oggi, verrebbe voglia di rendere omaggio soprattutto al De Gregori cantante, che col tempo sta maturando una sofisticata originalità nell'interpretazione. Forse proprio perché soprattutto autore di canzoni, la sua attenzione alla parola cantata è raffinata e sempre ricca di sfumature. Il concerto scorre tra vecchie e nuove canzoni, con l'eccezione del nuovo pezzo Il bandito e il campione scritto alcuni anni fa da suo fratello Luigi Grechi, che De Gregori canta come una ruggente ballata in perfetto stile dylaniano, ma al di là della brillante energia con cui oggi si esibisce in concerto, lo scarto tra i pezzi del passato e quello degli ultimi due album rimane piuttosto vistoso. Curiosamente, proprio perché dotati di maggior senso della cronaca, quelli recenti rischiano di apparire più datati di quelli vecchi, come accade ad esempio per La ballata dell'uomo ragno, dove riferimenti a Craxi risentono di un'inevitabile effetto di saturazione. Cosa che non accade nelle canzoni migliori, vedi La storia, Quattro cani o altre, dove De Gregori riesce in quel piccolo miracolo è una canzone quando che restituisce poeticamente il senso della nostra identità collettiva. Il tour continua l' 8 ad Albenga, il 10 a Correggio, il 13 a Frascati e il 30 a Cagliari per citare solo alcune delle prossime date.
Per il successo le donne non rinunciano a nulla
la Repubblica, 18 agosto 1993 - di LAURA PUTTI
Interviene Vincenzo Micocci, uno dei veterani della discografia italiana, produttore di giovani cantautrici
VINCENZO Micocci è uno dei veterani della discografia italiana, è un uomo che ha percorso l'ambiente della musica in lungo e in largo, che ne ha vissuto le grandi contraddizioni e le immense difficoltà restando però sempre a casa sua, negli uffici della It, la sua etichetta discografica, dagli anni ' 60 consacrata alla musica italiana. Donne ne ha sempre frequentate, professionalemente s'intende, perché è uno dei pochi nell'ambiente musicale ad avere una famiglia unita: una moglie da sempre, tre figli che lavorano o che comunque hanno lavorato con lui. Vincenzo Micocci ha creduto nelle donne, ha sempre dato loro la possibilità di fare dischi, con una particolare attenzione alle cantautrici, più che alle interpreti. Così la sua ci è sembrata la voce maschile più giusta ed autorevole per un intervento nella nostra inchiesta sulla canzone d'autore al femminile. Carriere dissolte Dopo la bella avventura dei cantautori, nella quale lei fu tra i pionieri pubblicando ' Theorius Campus'il primo disco di De Gregori e Venditti, negli anni ' 70 la It si è dedicata molto alle autrici. Nel ' 76 uscì un disco It, ' Le cantautori' , nel quale si dava voce a personaggi interessanti la cui carriera si è però dissolta nel nulla: c'erano Silvia Draghi, Nicoletta Bauce, Simo e Susy, Roberta D'Angelo poi parallelamente le avventure e i dischi (sempre It) di Muzzi Loffredo, di Carmelita Gadaleta... "Far cantare le donne... è una ostinazione che ho da sempre, ma non è facile che escano fuori. Le donne hanno altri interessi più personali che finiscono per essere dominanti, e non è solo questione di figli. Per il successo, per affermarsi, gli uomini sono disposti a rinunce che le donne non sanno fare". Allora se lei sa in anticipo che puntando su una cantautrice si hanno meno possibilità di vittoria, perché continua a farlo? "Perché le donne mi incuriosiscono, mi affascinano, non sono mai riuscito a sapere come veramente la pensino. Mi avvicino a loro con spirito indagatore, per cercare di scoprire quello che c'è dietro quella aggressività, ma anche per dar loro la parola perché finalmente ci dicano che cosa dobbiamo fare noi uomini per star loro vicino in un modo più giusto". La carriera di Vincenzo Micocci inizia nientedimeno che con Nilla Pizzi, percorre gli anni ' 60 con i cantautori, i ' 70 con ' le cantautori'e arriva agli anni ' 80 con Grazia Di Michele e più tardi Paola Turci. "Bisogna stare attenti anche a quelle che si improvvisano cantautrici, quelle che dicono: voglio esprimere quello che ho dentro, perché il più delle volte si riferiscono solo al mal di pancia. Fare l'autore non è semplice, bisogna avere tecnica, saper usare il linguaggio, bisogna avere cultura". Negli anni ' 90 la It punta su Daniela Colace, voce e poetica interessanti, un primo disco, ' Cosa ha fatto Rosa' , uscito quest'anno e quasi interamente dedicato alle donne. "Daniela è brava, ha talento, ma le dico sempre che è troppo in pace con se stessa: ha il suo uomo, il suo bambino, vive tranquilla in campagna ed in questo modo è difficile arrivare. Ma qui non c'entra essere donna: raramente un artista è pacificato, se smette di tormentarsi, di porsi domande, è finita". Quel monello di Rita Pavone Il grande sogno non realizzato di Vincenzo Micocci è sempre stato quello di lavorare con Gianna Nannini. "Secondo me è la più grande. Ma non è certo lo stereotipo della donna. Anzi, ha un'immagine piuttosto maschile. A pensarci bene anche nel passato le cantanti di grande successo non erano poi così femminili; mi viene in mente Rita Pavone, che all'inizio era un monellaccio ed aveva un timbro di voce troppo forte. E comunque anche loro hanno avuto meno successo dei colleghi maschi, hanno dovuto cercare altri mercati fuori dall'Italia. Noi siamo spaventati dall'androginia, l'omosessualità femminile è un tabù più grande di quella maschile, specialmente nella musica".
De Gregori, non solo
la Repubblica, 31 agosto 1993 - di GINO CASTALDO
'Il bandito e il campione', quarto disco dal vivo del cantautore, con due 'cover'. Ed ora canta anche Vasco e Jannacci
AI dischi dal vivo ci ha preso gusto di recente anche Francesco De Gregori, dopo una lunga carriera vissuta facendone tranquillamente a meno. L'unica eccezione era il glorioso Banana Republic, memore di una celebre tournée in compagnia di Lucio Dalla, fino al settembre del 1990, quando a sorpresa De Gregori pubblicò insieme ben tre album dal vivo. Non pago, a meno di tre anni di distanza se ne esce con Il bandito e il campione (ed. Sony), nuova testimonianza della dimensione live del cantautore, che negli ultimi tempi si è gettato a capofitto nei concerti, dimostrando una rinnovata voglia di confrontarsi col pubblico, a tratti più seriosamente, altre volte con notevole verve, come è accaduto negli spettacoli di questa estate. Il nuovo album vanta alcune curiosità di un certo interesse, a partire da un inedito registrato in studio (vezzo ormai convenzionale tipico esclusivamente della discografia italiana) ovvero la title track Il bandito e il campione, scritta dal fratello Luigi Grechi, anche lui cantautore e piuttosto conosciuto nei circoli underground della canzone, anche se ovviamente molto meno fortunato del suo più celebre fratello. E'una bella canzone, nel più puro stile tradizionale della ballata, basata sul confronto parallelo tra le storie, vere, di Costante Girardengo e Sante Pollastri, amici di infanzia e poi diventati il primo grande campione di ciclismo e il secondo un bandito, una di quelle storie care a De Gregori, dalle quali dovrebbe emergere un pezzo visibile della storia del nostro paese. Ma agli appassionati del cantautore farà sicuramente piacere trovare in questo album ben due "cover" che di tanto in tanto De Gregori usa regalare al suo pubblico. La più singolare è certamente Vita spericolata, nella quale De Gregori fa addirittura il verso a Vasco Rossi cantando nel tono sguaiato che la canzone opportunamente richiede. La più encomiabile è invece Sfiorisci bel fiore, splendida e poco conosciuta canzone di Enzo Jannacci, che ben merita una riscoperta così prestigiosa. Cover nelle quali De Gregori, come sosteniamo da anni, si rivela un eccellente interprete. Curioso, casomai, che anche questa volta non abbia inserito Anche per te di Lucio Battisti, di cui spesso dal vivo fornisce una struggente e delicata interpretazione. E non si tratta solo di pure bizzarrie. In fondo la canzone italiana, tra i tanti suoi vizi, ha sempre peccato in un certo individulismo, nell'incapacità di vivere la musica in tutta la sua potenziale bellezza, il che significherebbe anche per un autore, guardare con intelligenza e passione a quello che di importante viene fatto da altri, atteggiamento di cui i brasiliani sono notoriamente maestri. Ben vengano dunque questi incroci, con De Gregori che offre la sua speciale versione di Vasco Rossi e Jannacci, in attesa che magari questi ultimi facciano lo stesso. Il disco contiene in tutto 19 brani, e oltre ai già citati, ripercorre alcuni degli episodi salienti della storia artistica di De Gregori, da Viva l'Italia a I muscoli del capitano, ancora oggi così efficacemente aliena nelle sue immagini di antico futurismo, da Generale a Quattro cani, da Rimmel a Buonanotte fiorellino, più, come è doveroso, alcuni pezzi dell'ultima ora, tipo La ballata dell'uomo ragno e Adelante! Adelante! Ancora un documento dal vivo per un cantautore che col tempo sembra aver imparato anche a divertirsi nei concerti. Che del resto non si fermano. Fra pochi giorni De Gregori sarà di nuovo in giro, in una mini-tournée che toccherà le maggiori città italiane: agosto il 7 a Milano (Palatrussardi), il 10 a Roma (Palaeur), l' 11 a Bologna (Festa de l'Unità), il 13 a Torino (Palasport) e infine il 14 a Verola Nuova in provincia di Brescia.
Un generoso manifesto contro ogni guerra
di Francesco De Gregori
L’UNITA’, 24 novembre 1995
QUANDO NEL 1979 il film Il cacciatore venne presentato a Berlino la delegazione sovietica abbandonò il Festival in segno di protesta per le scene in cui veniva descritta la brutale crudeltà dei viet-cong nei confronti dei prigionieri americani. A distanza di sedici anni, con tutto quello che è successo in Vietnam, in Unione Sovietica e nel mondo, questo episodio può farci sorridere e le facce dei componenti di quella delegazione ci appaiono non molto diverse da quella di De Sadesky, il costernato ambasciatore sovietico de Il dottor Stranamore costretto a rivelare fra mille imbarazzi agli americani l'esistenza e i particolari della "macchina di fine di mondo".
Ma in realtà quando il film uscì - tre anni dopo la caduta di Saigon - nessuno ebbe voglia di ridere e violente polemiche si sollevarono negli Stati Uniti e in Europa. La sinistra americana reagì con fastidio e con aperta ostilità a quello che venne subito considerato un film razzista. Si indagò e si disse che la roulette russa inflitta ai prigionieri americani dai vietnamiti era probabilmente un'invenzione di Cimino. Peter Arnett - sì, proprio lui _ denunciò inoltre "il modo moralmente irresponsabile in cui Cimino appiattiva quindici anni di guerra vietnamita per farne uno scenario conveniente per i suoi bizzarri eroi".
Verrebbe da dire che probabilmente la ferita era allo ra troppo fresca perché questo film potesse essere accettato in maniera serena sia da parte di quell'America più legata ai valori tradizionali in forte crisi di autostima dopo la sconfitta in Vietnam sia da quella che aveva vissuto fin dal primo momento l'avventura vietnamita come un gigantesco sfregio ai propri cromosomi democratici. Oggi a distanza di anni la temperatura politica legata alla rilettura di quegli eventi è notevolmente calata e di conseguenza il film di Cimino può mostrare altre facce, altri versanti interpretativi. Emerge senz'altro con maggiore chiarezza il ritratto di quella piccola America, debole economicamente e culturalmente, che fu il grande serbatoio di manodopera della guerra del Vietnam. Quell'America diseredata di cui scrisse Steinbeck e che oggi viene cantata da Bruce Springsteen, esposta ora ai venti della Depressione ora a quelli delle Reaganomics, che stenta a diventare soggetto politico perché probabilmente non va nemmeno a votare anche se è sempre pronta, come nel finale de Il cacciatore, ad intonare un canto patriottico surreale e liberatorio. E a brindare all'amico ucciso ai margini di una guerra di cui probabilmente non ha capito molto.
Nell'alluvionale produzione americana di film sul Vietnam o che al Vietnam fa comunque riferimento il film di Cimino è senz'altro uno dei meno risolti, anche dal punto di vista formale.
Per nulla assolutorio, niente affatto archiviabile, scomodo perfino oggi che abbiamo fresca negli occhi la stretta di mano sorridente fra MacNa mara e Giap e la politica estera americana è distante anni luce da quella cultura interventista che fu alla base del disastroso impegno in Vietnam. Venuto anche in Italia a dividere più che ad unire - quanti devono anche al film di Cimino una piccola ma benefica crepa in una coscienza troppo blindata ideologicamente? - Il cacciatore risulta essere oggi soprattutto un generoso manifesto contro ogni tipo di guerra, un grande affresco pacifista. Dalla guerra, sembra volerci dire Cimino, non si torna indietro: o se si torna, si ritorna senza più gambe e braccia, paralizzati nei sentimenti, senza voglia di raccontare, senza più radici. Anche un colpo solo è troppo perché anche un colpo solo può uccidere; e il cacciatore rinunci per sempre a sparare oppure nessuno sopravviverà a questa gigantesca roulette russa dove tutti, anche coloro che in appa renza l'hanno sfangata, escono alla fine spezzati e sconfitti. [ Francesco De Gregori]
Una settimana da non dimenticare
di Francesco De Gregori
L’UNITA’, 29 aprile 1995
del diverso, nei grandi e non banali, né retorici temi dell'organizzazione della fratellanza e dell'invenzione del futuro. Solo se si incarna nelle pratiche quotidiane di tutti gli uomini, a destra come a sinistra, l'antifascismo può diventare arnese politico e non repertorio storiografico.
La destra dunque è stata sconfitta. Ma più che nei numeri elettorali, che si sono giocati come si è visto sul filo del rasoio, la destra sembra aver perduto la sua battaglia sul piano della credibilità e dell'immagine complessiva: il che è assai più preoccupante per una formazione - ci riferiamo qui in particolare a Forza Italia - neonata o sedicente tale. Così come Berlusconi non è stato in grado di governare il paese quando ne ha avuto l'occasione, così nel momento propositivo della presentazione delle liste alle amministrative è venuta fuori drammaticamente in più di una situazione la mancanza di spessore dei caldidati del polo: si è cominciato a sentire perciò il fiato corto del "nuovo" berlusconiano, sventolato fino a poco tempo fa come vessillo irresistibile o infallibile talismano e ora rifluito invece nelle più comode e capaci sacche del trasformismo caratteristico della "vecchia" politica.
Ed è proprio su questo terreno che sembra invece essersi mossa abbastanza bene (e senza eccessivi tatticismi) la nuova cultura del centro-sinistra. Il che induce, al termine di questa settimana meravigliosa e terribile - meravigliosa, dicevamo per alcuni, terribile per altri - a ben sperare per le sorti della futura unione dei democratici.
Peccato però che in questa settimana si sia dovuto ascoltare anche un accordo stonato e, purtroppo, non insolito: l'ennesimo attacco alla legge 194 sorprendentemente condotto da una delle più alte cariche istituzionali ed espresso oltretutto in una sede quanto meno inopportuna. Quanto sarebbe più civile se su un tema delicato come l'aborto si potesse dialogare e confrontarsi senza questi veri e propri colpi di mano contro una legge a suo tempo approvata dal Parlamento e successivamente ribadita da una consultazione referendaria.
Ma per finire in allegria occorre anche notare che in questa storica settimana la lira rispetto alle quotazioni preelettorali ha recuperato ben 46 punti sul dollaro, 41 sul marco tedesco e 37 sul franco svizzero. Evidentemente questa Italia caduta in mano ai comunisti (come direbbe Berlusconi) non dispiace agli investitori internazionali. Come diceva la buonanima, va.[ Francesco De Gregori]
Guai a creare barriere tra "sani" e sieropositivi
di Francesco De Gregori
L’UNITA’, 3 giugno 1995
ESISTE IN ITALIA e nel mondo un'emergenza sanitaria dovuta ad una malattia che al di là delle sue connotazioni cliniche coinvolge aspetti morali e sociali fortemente spettacolari. Una malattia che nonostante il suo livello di contagiosità relativamente basso è stata definita la peste del secolo. Una malattia colpevolizzante in quanto legata spesso a comportamenti personali che la società giudica riprovevoli. Una malattia per la quale si muore. Una malattia per la quale, al cinema, ci si commuove.
Una malattia che emargina fortemente le persone colpite e potenzia gli ostracismi già saldamente radicati nei confronti di quelle categorie ove essa maggiormente si propaga, tossicodipendenti ed omosessuali. Una malattia dalle incerte origini ma dall'esito scontato per la quale si sarebbe forse potuto trovare un vaccino o una cura se il mondo civilizzato non avesse scelto di spendere altrimenti le sue risorse.
Una malattia che potrebbe essere largamente contenuta adottando determinate politiche di prevenzione: distribuzione gratuita delle siringhe e dei preservativi nei territori a rischio (le carceri, per esempio), informazione di massa nelle scuole, maggiori controlli sulle trasfusioni di sangue. Politiche che non sono mai state adottate in maniera diffusa anche per la contrarietà di molte forze moderate e soprattutto della Chiesa cattolica. Una malattia fortemente legata al consumo di una sostanza stupefacente - l'eroina _ che se sottratta al mercato della clandestinità produrrebbe danni sociali sensibilmente minori e ridurrebbe probabilmente in maniera massiccia il numero dei consumatori e le devastazioni umane e i problemi sanitari che ne conseguono.
Una malattia assai più controllabile e circoscrivibile - se non per ora curabile - di quanto non siano l'epatite B, il tumore polmonare, l'infarto.
Esistono oggi in Italia decine di migliaia di sieropositivi e malati di Aids che vivono con dignità, con discrezione e con responsabilità la loro difficile battaglia. A tutti costoro, indipendentemente dalla loro professione, dalla loro condotta morale, dalla loro fedina penale, dal loro stato giuridico, dal loro sesso e dalla loro età, la società deve attenzione, cura e rispetto e, a sua volta, discrezione.
Guai se nei loro confronti, sul l'onda di alcuni episodi di violenza recentemente avvenuti, dovesse avviarsi in maniera più o meno subdola una campagna di emarginazione legalizzata. Guai se il violentatore dovesse essere giudicato oltre che per il gravissimo reato da lui commesso, anche per la sua condizione di sieropositivo. Guai se il detenuto malato di Aids avesse meno diritti di uscire dal carcere di altri detenuti altrettanto gravemente malati. Guai se fosse vero, come si è sciaguratamente affermato, che "certi diritti cadono di fronte ai delitti".
L'Aids è una malattia sociale. La sua contagiosità nel mondo occidentale è, come dicevamo, molto bassa dal punto di vista clinico quanto alta dal punto di vista simbolico. È indispensabile perciò proprio per questo motivo rifuggire da ogni emotività nel momento in cui ci si occupa dei temi ad essa collegati, giuridici o sanitari che siano. Creare barriere carcerarie o psicologiche fra la popolazione sana e quella dei sieropositivi e dei conclamati può solo favorire _ come spiegava molto bene Stefano Rodotà sull'Unità di ieri - l'elusione del problema Aids e favorire la clandestinità. Può solo allontanarci ancora di più dalla sua difficile soluzione. E bisogna in ogni caso partire dalla consapevolezza che questo tipo di violenza pesa sulla donna due volte: perché la violenza sessuale segna per sempre la sua vita e perché la minaccia dell'Aids porta con sé il rischio di morte.
Ma l'accusa di tentato omicidio levata a carico del giovane milanese sieropositivo imputato di violenza carnale - reato già in sé gravissimo e per il quale il codice già prevede pene adeguate - rischia di risultare anche allarmante sul piano concettuale. A meno che non si intenda prima o poi, con lo stesso ragionamento, procedere per tentato omicidio anche contro i consigli di amministrazione delle multinazionali del tabacco o contro i responsabili delle amministrazioni locali che non controllano adeguatamente lo stato di inquinamento dell'aria e delle acque di loro competenza esponendo a grave pericolo la salute dei cittadini.[ Francesco De Gregori]
Se il mondo insanguina le fiabe
di Francesco De Gregori
L’UNITA’ Sabato 28 gennaio 1995
NEL MUSEO dei grandi e piccoli orrori quotidiani occorre ogni giorno fare spazio a nuove opere dell'ingegnosa bestialità dell'uomo. Ora ci tocca trovare un posto per la storia di Matteo Salkanovic, cinque anni, nomade che ha avuto la mano dilaniata da un librobomba (orrendo ma ineluttabile neologismo). Il libro - un variopinto libro di favole _ aveva attirato la sua curiosità mentre giocava nelle vicinanze del suo accampamento alla periferia della periferia di Pisa. L'esplosione, il sangue, le lacrime, la corsa all'ospedale: e cosí Matteo Salkanovic porterà per tutta la vita su di sé le tracce dell'accoglienza che lui e la sua famiglia proveniente dalla Bosnia hanno ricevuto nel nostro paese.
Ho cercato molte volte senza successo di immaginare le facce di chi ha disseminato di bombe apparentemente ben più potenti la storia del nostro paese: Milano, Bologna, Brescia, Bologna, Firenze, Milano... Che faccia aveva, cosa pensava l'uomo che il 2 dicembre 1969 "dimenticò" una borsa sotto un tavolo della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana e se ne andò, confuso tra la folla delle sue vittime, ad ascoltarsi in santa pace il telegiornale da qualche parte? Forse non lo sapremo mai, mai ne avremo il diritto. È come se gli identikit degli innumerevoli "esecutori materiali" di questo paese si sovrapponessero gli uni su
gli altri sommandosi fino ad ottenere lo zero, l'assenza di ogni traccia ed espressione, il vuoto, il nero, il silenzio.
Cosí forse non conosceremo mai il volto e il nome di chi, truccando una bomba da libro per l'infanzia, ha coscientemente mirato a colpire un bambino piuttosto che un adulto, adottando cosí chissà poi quanto inconsapevolmente la più destabilizzante e raffinata delle tecniche del terrore. È chiaro che scegliere come bersaglio un bambino di 5 anni è qualcosa che va oltre al semplice gesto di intolleranza razziale: non si limita ad essere la deprecabile dichiarazione di guerra di un gruppo di cittadini nei confronti di un altro gruppo considerato diverso e sgradito, ma mira ad innescare il massimo della violenza e a suscitare il massimo dell'allarme sociale.
Eppure al di là di queste considerazioni cosí freddamente "tecniche" ciò che colpisce ancora una volta è vedere come la ferocia del mondo oggi non solo non sia disposta ad arretrare e a fermarsi davanti all'infanzia o all'adolescenza ma come anzi sembri voler promuovere proprio i giovani a testimonial del proprio impazzimento, del proprio cinismo, della propria stupidità. Sotto i colpi di un cecchino a Sarajevo, in un cantiere dove non vengono rispettate le norme di sicurezza, nelle curve degli stadi, negli studi televisivi, nelle aule universitarie, nelle strade ai bordi delle discoteche. O nei baretti dove sotto gli occhi di tutti tutto si compra e si vende o nelle favelas del Brasile o anche in qualche bel posto di questo Bel Paese dove per qualche centinaio di migliaia di lire a sedici anni si può a scelta essere uccisi o arruolati come uccisori. Non solo l'enclave degli adulti sembra ignorare ogni progetto di tutela del mondo giovanile, non sentire alcun obbligo nei suoi confronti: ma sembra anzi voler divorare i propri figli, farne carne da cannone, non vederli crescere, non educarli a vivere. E chissà se l'autore del libro-bomba si è reso conto di aver prodotto col suo gesto infame, con questa ennesima strage italiana, la più lucida delle metafore sul mondo di oggi: un mondo dove nemmeno a cinque anni è più permesso aprire un libro di favole, dove nemmeno a cinque anni si può sognare senza rimanere feriti.[ Francesco De Gregori]
Che faremo dopo la domenica di silenzio?
di Francesco De Gregori
L’UNITA’ Mercoledì 1 febbraio 1995
IL PARAGONE tra la lotta al terrorismo e quella alle frange estreme delle tifoserie sportive è legittimo e utile solo a condizione che si tenga conto di un paio di cose: che il terrorismo fu sconfitto non con la repressione militare ma con il ricorso a tecniche di intelligence (null'altro se non questo fu infatti, pur nella sua rozzezza, la legislazione sui pentiti) e che lo Stato riuscì a combattere e a vincere la sua battaglia senza nulla cedere - o quasi - sul piano dei diritti acquisiti della cittadinanza e senza sospendere le garanzie costituzionali di nessuno.
A quarantott'ore di distanza dall'uccisione del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo le analisi socio-psicologiche dell'accaduto sembrano aver prevalso - spesso, ahimé, condite da devastante ed interessata retorica giornalistico-sportiva _ su quelle più direttamente legate alla sostanza del problema che è - spero che nessuno si offenda - anche un problema di ordine pubblico. Se non si dice questo in maniera forte e chiara ogni successiva valutazione rischia di essere un diversivo e di allontanarci dalla verità anziché aiutarci a comprenderla. È davvero così difficile dunque - lo chiedo ai commissari, ai prefetti, al capo della polizia _ identificare i gruppi e gli individui "a rischio" ed isolarli e neutralizzarli prima che siano giunti dentro gli stadi (O nelle loro immediate vicinanze, il che è lo stesso checché ne dica Matarrese)? È davvero impresa sovrumana infiltrare qualche carabiniere fra i vari Boys o Fedayn o Barbour Clubs per sapere in anticipo cosa gli girerà per la testa la domenica? È davvero così di cattivo gusto chiedere ai presidenti delle società di calcio di smetterla con le complicità più o meno diret te, più o meno dichiarate?
Cose dette e ridette, certo: ma purtroppo, chissà perché mai fatte. Si sarebbe detto una volta che "manca la volontà politica".
Domenica prossima dunque non si giocherà a pallone e altre attività sportive verranno sospese. Spererei che nessuno volesse vedere in questa pur lodevole scelta un qualche tipo di soluzione al problema. Una settimana di silenzio non vale molto più di un minuto di silenzio, nulla sarà cambiato fra due domeniche. Comunque il fatto che questa decisione sia stata presa "dal basso", dal mondo dei lavoratori del calcio più che dalle autorità sportive e politiche, le quali anzi ne avrebbero ben volentieri fatto a meno, costituisce un segnale raggelante a poche ore dalla morte di questa ennesima vittima e dall'arresto del suo povero assassino.
La violenza - purtroppo è vero _ non è nel mondo del calcio. Il calcio le garantisce spesso impunità e pubblicità, esaspera personalità e comportamenti, ar riva spesso a deformare la realtà estremizzandola e semplificandola: ma non è spegnendo il calcio per una domenica o per un anno che avremmo potuto salvare la vita spezzata di Vincenzo o quella distrutta per sempre di Simone che era partito da lontano con un coltello prestatogli da un suo amico diciassettenne per andare ad uccidere in nome di una squadra di cui _ dicono - non sapeva nemmeno la formazione.
Mi manca la sua lucidità
di Francesco De Gregori
L’UNITA’, 28 ottobre 1995
PASOLINI era un'anima bella. Conosceva razionalità e passione, impegno e saggezza. Conosceva l'intelligenza, il sesso, l'amore. Conosceva Ninetto Davoli e Moravia, i giovani della Fgci e quelli della stazione Termini, Maria Callas e Totò. Ha fatto film e romanzi, articoli e poesie.
È difficile districare il Pasolini regista dal narratore, dal poeta, dall'opinionista. Mi mancano oggi nella stessa misura i suoi film, i suoi romanzi, i suoi articoli, le sue poesie. Mi manca soprattutto la sua opinione su ciò che è avvenuto dopo la sua morte, in questi vent'anni. Pasolini e l'Aids; Pasolini e le lettere di Moro; Pasolini e Berlusconi; Pasolini e Internet. Mi manca quella lucidità che aveva nel decifrare il presente, quella lucidità che fu spesso scambiata - sbagliando _ per chiaroveggenza. Che lo portava a scrivere ciò che al momento spesso non riuscivo a condividere ma che avrei condiviso magari sei mesi o due anni dopo: Pasolini e le lucciole, Pasolini e l'aborto, Pasolini in un dibattito a Villa Borghese, qualche mese prima della sua morte, e io che sentivo la sua voce - la sua voce immensa _ ma non riuscivo a vederlo in faccia perché davanti a me, seduto per terra, c'era uno con un enorme cappello che me lo nascondeva.
Ma non si deve parlare di Pasolini solo in termini di assenza perché Pasolini è caparbiamente presente nella società di oggi, malgrado ogni esorcismo ed ogni censura. Nella bava alla bocca di Forlani, nella faccia livida di Andreotti processato a Palermo. E anche nella sconfitta non rassegnata di tutti coloro che si ostinano a cercare i responsabili delle stragi italiche e che sanno _ oh se lo sanno! - i nomi degli assassini ma, come diceva Pasolini, "non ne hanno le prove". Ed è presente nel suo cinema intenso e disadorno, come nella sua letteratura bella e discontinua che rimarrà comunque una sponda non marginale della letteratura del Novecento.
Stupisce soltanto che ancora oggi si tenda a guardare la vita di Pasolini attraverso la sua fine, drammatica e spettacolare quanto si vuole ma certo non voluta, non cercata e forse nemmeno così "simbolica" come fin dal primo momento si volle dire. Riferirsi alla vita di Pasolini attraverso l'imbuto della sua morte rischia di attenuare la portata di quella che fu la sua vitalità generosa, la sua geniale capacità di donarsi al suo tempo, finisce per trasformare un episodio di cronaca nera - per quanto ambiguo ed irrisolto possa essere _ in un segno del destino, in una vocazione esistenziale. Mi sono imbattuto quest'estate a Graz in una mostra di quadri e disegni di Pasolini intitolata - con disastroso stravolgimento del titolo di una sua raccolta di poesie - "Organizzar il trasumanar". In questa mostra (che a quanto mi risulta non verrà in Italia e ciò mi sembra, a parte ogni altra considerazione, scandaloso) tutta l'opera di Pasolini - non solo quella pittorica _ sembra doversi inquadrare in una prospettiva di morte annunciata, di predestinazione letale, di fascinosa cognizione dell'esito finale. Contrastano con tutto ciò le foto pubblicate nel catologo: Pasolini che gioiosamente ritrae Maria Callas su una spiaggia, la riproduzione di un quadro con una conchiglia incollata sopra (Ninetto Davoli dovette impazzire per trovargliela). Pasolini che usa, al posto dei colori, l'inchiostro, la terra, la colla, il gesso, il vino. E al posto dei pennelli le mani e le dita. E lui quasi buttato sul foglio disteso a terra: il suo corpo ostinatamente vivo gettato nella lotta senza mediazioni. [ Francesco De Gregori]
La legalità nel paese senza regole
di Francesco De Gregori
L’UNITA’, 19 ottobre 1995
L' IMBECILLE con la testa rasata che si aggira armato di spranga o coltello a caccia di immigrati o il cittadino silenzioso che sempre più apertamente gli conferisce una sorta di mandato a salvaguardia del proprio territorio residenziale. Oppure l'intellettuale che arriccia il naso di fronte a parole come "solidarietà" o "tolleranza", parole non più spendibili con troppa leggerezza nemmeno a sinistra. E la sinistra, appunto, accusata come sempre di arrivare in ritardo sui problemi dei cittadini, bianchi o neri che siano. Una sinistra che non sa, non capisce, non trova, non cerca le soluzioni, i modi, la ricetta giusta. E già. E che deve fare poi uno se trova un nordafricano che spaccia eroina dentro il portone di casa sua? Lo può denunciare o può almeno incazzarsi un po', senza per questo correre il rischio di essere scambiato per un razzista? E si può o non si può, al dunque, organizzare una bella marcia pacifica per le vie di Torino o di Roma contro travestiti, mignotte, spacciatori e clandestini di ogni risma per ritrovarsi fianco a fianco con il commerciante, l'impiegato e il filosofo tutti con la fiaccola in mano, a chiedere non diciamo l'ordine _ brutta parola! - ma almeno la legalita?
Certo fa un po' impressione in questo paese cresciuto e prosperato tra abusi e condoni, e centinaia di miliardi risucchiati nel nulla, senza cinture di sicurezza, senza moralità fiscale, senza decenza, tra gas di scarico non rilevati e adolescenti in motorino
senza casco, ritrovarsi a fare i conti con la parola "legalità" solo perché ci fa comodo per sbarazzarci del negro sotto casa. Sarà anche giusto, certo, ma vorrei proprio vedere quanti fra questi marciatori così assetati di diritto sarebbero disposti a farsi spulciare la denuncia dei redditi, o se davvero non hanno mai pagato per avere una licenza o una concessione, o non hanno mai finto una malattia per non andare a lavorare.
La legalità dovrebbe venire da lontano, da un'alta cultura della democrazia. La legalità non si improvvisa in una notte, non si evoca come un fantasma shakespeariano da far poi comodamente sparire alle prime luci del giorno. Si dice che la legge Martelli sia una buona legge e che sia stata male applicata. Io non credo che sia una buona legge perché la sua non applicazione nasce dalla sua inapplicabilità. È inutile - se non ipocrita _ parlare di controlli alle frontiere, numeri chiusi, maggiore determinazione con gli immigrati delinquenti, regolamentazione dei flussi. Ma cos'è una pubblicità della Lines? Ma chi ha mai regolamentato niente in questo paese? E chi ha mai pensato che fosse giusto regolamentare qualcosa? Siamo, come al solito, alle grida manzoniane quando si sente dire dal ministro degli Interni che d'ora in poi il nordafricano sorpreso, tanto per dire, a vendere un paio di falsi Ray-Ban dovrà attendere in carcere il momento del suo rimpatrio obbligatorio. Ma quando mai? Ma chi è che lo andrà ad arrestare in un paese dove contrabbando di sigarette, usura, gioco d'azzardo, sfruttamento della prostituzione e chi più ne ha più ne metta sono e sono state da sempre fonti di reddito regolare per buona parte della popolazione? E in quali carceri lo metteremo "er marocchino" visto che già adesso le carceri scoppiano?
Finiamola di baloccarci con le parole e prepariamoci a raccogliere quello che abbiamo seminato: arrivata per ultima in Europa a doversi porre il problema, di fronte ad un esodo di proporzioni bibliche che altro non è se non la risposta fisiologica a decenni di sfruttamenti e di stupri condotti dalle "democrazie occidentali" nei confronti dei paesi in via di sviluppo, l'Italia scopre oggi di essere l'anello, più debole nella catena dei paesi europei. Debole tecnicamente e debole culturalmente, al punto di non essere capace di attivare nemmeno i più elementari meccanismi di integrazione e di controllo.
Questo è lo scenario che ci circonda e le fiaccolate notturne non servono a rischiararlo: lo rendono semmai ancora più oscuro e nervoso.[ Francesco De Gregori]
Le fughe di fine millennio
di Francesco De Gregori
L’Unità, 4 marzo 1995
UNA STATUETTA effigiante la Madonna si mette a piangere lacrime di sangue in quel di Civitavecchia. La televisione ne dà ampio risalto, i giornali - tutti _ amplificano la notizia. Perfino persone sul cui approccio razionale e positivo ai fatti della vita avresti messo la mano sul fuoco vengono travolte dall'evento. Se ne parla nei salotti e nei bar di periferia a Roma, a Milano: si prende posizione, intervengono in veste di esperti i periti di ambo le parti a dare soddisfazione ai creduli e agli scettici. La Chiesa, troppo intenta a vietare il sacerdozio alle donne, prende tempo e per il momento valuta tutto "con prudenza". D'altronde, si parva licet, tutte le domeniche pomeriggio in tv siamo perseguitati da un mago che alterna travagliate autosepolture a più spettacolari sedute di porno-ipnosi ad uso familiare. E tutto - si capisce _ fa notizia.
Anche Orson Welles speculò in altri tempi sulla credulità dei suoi connazionali e gettò nel panico gli ascoltatori della Bbc annunciando l'arrivo dei marziani. Ma lo fece anticipando genialmente problematiche assai di là da venire per lanciare un segnale d'allarme su un uso sconsiderato dei media e se non altro mischiò il tutto con una buona dose di sense of humor assai lontano dagli infuocati climi catodici del nostro tempo. Nella complessa cosmologia
di fine millennio è sempre più in agguato dunque il mostro di Lochness, o i suoi replicanti in cartongesso, carne o ossa, acqua o vino, sangue (di santo partenopeo o di Madonna laziale che sia) o lacrime. Buoni ad ogni uso affabulatorio e divinatorio e - soprattutto pare _ preziosi indicatori del nostro futuro economico, politico, sportivo. Congeleremo il debito pubblico? Finirà la guerra in Bosnia? Chi vincerà lo scudetto? Chiediamolo a Frate Indovino, a Barbanera, a Davide Copperfield. La risposta (o se non altro la domanda) è garantita.
Ma c'è naturalmente un altro versante - più serio e più grave _ di questa rincorsa all'oscuro irrazionale che pervade la nostra epoca (e che sembra peraltro convivere brillantemente con tutti gli aspetti positivi della modernità). Che cos'è infatti se non l'altra faccia di questo neo-paganesimo l'impressionante espandersi a macchia d'olio di ogni tipo di integralismo (politico, religioso, misto) che sembra ormai aver raggiunto buona parte del mondo o con il quale, se non altro, il mondo deve fare i conti?
È a causa di questo integralismo che oggi un uomo è costretto a nascondersi per tutto il pianeta perché - la sua colpa è aver scritto un libro - è stato condannato a morte da un intero popolo (e che non si tratti di una condanna simbolica lo dice il fatto che ci sono compagnie aeree che rifiutano di staccare un biglietto a nome di Salman Rushdie).
È a causa di questo integralismo che immense zone del mondo sovrappopolate fino all'estremo vengono sottratte a una politica di pianificazione delle nascite, unica soluzione, quand'anche tardiva, al disastro ecologico, ambientale e politico che ci circonda. E non a caso su questo argomento due integralismi di segno culturale assai diverso, se non opposto, quello cattolico e quello islamico, hanno mostrato di recente una impressionante convergenza ideale.
Ed è di questo integralismo e delle sue svariate articolazioni regionali e culturali, infine, che si nutrono o si travestono gli innumerevoli conflitti che contraddistinguono la nostra epoca recente dalla Somalia alla Bosnia passando per Israele e la Palestina, il Tibet, l'Irlanda del Nord.
Perciò ci sembra legittimo - e in certo modo estremamente "laico" _ avanzare qualche dubbio anche sugli entusiasmi che hanno accompagnato di recente l'esplosione di Internet, salutata ancora una volta (dopo l'invenzione della ruota, della polvere da sparo, del telaio meccanico e della bomba H) come uno degli eventi destinati a cambiare, nel bene o nel male, il destino degli uomini e gli uomini stessi. Chissà se è proprio vero, chissà se possiamo crederci.
Ci sembra, al contrario, che il vuoto lasciato dal fallimento della politica e la sua inadeguatezza nel dirimere le complessità del pianeta del dopo '89 abbiano messo a nudo un ancor più grave vuoto di spiritualità - e non di sola spiritualità in senso religioso si tratta _ che pervade tutta la nostra epoca e di cui le lacrime (vere? false?) di una statuetta sono purtroppo solo una delle tante espressioni estreme e marginali. L'uomo è ancora una creatura capace di tagliare le mani a un altro uomo per punirlo di aver rubato: e del suo destino non sembra conoscere molto più dei sacerdoti dell'antichità che scrutavano il volo degli uccelli o le viscere degli animali appena uccisi. Le grandi autostrade fosforescenti che veicolano dati e informazioni nell'oscurità che ci circonda non possono da sole sostituirsi alla vera politica o alla vera religiosità. Sembrano capaci, per ora, di mettere in comunicazione le notizie con le notizie, non ancora gli uomini con gli uomini.[ Francesco De Gregori]
E se dietro al sequestro del brano
di De Gregori si nascondessero
motivazioni poco artistiche?
Roma, 9.1.1997
Come forse saprete, il Tribunale di Roma ha dato ragione agli autori dei brano "Zingara", che vinse nel '69 il Festival di Sanremo (la interpretavano lva Zanicchi e Bobby Solo), che avevano citato in giudizio Francesco De Gregori per avere utilizzato senza permesso alcuni versi dello storico brano nella sua canzone "Prendi questa mano zingara" inserita nell'ultimo album "Prendere e lasciare".
Subito certi "soloni" dei giornalismo hanno titoloato a caratteri cubitali che il nuovo album di De Gregori "è stato sequestrato". A parte il fatto che il disco non è stato (almeno per ora sequestrato), temiano che dietro alla vicenda - per cui sono stati tirati in ballo i diritti dell'arte e persino dell'espressione - si nascondano motivazioni molto meno nobili o drammatiche. La prima, l'ha formulata anche il TG5 delle 20 di oggi. E cioè che Gianni Morandi (indicato dal giornalista dei Tg5 come il vero autore di "Zingara", "all'epoca non la firmò perché non era iscritto alla SIAE") si sia vendicato dello scherzo tiratogli qualche anno fa da De Gregori. Il quale aveva chiesto e ottenuto di bloccare un disco di Morandi solo perché conteneva una versione della sua "Buonanotte Fiorellino" che non gli piaceva.
La seconda: gli autori dei pezzo hano citato in giudizio De Gregori perché, dopo averglielo promesso, si è dimenticato di citare nel suo disco i crediti del brano ispiratore. La terza: che la minaccia dei sequestro del disco di De Gregori serva soprattutto a fargli vendere qualche copia in più, dopo che da settimane è praticamente fermo.
Insomma, ce n'è abbastanza per far cadere le braccia (e forse anche qualcosa d'altro) a chiunque. Tranne che ai "soloni".
La valigia dell’attore
di Giovanni Cerutti
Con il doppio CD "La valigia dell’attore" Francesco De Gregori pubblica il sesto live della sua carriera. Se si eccettua, infatti, "Banana Republic" che testimoniava il tour con Lucio Dalla del 1979 - peraltro si tratta di registrazioni per la massima parte provenienti dai check-sounds a causa di problemi tecnici - ha già pubblicato "Nientedacapire", "Musica leggera" e "Catcher in Sky" nel 1990, "Il bandito e il campione" nel 1993 e "Bootleg" nel 1994.
Mentre i primi tre live erano il risultato di due anni di registrazioni - dal 1987 al 1989 - , gli ultimi due testimoniano un tour - "Bootleg" addirittura un singolo concerto. Anche se i quattro inediti presenti - per tre si tratta di versioni registrate in studio - sono stati generalmente ben accolti dalla critica, la scelta di pubblicare un altro disco dal vivo ha sollevato qualche critica, simile del resto alle polemiche nate in corrispondenza all’uscita di "Bootleg" a ridosso del "Bandito e il campione".
Non ci si è invece interrogati a fondo sul senso del lavoro di De Gregori nei concerti di questi anni, che la pubblicazione di questi dischi vuole sottolineare.
La lettura che propongo è che De Gregori si stia confrontando con il più significativo tentativo di trovare un posto alla canzone nell’espressione artistica contemporanea, cioè con il Never Ending Tour di Bob Dylan.
A partire dal 1975, dopo la pubblicazione di Desire, Dylan decide di riprendere un suo vecchio progetto a più riprese vagheggiato durante gli anni Sessanta che prevedeva di costruire uno spettacolo rock avendo come riferimento le rappresentazioni teatrali di Broadway.
Ha ormai capito che la registrazione in studio ha assunto una complessità tecnica a cui non intende adeguarsi - Planet Waves e Blood On The Tracks sono stati registrati in tre giorni, Desire in una notte - , come invece fanno molti suoi coetanei, perché non la ritiene in grado di confrontarsi con le altre modalità espressive dell’arte contemporanea.
Lo farà di tanto in tanto - Infidels nel 1983, Oh Mercy nel 1989, Time Out of Mind quest’anno - e saranno sempre capolavori.
Se la canzone avrà un futuro come arte in grado di parlare all’uomo contemporaneo dipenderà dal palcoscenico: "Ciò che faccio è più che una cosa immediata. Sei su di un palco e canti, ottieni una cosa immediata... non è come scrivere un libro o registrare un disco... ciò che faccio è così immediato che cambia la natura, il concetto stesso di arte" (cfr. Paolo Vites "Friend of the devil" Satisfaction settembre 1992).
Nel 1975 costituisce la Rolling Thunder Revue con la sua band - T-Bone Burnett, Howie Wyeth, Dave Mansfield, Steve Soles, Rob Stoner, Luther Rix , Mick Ronson e Scarlet Rivera - e molti altri artisti tra cui Joan Baez, Joni Mitchell, Bob Neuwirth, Roger McGuinn, che gira la provincia americana con concerti annunciati sulle radio locali fuori da ogni circuito.
Al tour - che dura due anni e sarà un controcanto alle celebrazioni del bicentenario, culminando con il concerto al Madison Square Garden per la liberazione del pugile nero Rubin "Hurricane" Carter ingiustamente incarcerato - partecipano Allen Ginsberg e Sam Shepard, che da quell’esperienza ricaverà un libro che darà il senso dell’importanza di Dylan nella cultura americana.
Il mancato sostegno della CBS e i conseguenti problemi finanziari costringono Dylan a sciogliere la Revue, ma l’idea di ridefinizione del rock come performance dal vivo ha mosso i primi convincenti passi.
Niente dischi nuovi da promuovere, nessun effetto sul palco, solo la forza della musica e delle parole.
Alla rilettura del suo repertorio - che approfondisce le canzoni scavandone l’essenziale fino al nucleo che le rende sempre vive - si unisce la rilettura della tradizione folk americana da Woody Guthrie ai canti tradizionali, nel tentativo di precisare il senso della forma canzone come espressione d’arte.
Dal 1978 al 1987 Dylan sviluppa ulteriormente la sua idea di performance live come luogo privilegiato della creatività, in questo aiutato dal fatto di avere già alle spalle un repertorio imponente che è già riconosciuto come riferimento ineliminabile - recentemente Giancarlo Susanna ha scritto sull’Unità "è lui l’unico veramente indispensabile" - da tutto il mondo della canzone, e non solo, come testimonia l’inserimento nella rosa finale per l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1996.
Le tappe saranno scandite dal tour mondiale del 1978 - con il ritorno in Europa dopo dodici anni -, dai gospel tour dal 1979 al 1981 - a chi gli chiedeva come mai dopo solo un anno ritornasse nelle stesse città degli States con il rischio di non avere più folle imponenti in cerca dell’evento rispondeva che non era quello il senso dei suoi concerti... -, dal tour del 1984 con Mick Taylor alla chitarra, dai tre tour con Tom Petty e gli Heartbreakers nel 1986 e nel 1987 inframmezzati da sei concerti americani nel luglio del 1987 con i Grateful Dead che ancora oggi detengono tutti i primati di affluenza di pubblico.
Ed è proprio durante questi concerti che matura l’idea del Neverending Tour: "Se sei un’artista vero, ti devi dare al tuo pubblico interamente, non puoi andare in tour ogni tre anni, come facevo anch’io prima del tour con i Grateful Dead" (P. Vites cit.). E dal giugno 1988 ad oggi Dylan è ininterrottamente in tour, suonando in tutto il mondo sia in grandi città che in provincia - in Italia, ad esempio, ha suonato a Merano, Aosta, Udine - o in piccoli club - famosa la serata al Toad’s place di New Haven, un piccolo club con circa cento posti, dove nel gennaio 1990 ha suonato per più di quattro ore - con una media di centoventi/centocinquanta concerti in un anno.
Lontano dai riflettori dei media, ma non della critica più attenta, Dylan sta ponendo le basi di una definizione del concerto dal vivo come forma d’arte.
Una forma d’arte che per la sua unicità di performance e la sua non ripetibilità
è in grado di rendere al meglio i travagli dell’uomo contemporaneo.
Credo si possa tentare di enucleare alcune caratteristiche salienti di questo lavoro. In primo luogo il rifiuto di qualsiasi artificio esterno alla musica. In clamorosa controtendenza sia con i suoi coetanei - vedi gli Stones - che con le generazioni più giovani - U2 - nei concerti di Dylan c’è solo la musica.
Suona solo in luoghi di dimensioni contenute dove il rapporto con il pubblico non sia di tipo celebrativo - i "grandi stadi della dannazione" li ha definiti una volta - ma dove sia possibile ascoltare.
Non cede alla tentazione del "come eravamo". Nei suoi concerti non ci sono "i Favolosi anni sessanta"; per lungo tempo non ha cantato le canzoni che tutti volevano, o se le ha cantate ha dato loro una veste calata nella contemporaneità.
Le scelte musicali. La formazione della band è essenziale: due chitarre - una è Dylan - basso - contrabbasso nei pezzi acustici - , batteria - nei concerti del 1992 ci sono state due batterie - , a cui si è aggiunto dal 1992 il pedal steel. I musicisti non sono molto famosi, a parte G.E. Smith che ha suonato i primi due anni. Il rapporto con le sue canzoni.
Come hanno notato Gino Castaldo e Roberto Giallo per Dylan non esiste la versione originale di una canzone. C’è un appunto pubblicato sul disco continuamente sviluppato, lasciato cadere se non funziona o lasciato quando sembra non offrire altri spunti, salvo riprenderlo dopo qualche tempo se si trova un aspetto inedito o un versante non esplorato.
Sempre tenendo la canzone ben dentro la contemporaneità - che non vuol dire attualità - mai per celebrarsi. Le linee melodiche sono continuamente cambiate - nei concerti del 1990 e 1991 ha tentato persino di cantare su tonalità diverse da quelle suonate - i testi continuamente sviluppati con cambi di prospettiva - ad esempio in Simple Twist Of Fate la terza persona narrante cambia continuamente da un versione all’altra - soppressione di strofe o scrittura di nuove, ricerca di aggettivi sempre più calzanti, ma sempre in sequenze logiche: ogni versione presuppone le precedenti sia musicalmente che per i testi.
La parte musicale è dilatata sovente oltre la durata del testo cantato con continue improvvisazioni.
Non esiste una scaletta di concerto. Dylan prova gruppi di settanta/ottanta canzoni per volta che ruota ciclicamente. Ogni sera la scaletta dipende dal clima che si crea sul palco e spesso i musicisti devono improvvisare canzoni che non sanno: "Provare, per me e la mia band, nel senso di provare una canzone, vuol dire sapere il titolo e in che accordo va suonata. Fatto questo, abbiamo provato" (P. Vites cit.).
Alle sue canzoni si affiancano pezzi della tradizione folk, country songs, o cover di autori non sempre conosciuti. Il risultato di tutto questo è elettrizzante. Il pubblico avverte subito che non c’è né routine, né mestiere ma qualcosa di vivo. Ogni sera Dylan mette a repentaglio la sua carriera senza rete, ed infatti può capitare il concerto in tono minore. Questa lunga digressione credo possa consentire di rileggere il lavoro di De Gregori in una luce nuova.
Il riferimento al lavoro di Dylan - sentito come l’esperienza centrale della musica contemporanea che cerca di dare alla canzone dignità di forma d’arte - appare evidente in alcune scelte, così come l’ulteriore elaborazione secondo la propria sensibilità di artista e la propria cultura.
Così si inquadrano i cambi di scaletta sera dopo sera, la ricerca di un suono non interamente pacificato - nel 1992 De Gregori adotta la stessa formazione adottata da Dylan con una chitarra in più per poi aggiungere strumenti della tradizione italiana come l’organetto o la fisarmonica - il lavoro sulle linee melodiche delle canzoni e sui testi per saggiarne la capacità di essere sempre significanti, insomma il tour come work in progress, come momento di produzione artistica del quale non si può fare a meno.
Certo De Gregori è legato a un concetto di canzone più formale, perché la letteratura italiana ha alle spalle una tradizione più vincolante che si riflette anche sulle culture popolari, mentre la letteratura americana è più giovane, per certi versi senza storia.
Credo, quindi, che il senso ultimo della pubblicazione dei dischi live sia lasciare un documento - la tradizione... - di questo continuo lavoro sul palco, "la mia attività stradaiola" come l’ha definito De Gregori in un intervista a Vincenzo Mollica.
La valutazione andrebbe allora fatta sulla validità e sul senso complessivo dei risultati raggiunti, piuttosto che sulla constatazione che si tratta dell’ennesimo disco live.
La valigia dell'attore
Gianluca Castellani
Non si può affermare il contrario: "La valigia dell'attore" di Francesco De Gregori è un bel disco, piacevole, esteticamente ben costruito, suonato in giro per concerti con energia e passione da validi musicisti ed impreziosito da quattro inediti; ventinove canzoni in tutto proposte al pubblico ad un prezzo modico. Pezzi tra i più famosi ed amati, molti dei quali oggettivamente non solo pietre miliari della canzone cantautorale italiana, ma soprattutto splendidi e perfetti equilibri di poesia e musica. Un Francesco De Gregori che ha scoperto negli ultimi anni una sconosciuta voglia di semplicità, di comunicazione ed il piacere di stare in mezzo alla gente, ai giovani, lontano dagli atteggiamenti scontrosi e dai versi criptici del passato. Più consapevole, forse, di un differente ruolo che oggi si trova ad interpretare: non è più il tempo di prodotti intellettualoidi, eccessivamente pensati, lenti da partorire e non è più il tempo di eremi da opposizione culturale così come il pubblico non è più lo stesso. Le mutate condizioni storico-politiche richiederebbero più doti di chiaroveggenza che di lungimiranza artistica per saper dare una forma alle contrastanti sensazioni che ci vengono dal mondo che ci circonda, sia esso pubblico o privato.
Gli ingredienti per cui questo De Gregori piaccia ci sono, quindi, tutti e non si può affermare il contrario. quello che si può affermare è che quest'ultima fatica discografica non aggiunge nulla alla produzione del cantautore romano e pare più che altro l'ennesima, ben progettata, operazione commerciale che segue altri cinque dischi live e due soli llnuovi" negli ultimi sette anni.
Il contenuto della valigia del Principe lascia perplesso me, semplice appassionato, e mi pare lontano dalle opere di un tempo. Inoltre non riesco a considerare scusanti le mutate condizioni ambientali vista la sublime rappresentazione che hanno saputo dare dello stesso strano Ilpaesaggio lunare" che ci circonda i quanto mai vicini colleghi De André e Fossati.
De Gregori, niente "Zingara"
Vietato il commercio dei cd. Iva Zanicchi solidale "Era carina"
D.PERUGIM
E' vietato citare volutamente una canzone in un'altra canzone. E così Francesco De Gregori viene costretto da una sentenza del Tribunale di Roma a "tagliare" dall'ultimo cd Prendere e lasciare la canzone Zingara che nell'incipit cita la famosa canzone che, con la voce di Iva Zanicchi, vinse il Festival di Sanremo del '69. Ricordate? "Prendi questa mano, zingara, dimmi che destino avrò" ... Al cantautore romano è vietato anche cantare in pubblico il brano. Una sentenza singolare, presa dal giudice dopo il ricorso presentato dagli autori del pezzo, Riccardi, Albertelli e Del Turco, e dall'editrice Bmg, infastiditi dal fatto che non sia stato chiesto il permesso di fare quell'innocente citazione.
"Sono allibito", dice De Gregori. "La musica, al pari di altre forme d'arte, è un continuo gioco di citazioni e recuperi. Sarebbe come se la Campbell's avesse impedito a Andy Warhol di riprodurre la famosa lattina della minestra nelle sue celebri e straordinarie opere". Il cantautore insieme con la Sony ha annunciato che ricorrerà in appello. In attesa, niente Zingara nei concerti e soprattutto il brano dovrà essere eliminato dai cd messi in conunercio. Iva Zanicchi solidarizza con De Gregori: "A me sembrava una cosa carina, ero contenta di sapere che il poeta De Gregori avesse preso spunto da una canzone popolare come zingara".
VENDITTI DOCET
Aldo Garzia
Stessa copertina di Benvenuti in paradiso (il grafico e' Antonello Tiracchia), stesse musiche un po' ruffiane e computerizzate, uguale anche la miscela che alterna tradizionali canzoni d'amore a qualche testo impegnato (Dolce Enrico dedicata a Berlinguer nel precedente cd, ancora prima In questo mondo di ladri che deve aver ispirato il pool di Mani Pulite). Antonello Venditti tira fuori le unghie e cerca di graffiare anche con Prendilo tu questo frutto amaro. Il refrain della canzone clou chiarisce il pensiero del cantautore: "E' una questione politica, na grande presa per culo, in questa nuova Repubblica non mi somiglia nessuno". Ecco che Venditti prende le distanze dalla retorica del "nuovo" e ribadisce che non e'piu'arnico di Walter Veltroni e Francesco De Gregori. Del resto Antonello e' fatto cosi': strizzava l'occhio a Comunione e Liberazione quando la sinistra dialogava solo con la Dc di Forlani, poi ha avuto nostalgia per Enrico Berlinguer quando il Pci aveva cambiato nome e ragione sociale, ora se la prende con i cantori acritici della Seconda Repubblica. Nelle canzoni d'amore, invece, resta quello di sempre. Ogni volta, Parla come baci, 1 000 figli sono pezzi Venditti doc. Ma il disco, ahime', delude. Il linguaggio musicale e' troppo uguale, troppo disco-music. I testi non danno emozioni: non basta la voce di Carlo Verdone a provocare un brivido in chi ascolta. Il cd, pero', e' "dedicato a Francesco Saverio" (il giudice Borrelli?). Alice (una vittoria a Sanremo qualche anno fa, una perfetta sintonia musicale con Franco Battiato) preferisce sperimentare. Dodici canzoni raffinate, ai limiti delle regole della musica leggera, compongono Charade, ultima fatica di questa cantante di Forli'. Alice, dopo aver cantato nel recente passato con l'orchestra sinfonica di Parma, torna a usare parole e musica per un viaggio minimalista intorno ai sentimenti. Charade si rivela semplicemente il gioco della vita. Non ero mai sola e In piedi su uno specchio sono esempi di bravura interpretativa. Non resta che attendere il tour della cantante che inizia a novembre. Dal "vivo" Alice e' la stessa Alice dei cd? Il suo modello sembra essere Juliette Gre'co. Scusate se e'poco.
Copyright 1995 Libera Inforniazione Editrice Sp.A.
Giovedì 19 Dicembre 1996
Pace fatta tra Chiesa e cantautori
A ricomporre la frattura è stato l'incontro di lunedì (21.10.96) tra il cardinale E. Tonini e FDG al Roxybar.
Alla fine di un lungo faccia a faccia il cardinale e il cantautore si sono abbracciati, tra l'altro dopo che Tonini aveva esclamato: "Posso ringraziare Dio di aver fatto uno come te". Lo storico faccia a faccia è servito per toccare alcuni argomenti "scottanti" di cui si discute in questi giorni. Ad esempio "Può un ateo usare il nome di Dio, senza passare per blasfemo?" ha chiesto DG a Tonini, mentre il cardinale tentava di spiegare al cantautore che "la voce poetica" e "le mani che scrivono canzoni" sono un autentico dono. Un punto di vista non compreso da chi "Non ha fede", ha osservato DG. E mentre Red e DG lo incalzavano Tonini ha specificato "Posso ringraziare Dio di aver fatto uno come te" frase alla quale ha fatto seguito l'abbraccio.
L'Osservatore Romano alcuni giorni fa aveva criticato l'utilizzazione che alcuni autori (Venditti De Andrè e altri) fanno di Dio nei loro testi pur essendo dichiaratamente atei. Lo stesso Dg aveva attirato su di sè qualche critica per "Agnello di Dio". "A fine trasmissione hanno chiacchierato a lungo racconta" R. Ronnie. Non è quindi molto difficile intuire il punto d'incontro tra Tonini e DG : "Ognuno è alla ricerca del perchè della vita. ognuno cerca di capire, chi nella fede chi no, ma tutti cercano un
confronto. - Repubblica 23.10.96
Piacenza, sassi da cavalcavia sul parabrezza di De Gregori
lunedi , 1 settembre 1997
PIACENZA - Brividi sotto un cavalcavia della Torino-Piacenza per Francesco De Gregori. Un sasso ha colpito il parabrezza della Mercedes su cui viaggiava il cantautore, poco dopo mezzogiorno di ieri. L'autista ha frenato bruscamente e ha fatto in temp o a notare, nello specchietto retrovisore, due persone in bicicletta che abbandonavano il ponte. L'auto si è fermata trecento metri più avanti, mentre dal telefono portatile del cantante è partito l'allarme che ha mobilitato polizia stradale e carabi nieri. Nessuna traccia è stata trovata della pietra o dei sospetti tiratori. Proprio sull'autostrada A 21, insanguinata all'altezza di Tortona da una sassaiola dal cavalcavia della Cavallosa alla fine dell'anno scorso, torna dunque la paura del tir o al bersaglio sulle auto. La Mercedes di De Gregori percorreva il tratto piacentino, vicino a Castel San Giovanni, diretta a sud. Con il cantautore c'erano Filippo Bruni, 45 anni, al volante, e un amico, Stefano Ceresani, 39 anni, tutti romani. All' uscita del cavalcavia numero 132, un colpo secco e violento sul parabrezza ha fatto sobbalzare i tre passeggeri: il sasso non ha perforato il vetro ma, a testimoniare l'impatto, è rimasta una ragnatela di schegge. Il guidatore non ha potuto sostene re con sicurezza che a tirare la pietra fossero stati proprio i due individui intravisti sul ponte. E il sopralluogo della Polstrada lungo i bordi della carreggiata non si è concluso con il ritrovamento del "corpo del reato". Gli agenti non escludono quindi che possa essersi trattato di un sasso schizzato dai pneumatici di un'altra auto. Però restano alcune preoccupanti coincidenze: il fatto che l'incidente sia avvenuto proprio all'altezza di un cavalcavia e la strana fuga dei due ciclisti dopo che il sasso aveva centrato la Mercedes. Sebbene spaventato, Francesco De Gregori si è fermato soltanto il tempo necessario a denunciare l'accaduto e a mostrare i danni subiti alla pattuglia della stradale di Alessandria, intervenuta all'Sos del ca ntante. Che poi si è rimesso in strada con i suoi compagni di viaggio e l'auto ammaccata. La brutta avventura lo accomuna, suo malgrado, a "007", ovvero all'attore scozzese Sean Connery, che appena due settimane fa, in tutt'altra parte d'Europa, si è visto piombare in macchina un grosso mattone di cemento, "sparato" da un ponte sulla statale A 316 del Surrey, in Gran Bretagna. Il parabrezza del fuoristrada è andato in pezzi, lasciando l'attore sotto choc. Dal 1986, soltanto in Italia, sei pers one sono morte nel demenziale tiro a segno dai cavalcavia. A cominciare da una bambina di due mesi e mezzo, che dormiva in braccio alla madre: era il 22 aprile di undici anni fa quando un masso fu lasciato cadere da un ponte sulla provinciale Milano- Lentate sul Seveso, uccidendo la piccola Maria Ylenia Landriani. Nel febbraio del '91, sull'autostrada del Brennero, morì un'anziana coppia, Domenico Fornale, 70 anni, e Rosa Perena, 69. Due anni più tardi, toccò a un automobilista sulla A 14, dalle parti di Giovinazzo e, ancora nel '93, sulla A 22, fu colpita a morte la ventenne Monica Zanotti. Fino alla tragedia recentissima di Maria Letizia Berdini, 31 anni, uccisa il 27 dicembre scorso a Tortona. Ancora ieri, a Roma, sul ponte delle Valli, che attraversa la Salaria, la polizia ha trovato un sacchetto pieno di pietre, forse pronte all'uso.
da TV Sorrisi e Canzoni 1996
di Gherardo Gentili
"Mi guardavano con molta curiosità. La figura del cantautore così poco americana e così tanto europea li conquistava. Si facevano tradurre i testi delle canzoni, volevano capire". Francesco si riferisce ai musicisti con i quali ha registrato l'album "Prendere e Lasciare".
Se i testi dell'album hanno incuriosito i musicisti americani, figurati i nostri lettori. Non occorre tradurli, ma interpretarli.
Ok. Da dove vuoi iniziare
Seguo l'ordine delle canzoni che tu non stabilisci mai a caso. "Compagni di viaggio" sembra un invito rivolto agli ascoltatori. In realtà ha come protagonisti un uomo e una donna degni di un film di Antonioni.
Se intendi che la canzone ha un ritmo cinematografico mi sta bene. Ma Antonioni è più cerebrale e i miei personaggi non ragionano troppo. Vivono, parlano di "passione e spiritualità", scoprendo quanto sia provvisorio il loro rapporto e provvisoria la vita stessa. Due buoni compagni di viaggio non avrebbero mai dovuto lasciarsi.
Perché hai tirato in ballo la prima declinazione latina in "Rosa rosae"? Un ricordo ginnasiale?
Il titolo dell'album doveva essere questo. Ma risultava quasi minaccioso, per le reminiscenza scolastiche. E ho preferito "Prendere e Lasciare" più dentro al cuore del disco. Le rose sono rimaste in copertina. La rosa è un simbolo. Significa la passione, la tenerezza. Non c'è molto da spiegare. E' come un cristallo di neve che si posa sulla mano e subito si scioglie. E la passione, come la rosa della declinazione latina, è singolare, plurale, dativo, genitivo, accusativo, vocativo. Si adegua a ogni variante.
A chi dedichi "Tutti hanno un cuore"?
Ai vagabondi di ogni età, a quelli che appartengono alle cosiddette "sacche di disagio". E in particolare ai giovanissimi che, come dico nel testo "hanno la musica nella testa ma non gliene frega niente delle parole". Credono di essere cinici, ma sono soltanto dei perdenti.
"Un guanto" uno dei brani più difficili, va spiegato...
L'ispirazione mi è venuta da una serie di incisioni del pittore tedesco Max Klinger. Un guanto perduto su una pista di pattinaggio si trasforma in un simbolo della femminilità e si moltiplica all'infinito finchè finisce su un tavolo accanto a una statuetta di Cupido.
Qual é stato lo spunto di "Jazz"? Sembra dedicata a Paolo Conte...
Effettivamente anche lui a scritto una canzone intitolata "Sotto le stelle del Jazz". Il mio l'ho dedicato a tutti i musicisti che fanno del jazz un miraggio. Per loro il jazz è danza tribale, erotismo, improvvisazione, libertà assoluta.
"L'agnello di Dio" è l'uomo nel bene e nel male?
Proprio così. E' una delle canzoni più chiare e comprensibili dell'album. E anche se è scritta da un non credente, è piena di fede.
Chi parla in prima persona in "Stelutis Alpinis"? Un partigiano caduto in un'azione di guerra o una vittima della montagna?
No, il brano originale di Zardini è precedente alla seconda guerra mondiale. Forse è un soldato caduto nella guerra del '15/'18. Mi è piaciuto perché è un canto alpino senza essere corale e per il senso di mistero che lo pervade.
Qual è stato lo spunto per "Baci da Pompei"?
Un ricordo delle gite scolastiche che si facevano alle medie. I ragazzi in visita a Pompei vanno a cercare gli elementi più conturbanti, come il calco dei due innamorati colti dall'eruzione del Vesuvio durante un amplesso. Lo spunto è questo calco, ma non ne ho voluto fare una canzone archeologica e il brano prende tutta un'altra direzione.
"Prendi questa mano zingara" cita la vecchia canzone con la quale Iva Zanicchi e Bobby Solo vinsero a Sanremo nel 1969. Perché?
E' il ricordo affettuoso di quei lontani festivalTra l'altro i due versi iniziali erano bellissimi. Io poi l'ho trasformata rendendola più scura e inquietante.
Anche in "Fine di un Killer" si intravede un mondo di vagabondi e barboni. Si riallaccia a "Tutti hanno un cuore"?
Più che altro si tratta di un piccolo manovale del crimine. Anche musicalmente è diversa. E nella su agonia dentro al fosso, il giovane sbandato trasfigura le cose.
Concludi con "Battere e levare". Si tratta di una professione di fede artistica e morale?
E' la vita stessa, più che un termine musicale. Anche il respiro è un battere e levare. Anche la creazione artistica. Si prende e si lascia. Questo è l'uomo e il suo destino.
Torniamo all'America, dove questo album tecnicamente è nato. Come hai trovato l'ambiente musicale californiano?
Pochi fronzoli e tante concretezza. Una grande facilità di rapporti, molta semplicità, capacità di concentrazione e anche voglia di divertirsi. A Berkeley, dove era lo studio, abitavamo tutti allo stesso albergo. Abbiamo trascorso tante sere insieme, parlando di tutto. Vero è che la musica fa parte della cultura americana molto più che da noi. E' per così dire..."in the air", nell'aria. I giovani imparano quasi tutti a suonare uno strumento, come succedeva nelle famiglie borghesi in Italia all'inizio del secolo. Solo che là è un fenomeno generale.
Ti sei concesso anche un po' di vacanza?
In due mesi di permanenza mi sono scarrozzato in macchina, lungo la mitica Statale n.1 quella di tanti libri e tanti film.
PRENDERE E LASCIARE
"Ernesto de Pascale: Come è stata l'esperienza in America? (Relativa all'albumPrendere e Lasciare (1996), registrato in America e prodotto da Corrado Rustici, n.d.r.)
Francesco De Gregori: per il lavoro, molto bene... è stata un'esperienza piacevole... fare dischi è comunque divertente, anche se non l'avessi fatto in America mi sarei divertito perchè, lo sai, è il momento in cui si mette nero su bianco tutto ciò per cui si è lavorato magari per un anno, due anni, a livello di scrittura. Quindi è sempre un momento eccitante, stimolante, di tensione sana e positiva. In America in più c'è la novità di lavorare con musicisti diversi da quelli che ci stanno qua, e soprattutto, direi, con un produttore, in questo caso Corrado Rustici, e lavorare con i produttori per me è sempre stata un po' un'anomalia. Io mi sono sempre più o meno autoprodotto, magari cercando qualche sponda, qualche amico che mi faceva da produttore, ma insomma, il vero produttore di me stesso tutto sommato sono quasi sempre stato io, invece in questo caso c'era un vero e proprio produttore. Anche quest'esperienza è stata piacevole, nuova... mi sono divertito! poi io sono anche un innamorato dell'America da sempre, ci sono andato varie volte, tantissime volte come turista o come viaggiatore, in questo caso ci sono andato come lavoratore, come emigrante musicale e quindi è stato un modo diverso di conoscerla, di vederla un po' più in profondità, di vederla non da turista
EDP: volevo chiederti... con l'uscita di questo album si è parlato molto... l'assenza da tanti anni dalle scene discografiche, probabilmente tu hai vissuto tutto questo in maniera completamente diversa rispetto a quello che poi dopo si dice o si racconta, ma hai trovato un periodo diverso della musica italiana? trovi qualcosa di differente rispetto all'ultima volta?
FDG: mah, certo tre anni sono tanti. La musica italiana cambia, cambia la musica del mondo, cambia la musica italiana... io non sono un osservatore così attento di quello che succede intorno a me, ti dico la verità... tre anni fa non cera... che ne so?! si, Jovanotti.. Jovanotti è uno di quelli che a me piace.. piace molto.. non era forse così... come dire.. non aveva cambiato pelle in maniera così decisa come l'ha cambiata oggi rispetto al Jovanotti degli inizi. Questa è forse la prima novità che mi viene in mente. Una volta tanto ho fatto il nome di un collega, di solito non li faccio ma questa volta lo faccio volentieri, perchè Jovanotti mi piace molto. E poi, insomma.. la musica cambia.. io spero, anzi sono sicuro di far parte di questo cambiamento, di stare nell'onda di questo cambiamento
EDP: ...non ti pare che accada frequentemente che poi qualsiasi tuo gesto musicale, qualsiasi tua scrittura venga presa e, diciamo, troppo sezionata?non ti pare che ogni volta ci sia sempre questo lavoro di bisturi da parte degli altri? cioè, come ci si sente poi come autore a...
FDG: mah, io direi che ci si sente bene, perchè vuol dire comunque - questo bisturi che tu dici - vuol dire attenzione verso il tuo lavoro, e quindi questo fa piacere, è segno comunque di stima, di considerazione insomma... il peggio sarebbe invece passare inosservati, o che la gente non si accorgesse nemmeno che hai fatto un disco, o lo ascoltasse e lo recensisse in maniera superficiale, insomma, quindi... ben venga questa attenzione a volte, si, molto capillare, molto.. esagerata
EDP: ecco, si, anche sa va fuori poi da quelle che sono le reali intenzioni di chi scrive?
FDG: mah, l'attenzione va sempre bene, poi, dopo, sai, chiunque può dare interpretazioni a capocchia, no? però qualsiasi opera dell'ingegno dell'uomo, qualsiasi opera o operina d'arte è tale proprio perchè si presta ad essere interpretata diversamente a seconda della sensibilità varia di chi la gode, di chi la fruisce. Quindi anche una canzone: tu la interpreti così, quell'altro la interpreta cosà, e questo vale per qualsiasi espressione artistica
EDP: coinvolgiamo anche Ambrogio (Sparagna), che partecipa nell'album in un solo brano. Invece in concerto che cosa succede?
Ambrogio Sparagna: ..succede che suono in più occasioni, perchè, devo dire, non è che è stata voluta questa cosa, è stata anche abbastanza fortuita, o meglio, molto naturale: abbiamo provato, abbiamo visto che la cosa funzionava, la cosa ci piaceva, e quindi da uno siamo andati...
FDG: vogliamo fare brevemente la storia dall'inizio dei nostri rapporti? dunque abbiamo cominciato a suonare insieme la prima volta tipo due anni e mezzo fa, tre anni fa, per uno spettacolo fatto in radio, in Rai, dedicato al problema dell'intolleranza, e io ero stato invitato, e era stato invitato anche lui insieme ad altri artisti. Sapendo che lui ci sarebbe stato, io desideravo molto avere un contatto con lui, e allora ci siamo sentiti, l'ho chiamato e gli ho chiesto: "senti perchè non facciamo una cosa diversa da quella che la gente si aspetterebbe da me? a me non mi va di andare a cantare due canzoni di De Gregori, in questo contesto. Prendiamo due canzoni popolari relative al tema dell'immigrazione, che è un tema molto controverso". Detto fatto, abbiamo provato brevemente un pomeriggio e poi la sera siamo andati a fare questo spettacolo, che secondo me, e anche secondo Ambrogio, è venuto bene insomma. E quindi da li sono nate poi altre collaborazioni, altri contatti, e quando io ho scritto questa canzone, che poi sta nel disco, "Fine di un killer", mi sembrava normale che dovesse suonarla anche Ambrogio, perchè è molto sui temi popolari. E' una canzone che ricalca molto i moduli della canzone popolare. E infatti così è stato, lui è stato molto buono, è venuto fino a San Francisco a suonarla, ha preso l'aereo e ha fatto un'andata-ritorno di 3 giorni, cosa abbastanza faticosa, ma comunque di questo non finirò mai di ringraziarlo, e poi adesso è anche abbastanza normale che lui mi segua in tournée. Cioè, normale: sempre bontà sua.. però ci divertiamo, e il repertorio che facciamo insieme sta crescendo di sera in sera, capito? all'inizio facevamo solo un pezzo, poi abbiamo cominciato a farne 2, 3, stasera ne faremo 5, poi probabilmente ne faremo 7, 8, abbiamo un progetto di fare un vero mini-concerto insieme a Torino, al Lingotto quando ci sarà il salone del disco il 10 ottobre e divideremo proprio soltanto io e lui il palcoscenico e penso, speriamo che venga una cosa degna, ecco.
EDP: stavi aggiungendo qualche cosa? (a Ambrogio)
AS: no, dico che... la sensazione immediata è quella di trovarmi molto molto a mio agio, quindi di conseguenza tutto avviene con molta naturalezza, scioltezza e franchezza. Questa credo sia la cosa più importante, suoniamo.. io suono in questi pezzi di Francesco come se suonassi nei pezzi miei, e lui altrettanto fa...
FDG: si sembra un po' come se avessimo suonato insieme da un sacco di tempo, questa è l'impressione che viene fuori
EDP: sul tema della musica e della canzone popolare, magari vi potete incrociare, probabilmente le generazioni più giovani, i ragazzi più giovani hanno saputo in una maniera o in un'altra riscoprirla, anche se indirettamente, attraverso dei punti di partenza diversi. Ma vi pare che si stia comunque ritornando a una valutazione sana, anche a una conoscenza, rispetto a un periodo in cui probabilmente era un po' depositata a lato del percorso musicale cantautorale?
AS: senza dubbio quest'ultima parte degli anni '90 sta diventando più ricettiva per il recupero della memoria musicale tradizionale, di quella che io chiamo la "musica contadina", i canti popolari che comunemente vengono definiti. E certo però il problema del rapporto con la musica popolare, con la tradizione contadina, è un rapporto molto complesso, non è facile da risolvere. Ci vuole un'adeguata struttura dietro per poter affrontare comunque questo confronto. Intanto, il problema fondamentale bisogna conoscerlo, e le generazioni credo che lo conoscano poco questo repertorio. E poi comunque bisogna affrontarlo sempre con una certa dose di affetto nei confronti di questo materiale. Bisogna affrontarlo con l'idea che non è un materiale... non sono canzoni come le altre canzoni, pensate per esser prodotte per esempio discograficamente, pensate per essere scritte su un pentagramma, su dei canzonieri. E' materiale spesso di tradizione orale, quindi come tale è molto debole sul piano della comunicazione continuativa, secondo i parametri che sono quelli più comuni. Di conseguenza, qualsiasi lavoro che uno va a fare su questo patrimonio va organizzato con un progetto abbastanza chiaro. Francesco ha un rapporto con questo repertorio devo dire molto affettuoso, lui da sempre ha cantato e ha impiegato le formule della musica tradizionale, e devo dire che lo fa sempre, appunto come dicevo prima, con grande affetto. Perchè credo che oggi quest'esperienza, il lavoro sulla musica di tradizione orale è un elemento di grande importanza e chi lo fa deve avere sempre questa coscienza, anche perchè è una parte che esiste, che è dentro di noi, spesso sopita, è all'interno di una memoria sotterranea, no? ed è difficile poi farla emergere sempre in tutte le situazioni. Spesso ci capita, anche recentemente, di vedere questo repertorio abbastanza manipolato, piegato ad altre funzioni, ad altri interessi. Qui non si tratta di fare i puristi per forza, però comunque vanno fatti dei distingui, comunque vada chi lavora su questo materiale deve sapere di che cosa sta trattando insomma, perché mi sembra che con questa cosiddetta moda della "world music" si è anche un po' abusato di questo repertorio. Però è meglio farlo conoscere che negarlo, in sostanza. Non sono una persona che sostiene che bisogna essere puristi per forza, non è che tutto quello che succede è negativo. E' positivo ma va osservato, va confrontato, va sostenuto con una seria e attenta analisi del materiale che uno va a proporre.
EDP: Francesco, volevo tornare un attimo alle canzoni. Quando le canzoni sono terminate, depositate sui dischi, sui dischetti o sui cd o quello che è, poi appartengono realmente alla gente? l'autore che cosa sente andando avanti nel tempo? anche quando le ripropone, o si trova davanti a dire "adesso devo organizzare la scaletta di una serata, e ho alle spalle un numero alto di dischi, devo cominciare a scegliere"...
FDG: beh, l'organizzazione della scaletta è il momento in cui queste canzoni ritornano veramente ad essere vive nella mente di chi le ha scritte, perchè il disco in effetti una volta messo nei negozi, una volta licenziato diventa improvvisamente meno tuo. Intanto perchè tu l'hai dovuto ascoltare talmente tanto nelle fasi della lavorazione che quando finalmente è finito ormai lo conosci perfettamente, conosci tutti i suoi segreti, non lo riascolti più. Materialmente non ti ricapita più di rimettere il disco per ascoltarlo, no? e questo vale per tutti i dischi. Per quelli più vecchi come anche in questo caso per quest'ultimo disco. Dov'è che invece uno riascolta le canzoni che ha scritto, le riascolta, le ricanta, le rifà sue? è proprio quando decide di sceglierle tra le tante che ha scritto per metterle in quelle due ore di musica che si fanno sul palco. Qui scatta un meccanismo di scelta, a volte anche dolorosa, no? ma anche però piacevole. Intanto perchè puoi riarrangiare, puoi rivedere, magari cambiare anche un po' il testo, puoi dare una sequenza che ha un senso per te, per quello che vuoi dire. Il momento del concerto è un momento di resurrezione del repertorio
EDP: tu hai composto ultimamente anche in coppia con qualcuno?Ho letto di un pezzo sul disco di un'artista, Bracco di Graci la domanda è uno spunto poi per parlare della collaborazione, di come si può scrivere o non scrivere, collaborare o non collaborare
FDG: è casualela condizione indispensabile è che mi piaccia il materiale sul quale devo intervenire, però sicuramente non c'è che è un momento della mia giornata in cui mi dico "adesso mi metto a fare metodicamente qualcosa per altri". Però sono un autore, quindiperchè no? l'ho fatto sempre, ho cominciato a farlo con De Andrè, e poi.. tantissimi anni fa.. l'ho fatto con Dalla, l'ho fatto con Fossati, insomma abbiamo collaborato sempre.. ho sempre collaborato con tutti. Non in maniera continuativa
EDP: senti, ti faccio un ultima domanda, questa vale per tutti e due. Domanda da radio: vi chiedo di fare una piccola scaletta, 3 canzoni. Una tua nel mezzo, una prima e una dopo.
FDG: una scaletta radiofonica?
EDP: radiofonica. Dove però nel mezzo c'è un brano tuo, e quello che c'è prima e dopo sia indicativo, cioè, crei un flusso sonoro
FDG: mah... è una domanda molto difficile, perché ... sai, io non sono un uomo di radio, cioè, non sto dalla parte tua della radio
EDP: a tuo, proprio, completo piacimento: sei in radio e ti dico metti una tua canzone, ma prima e dopo quello che ti pare
FDG: mah, guarda, io metterei una canzone di Vasco Rossi come inizio. metterei "Vita Spericolata" di Vasco Rossi, poi metterei "Generale" mia perché c'è un legame, perché io ho fatto "Vita Spericolata" in un mio disco e Vasco Rossi ha fatto "Generale" in un concerto. Poi, non saprei che fare... metterei...
EDP: anche roba che non c'entra nulla
FDGD: metterei... un pezzo di Lou Reed, che mi è sempre piaciuto tanto. Un pezzo qualsiasi di Lou Reed
EDP: sentiamo Ambrogio, sempre un pezzo suo e...
AS: beh.. metterei un pezzo che facciamo nello spettacolo: "L'abbigliamento del fuochista" certamente. Aprirei non con quello però. Aprirei con un canto popolare, proprio per rimanere nel tema. Aprirei con un canto popolare, forse uno del repertorio delle mondine anzi no: "Venezia", o "Gorizia", canti di questo genere, di grande respiro melodico. Poi, se c'è da mettere un pezzo mio, non lo so.. un pezzo del mio ultimo disco. E poi finirei col pezzo di Francesco. Tre pezzi li abbiamo fatti."
DE GREGORI PRENDE RIMINI
di Giovanni Alvisi
RIMINI – 12.12.1996. De Gregori e la Romagna hanno un feeling particolare: basta vedere le date del tour del cantatutore romano che ha suonato il 12 Novembre a Faenza, ieri al Flaminio, mentre il 16 e 17 Dicembre parteciperà ad un progetto insieme al musicista Ambrogio Sparagna al teatro Alighieri di Ravenna.
Affinità elettive (di sinistra)?
A parte la battuta sulla "nomea" di cantastorie col timbro PdS, De Gregori raccoglie dall'esigente pubblico romagnolo il riconoscimento della classe (provata da una più che ventennale carriera) di un cantautore che ha sempre saputo stare al passo con i tempi e soprattutto con i sentimenti della gente. Splendida prova ne è l'ultima uscita discografica, "Prendere o Lasciare", portatrice di un vento di novità nella tradizione cantautorale dell'autore di capitoli storici della canzone italiana come "Rimmel" e "La Donna Cannone". Nuovi suoni (le chitarre infuocate e le percussioni metalliche di "L'Agnello di Dio"), antiche rinnovate suggestioni (la essenziale malinconia di "Battere e Levare", la dolcezza di "Baci da Pompei"), risonanze popolari ("Fine di un killer" con l'organetto di Sparagna) e le classiche storie in musica da menestrello ("Un Guanto"), il tutto con la classe di sempre e l'ispirazione dei tempi migliori.
Le novità continuano anche sul palco "live": una band giovane, alla prima esperienza con l'artista, che ha dichiarato di avere scelto il rinnovamento perché con la vecchia band c'era ormai troppa intimità e pochi imprevisti. Le nuove e validissime reclute sono Marco Cravero e Fabrizio Viscardi alle chitarre elettriche (con un impatto sonoro notevole nei pezzi più movimentati), Ferruccio Battaglino al basso, Massimo Filannino alle percussioni (insolita ed interessante novità), Carlo Gaudiello alle tastiere e Roberto Rossi alle batterie: dirige il "maestro" Guido Guglielminetti, chitarra acustica e contrabbasso. Al Flaminio di Rimini, non stracolmo, sono presenti comunque circa 2000 persone.
Lo show si apre con un classico, "Niente da capire" suonata da tutta la band, mentre in altre tappe del tour era eseguita, insieme a "Pezzi di Vetro" in versione acustica. Qui a Rimini segue un altro ipercalssico, "La leva calcistica della classe'68". Un inizio semplice, così com'è semplice la scenografia di questo tour: un po' di fari bianchisorretti da strutture metalliche (e ci si poteva aspettare qualcosa di più...
Il terzo brano è "Generale" stupenda ma orinai datata bandiera, che trae però nuovo splendore da un arrangiamento rock modello Guns'n'Roses quando rifanno Dylan. Sugli scudi i due giovani chitarristi elettrici, in particolare Biscardi. Seguono "Alice" e "Giorno di pioggia" dopodichè entra in scena Sparagna con il suo organetto per eseguire "Titanic" (che contiene un interessante assolo dialogato di batteria e percussioni) e "Sirio", la canzone che segnò l'inizio della collaborazione fra i due artisti, eseguita senza il resto della band. De Gregori rimane solo sul palco per eseguire la nenia popolare veneta (inclusa nell'ultimo disco) "Stelutis Alpinis", preceduta da un divertente battibecco con uno spettatore che continuava a dargli del Professore: "Alla mia età ormai sarei preside, e chissà che anche a tu, quando sarai più vecchio, non ti venga voglia di tradurre una canzone, magari dal
latino ... tiè
Poi altre tre stupendi classici in versione acustica: "Rimmel", "Caterina" e "Quattro Cani" ed il loro ideale seguito dall'ultimo disco, "Battere o Levare" in versione chitarra e armonica. Sempre dall'ultimo disco (e qui ricompare la band) arrivano "Un Guanto" e "Compagni di viaggio", mentre la band ancora se ne va per lasciare solo Gaudiello alle tastiere ad eseguire la sempre stupenda ed applauditissima "La Donna Cannone". Poi "La storia siamo noi" e "Viva l'Italia" (che raccoglie applausi soprattutto quando il nostro canta: "Viva l'Italia tutta intera") accompagnata dalla zampogna di Massimo Bianchi, "Fine di un killer", con Sparagna ovvio protagonista e "Sotto le stelle del Messico". Una giusta dose di nuovo e classico e De Gregori rientra nel backstage, ma è chiaro che ritornerà sul palco, non avendo ancora eseguito l'hit radiofonico "L'Agnello di Dio". Che infatti diventa l'immancabile chiusura dopo il primo bis "Buffalo Bill".
Sono passate due ore. Il pubblico vorrebbe un altro bis ma è chiaro che lo spettacolo è concluso e meglio non poteva andare. De Gregori è in forma ed ha ancora tanta voglia di proporre le sue poesie in musiche.
Francesco De Gregori a Sannicandro Garganico
di Francesco Del Conte
Grande folla a Sannicandro Garganico (FG), per la performance di uno dei piu' rappresentativi cantautori della storia italiana.
Il concerto durato circa due ore, ha ripercorso quasi tutte le tappe piu'significative della storia musicale di Francesco De Gregori che, con la sua abituale maestria e partecipazione ha incantato giovani e non, accorsi per un immancabile percorso della memoria.
Brividi, alle prime note di "La leva calcistica della classe 68", che Interprete fa diventare piu' bella nella composizione dal vivo, alternando ritmi vocali in maniera superba. Ovazioni anche per "Generale", "La donna cannone" e "Pabio'. Uniche pecche, lo scarso colloquio con il pubblico che si sarebbe aspettato almeno un saluto, e l'aver ignorato brani storici come "Rimmel", "Alice" e "Buonanotte fiorellino'. Al burbero De Gregori, comunque, perdoniamo questo ed altro.
De Gregori punta sui classici e vince
Duemila persone. Tante ce n'erano ieri sera al Palageorge di Montichiari, prima tappa del nuovo tour di Francesco De Gregori. Era da tre anni che il ttprincipe", come lo chiamano, non suonava dal vivo. E 'ultima tappa dello scorso tour era stata proprio Brescia. "Riparto da qui - ha detto riprendendo cosi il mio percorso live da dove l'avevo interrotto" Lo show si apre in maniera inusuale con il solo De Gregori, con chitarra acustica d'ordinanza tra le man, che esegue due suoi classici, "Niente da capire" e "Pezzi di vetro", mandando in visibilio la platea.
Un inizio semplice, cosi com'è semplice la scenografia di questo tour: un po' di fari bianchi sorretti da strutture metalliche. Tutto qui.
Il terzo brano è un altro classico: "Scacchi e tarocchi". Eseguito però con la band. Il suono è orrendo; colpa del palazzetto. Non si capisce invece se il fatto che la band stoni in maniera orrenda sia dovuto ad un problema tecnico o ad una scelta artistica un po' originale.
A far tornare il sorriso alla platea ci pensa "Generale", proposta con un arrangiamento rock modello Guns N'Roses quando rifanno Dylan. Seguita da "Viva l'Italia" (che proposta a Brescia, in una delle roccaforti della Lega, raccoglie grandi applausi soprattutto quando il nostro canta: "Viva l'Italia tutta intera"), "Rimmel", "Alice", "La donna cannone" e "Giorno di pioggia".
Per quasi un'ora è questo il menù dello show. Tutti classici, quindi. Messi li per far scaldare ben bene la platea prima dell'arrivo dei brani tratti dall'ultimo album, "Prendere e lasciare".
Si parte con "Agnello di Dio", il singolo (applauditissimo), e si va avanti con "Tutti hanno un cuore", "Rosa rosae". "Compagni di viaggio", "Un guanto" e "Prendi questa mano, zingara". Poi, con l'appoggio dell'organetto di Ambrogio Sparagna, esegue "Titanic", ripesca "Pilota di guerra", la nuova "Fine di un killer" e le vecchie "Adelante adelante" e "Buffalo Bill".
Nei bis, invece, arrivano "Battere e levare" e "Povero me".
Sono passate due ore. E il concerto è andato via liscio, nonostante molti dei nuovi brani abbiano sonorità e arrangiamenti tutt'altro che facili. (17 settembre 1996)
La valigia dell'attore
C'era una volta un cantautore tanto aristocratico da essere soprannominato "Principe", elitario, riservato e intimista, che si negava alle interviste e al pubblico, soprattutto dopo un brutto episodio a Mìlano, negli anni '70: un "processo" da parte di alcuni giovani che prendevano la musica molto sul serio e avevano scelto come bersaglio colui che aveva avuto successo con "Rimmel".
Dalla fine degli anni '80, Francesco De Gregori, che fino a quel momento si era mantenuto su livelli di lirismo insuperati in Italia, ha lasciato il posto a un fratello gemello meno poeta, ma più impegnato, indignato e combattivo. Espressione di tanta grinta è la frenetica attività "live', perdipiù documentata con frequenza inedita nel panorama italiano: raramente avevamo visto così tanti dischi dal vivo in così pochi anni, quasi dovesse combattere i bootieg come Springsteen. 0 forse è l'incapacità di fare un greatest hits che spinge i nostri artisti a celebrarsi con ritegno con album dal vivo o operazioni tipo gli "Oggi le canto così" di Vanoniana memoria. Perchè obbiettivamente "La valigia dell'attore" non è un live memorabile quanto lo fu "Banana Republic". Se verrà ricordato, sarà per i soliti brani inediti che aggiungono sostanza (e garantiscono il passaggio radiofonico). In questo caso, abbiamo "La valigia dell'attore", composta per Alessandro Haber, "Dammi da mangiare", già cantata da Angela Baraldi, "il suono delle campane, composta con Mimmo Locasciulli, e "Non dirle che non è così", che è poi la "if you see her say heiio" di Dyian. In questi pezzi c'è in fin dei conti tutto il De Gregori attuale, e la sua voglia di fare e dire tante cose; che poi non raggiungano i livelli dei De Gregori meno estroverso dei periodo aureo, è evìdente. Si salva "La valigia dell'attore" per quanto privo della profondità della "Donna cannone", di cui è fotocopia sbiadita. Per quanto riguarda la parte "live", la tardiva voglia di essere un Dylan aggressivo è tanta: sono ampiamente rappresentati.
i brani "con vista sul sociale": "Nero", "Sangue su sangue", "Dr. Dobermann". Ma il risultato ricorda, casomai, il Dyian dei Live at Budokan: si ha la stessa sensazione di estraniamento, perchè certi artisti e certe canzoni non rientrano né nella modo di fare "live" dei rock, né in quello di esibizioni di fortissima personalità come quelle di Paolo Conte. Insomma, De Gregori dal vivo non sembra né carne né pesce. Può essere
interessante ascoltare vecchi gioielli come "Giorno di pioggia" o "Niente da capire" ma solo per i fans che lo conoscono a menadito e nel corso delle conversazioni citano "Atiantide" e "La leva calcistica della classe 19680e come versetti dei corano. La vocalità volutamente raffazzonata dei De Gregori attuale fa preferire di gran lunga la delicatezza "casual" delle versioni in studio. Comunque, il nostro eroe non smette di mostrare i "Muscoli dei capitano": un nuovo breve tour lo porterà a Torino, Milano, Udine e Roma nel dicembre'97.
De Gregori mai così in forma
Torino - Salone della -Musica - 1997
Non poteva esserci migliore concerto inaugurale per il Salone della Musica; se per musica molti ancora fanno discriminazione tra musica classica e pop e rock, con il concerto di Francesco De Gregori sono stati accontentati tutti, perché abbiamo assistito ad un concerto classico di musica rock.
De Gregori presentava il suo ultimo lavoro, un disco dal vivo che contiene 29 pezzi: alcuni cavalli di battaglia rivisitati e suonati con i giovanissimi musicisti che lo accompagnano da circa un anno e alcuni inediti, tra i quali La Valigia dell'Attore, che dà il titolo al CD.
Francesco sembrava un ragazzino stupito e che sprizzava gioia da tutte le parti, forse perché lo splendido Auditorio del Lingotto era stracolmo di giovani ed anche giovanissimi che all'inizio erano venuti a curiosare su questa pietra miliare della musica italiana e poi si sono fatti trascinare dal ritmo, dagli intrecci delle chitarre, dalle fisarmoniche di Ambrogio Sparagna, dall'Orchestra d'Archi della Scuola di alto perfezionamento musicale di Saluzzo, ma soprattutto sono rimasti meravigliati e sorpresi nello scoprire la carica sempre giovanile che il grande Francesco trasmette.
Diverse volte abbiamo sentito dire che De Gregori e palloso, ed oggi più che mai possiamo affermare che Francesco e ciò che di più positivo ci ha dato la musica italiana negli ultimi 50 anni.
De Gregori sussurra la felicità di vivere sostenuto la una band di rara bravura, di giovani che rispondono ai nomi di Marco. Ferruccio, Max, Carlo Guido, Roberto, Fabrizio ed Andrea.
Ha cantato nell'ordine: Il suono delle campane, Sangue su sangue, Titanic, Pilota di guerra, Prendi questa mano zingara, Non dire che non e così. Compagni di viaggio, Dammi da Mangiare, una PABLO versione Pink Floyd,e poi accompagnato dai bravissimi allievi di Vittorio Muò della Scuola di Saluzzo Stelutis Alpinis, La storia, La donna cannone, per poi tornare con la band e proporre Rimmel, la splendida e nuova La valigia dell'attore. Alice e poi 5 bis ed ancora musica. Lo spettacolo é' stato trasmesso in diretta da RADIORAI.
Francesco De Gregori "Il Principe "
di Gianni Beraldo
Così lo hanno soprannominato colleghi e addetti ai lavori. Lo abbiamo incontrato durante il soundcheck di una data del suo recente giro di concerti. Ne è scaturita una chiacchierata informale in cui si parla di America, di Bob Dylan, delle contestazioni di fine anni Settanta, del pubblico, dei concerti. E del fratello Luigi, uno che il folk ce l’ha nel sangue.
E’ l’autore di alcune delle più significative pagine della canzone d’autore, i suoi testi hanno raggiunto notevoli vertici poetici, adora Bob Dylan - di cui ne ha felicemente contaminato la musica, il modo di cantare e di stare sul palco - e la cultura musicale americana in generale. Francesco De Gregori è da ventisei anni protagonista, nel bene e nel male, di tante vicende musicali del nostro Paese.
La sua avventura artistica inizia alla fine degli anni Sessanta con le prime apparizioni al Folk Studio di Roma, vera mecca per gli appassionati del settore. Iniziano i primi contatti con altri musicisti, tra cui Fabrizio De Andrè, con il quale traduce Desolation Row (diventata più semplicemente Vicolo della povertà), omaggiando così la sua guida spirituale: Bob Dylan.
Con il passare degli anni, De Gregori ottiene grandi soddisfazioni. I suoi album ‘tirano’, con quella sua voce, nasale ma sempre molto calda e incisiva. Dall’album Alice del 1973, fino all’ultimo Prendere e lasciare, i successi che contraddistinguono il lavoro del ‘Principe’ sono tanti, anche se non tutti sono meritevoli d’attenzione. Alla fine degli anni Settanta anche il poeta De Gregori prova l’onta della contestazione: sono i cosiddetti anni di piombo e ben pochi si salvavano dalle polemiche dei gruppi di estrema sinistra. Come conseguenza, il menestrello romano rimane lontano dalle scene per qualche anno. Poi, ristabilitosi pienamente, sforna un brano come Generale che riflette proprio su quel periodo storico.
Lo incontro durante la seconda parte della tournée che ha seguito Prendere e lasciare, un’opportunità di fare una chiacchierata che - sapendo che il personaggio è piuttosto distaccato da questo tipo di cose - non si presenta tutti i giorni. Mi aspetta nei camerini del Teatro Impero di Varese. Siamo solo noi due, mentre il resto della band inizia a provare. Posata la chitarra, Francesco mi saluta e apre una bottiglia di ottimo vino bianco offrendomene un bicchiere. Da qui ad iniziare a sciogliere la lingua, il passo è breve.
JAM: Allora Francesco, cosa hai fatto in questi tre anni di assenza dal circuito musicale.
Francesco De Gregori: Mi sono rilassato! [mi guarda fisso, mettendomi quasi in soggezione...] Ho letto parecchie cose, ho ascoltato anche molta musica, di tutti i generi. Posso comunque dirti che non è stata una fase ‘meditativa’, ma un periodo dove avevo bisogno di riposarmi e distrarmi, conoscendo nuove persone anche al di fuori della sfera musicale.
JAM: La tua passione per una certa tradizione americana è nota e spesso voli negli States, così come è accaduto per registrare il tuo ultimo lavoro.
F.D.G.: La scelta di andare a registrare in America è stata piuttosto casuale. Matt Rohr, che ha curato le registrazioni e il missaggio dei brani, è di Berkeley. Così, per una sua comodità logistica, abbiamo scelto gli studi Fantasy della città californiana. Comunque non nascondo che per i cantautori della nostra generazione, il fascino della cultura musicale americana è sempre stato molto forte.
JAM: Come mai tanti artisti italiani registrano in terra americana?
F.D.G.: Probabilmente è anche un fatto commerciale. Comunque la validità del lavoro non deriva dal fatto che si possa registrare o meno fuori dall’Italia. E’ vero, molti musicisti cercano nuove ispirazioni fuori dal Paese, pensando di ottenere chissà quali risultati: anche Laura Pausini ha registrato negli Usa, ma pensate che la sua musica sia cambiata? Intendiamoci, non ho nulla contro la Pausini, è solo il primo nome che mi è venuto in mente...
JAM: Cosa hai pensato quando avevano proposto Bob Dylan per un premio Nobel?
F.D.G.: Mi è sembrata un’idea da pazzi. Perché dargli un premio per la letteratura? In fondo ha scritto solo un libro e nemmeno memorabile. Dylan meriterebbe, se mai esistesse, un Nobel per la canzone, per la musica, ma trascinare su un terreno, quello della letteratura un’arte, un mestiere completamente diverso, è un omaggio non dovuto.
D’altronde penso che a Dylan non gliene freghi proprio niente. Non è un caso che abbia scelto di essere uno zingaro itinerante con una band che lo accompagna, ormai da cinque-sei anni in giro per il mondo, come non è un caso che abbia cominciato a scrivere canzoni a quindici anni.
JAM: Sei in attività da ormai venticinque anni, anni in cui hai attraversato floridi momenti artistici, ma anche periodi piuttosto bui, momenti delicati che hanno intaccato anche la vita privata.
F.D.G.: Ti ringrazio per avermi diminuito l’età [ride versandosi un altro bicchiere di vino]. In realtà ho iniziato a fare questo mestiere ancora prima di incidere dischi; suonavo in piccoli locali della capitale. Di episodi piacevoli, ne ho vissuti parecchi, mentre il più triste l’ho vissuto subito dopo quel famigerato concerto del 1977 al Palalido di Milano [quando De Gregori dovette sospendere il concerto, dopo una pesante contestazione da parte di Autonomia Operaia]. Decisi di smettere per qualche anno, anche perché, in concomitanza con questi eventi, si concluse la storia d’amore con una donna: avevo due figli una casa ma... tutto finì.
JAM: A quel punto cosa decidesti di fare?
F.D.G.: Avevo solo 25 anni, e decisi di cambiare mestiere nonostante avessi pubblicato alcuni album di successo. Per due o tre anni girovagai alla ricerca di una nuova occupazione, che trovai presso un libraio. Rimasi comunque nei ‘paraggi’ della musica, suonando e componendo nuove canzoni tra cui Generale.
JAM: Che riscosse subito un grande successo...
F.D.G.: Appena scrissi quel pezzo, capii che era una canzone in qualche modo importante e che era giusto riportare su disco. Era ora di ricominciare. Era il mio mestiere che chiamava me e non viceversa. Da quel momento il mio lavoro non riesco nemmeno a percepirlo, non riesco a capire come lo stia facendo, lo faccio e basta.
JAM: E da quel momento si è ristabilito anche il tuo rapporto con il pubblico...
F.D.G.: Io provo un grande amore per il mio pubblico. Non ho un rapporto di ammiccamento con il pubblico, però gli devo molto. In certi momenti difficili, proprio il fatto di pensare al ‘mio’ pubblico mi ha dato la forza di andare avanti. E il pubblico è stato in grado di capirmi anche quando le canzoni che proponevo non erano un granché. I miei lavori sono fatti solamente per loro e me ne frego di quello che può pensare la critica o i giornalisti in genere.
JAM: Cosa è cambiato dai tempi del trionfale tour di Banana Republic in coppia con Lucio Dalla?
F.D.G.: Sono cambiate parecchie cose: i paesi, il pubblico, e anche Dalla. Erano anni particolari, la gente aveva voglia di musica, di ritrovarsi dopo il triste periodo dei black-out concertistici degli anni Settanta.
Personalmente, ma potrei parlare anche per Lucio, vissi quell’esperienza come un normale e bel avvenimento di spettacolo. Ricordo che avevamo due band ben distinte, che in certi momenti dello spettacolo suonavano insieme, creando un gran casino! [ride di gusto]. Suonare insieme è stato divertente, anche se quella non era la prima volta che ci esibivamo in coppia.
JAM: La moda degli unplugged non ti ha contagiato...
F.D.G.: Guarda, nei miei concerti ho sempre fatto musica acustica, così come nei miei dischi. Riportare un set acustico su CD è una forma, una maniera, e questo non mi interessa. Se la mia musica è per sette quarti acustica e per cinque ottavi elettrica, poi mischio io le giuste dosi per un buon spettacolo.
JAM: Qualche tempo fa, hai partecipato al concerto di Roma in favore della F.A.O. Proprio tu, che sei noto per quello che schiva certi eventi...
F.D.G.: Effettivamente è stata un’eccezione. D’altronde era per una causa onorevole... e poi mi ha interpellato Claudio Baglioni che mi ha chiesto di dare un aiuto alla manifestazione: a questo punto non ho potuto rifiutare.
JAM: Tu hai anche un fratello, Luigi De Gregori, alias Luigi Grechi, che ha inciso dei buoni album...
F.D.G.: Abbiamo vissuto sempre con gran rispetto le nostre diverse scelte. Le nostre, come dire, connotazioni mercantili, non ci hanno mai separato. Il fatto che io vendo molti dischi non è mai stato argomento di conversazione tra noi. A Luigi piacciono diverse mie cose, come d’altronde io amo sue canzoni. E’ un buon rapporto tra fratelli. Abbiamo fatto anche delle date assieme, dove i concerti li apriva Francis Skipers.
Inoltre spesso scriviamo delle canzoni a quattro mani: il pezzo Il bandito e il campione, che ha riscosso un grandissimo successo, l’ha scritta proprio mio fratello. Incontri professionali con lui ne ho avuti tantissimi, mai nati come incontro tra fratelli. Era un tipo di rapporto come poteva essere con De Andrè, con Fossati, Venditti...
JAM: La figura del cantautore può essere considerata ancora un asse portante della musica italiana?
F.D.G.: Ti dico che questo dei cantautori è un recinto così vasto che la domanda è generica. Oggi, cantautore è chiunque: sono veramente pochi gli interpreti puri
"Rosa Rosae", "Prendi Questa Mano, Zingara", e "Baci da Pompei"
La posta di Corrado Rustici
Caro Corrado Rustici,
Mi chiamo Christine Ristaino e sto creando un corso di lingua italiana per gli studenti universitari americani, per conto della University of North Carolina at Chapel Hill. Mi piace tantissimo la Sua musica e vorrei includere le canzoni "ROSA ROSAE", "PRENDI QUESTA MANO, ZINGARA" e "BACI DA POMPEI!" su una cassetta, insieme ad altre canzoni italiane, per aiutarmi a insegnare la grammatica italiana. La cassetta NON sarebbe in vendita, ma verrebbe usata solo durante le lezioni e nel laboratorio linguistico. L’Università ha chiesto che io richieda la autorizzazione di Francesco De Gregori per copiare canzoni "ROSA ROSAE", "PRENDI QUESTA MANO, ZINGARA" e "BACI DA POMPEI!". Sarebbe un buon modo per promuovere questa musica negli Stati Uniti e per me un modo molto utile ma anche divertente per insegnare la lingua italiana. Siccome Lei ha prodotto il CD, Le richiedo permesso. Potrei includere nel corso del materiale pubblicitario di Francesco De Gregori, con informazioni su come ordinare i dischi. Potrei avere il Suo permesso per mettere "ROSA ROSAE", "PRENDI QUESTA MANO, ZINGARA" e "BACI DA POMPEI!" sulla cassetta?
Il mio indirizzo è: Christine Ristaino (omesso).
Pezzi di vetro
di Giuseppe Pollicelli
Non credo sia giusto parlare di una canzone come "Pezzi di vetro" di Francesco De Gregori. Non è giusto perché tutto ciò che si può fare con "Pezzi di vetro" è ascoltarla.
Ascoltarla, ascoltarla e ascoltarla fino a restarne storditi, inebriati. La sua melodia è saltellante, come il ragazzo di cui parla, che salta e salta sotto l’angolo retto di una stella. E sentirne le parole equivale a vivere un innamoramento, o a rivivere tutti in una volta i migliori amori passati. C’è, in "Pezzi di vetro", tutto quello che c’è nell’innamoramento: i minuscoli, impercettibili momenti che, messi uno sopra l’altro, fanno nascere l’amore; i magici gesti, invisibili per tutti gli altri occhi, che la persona di cui ci siamo innamorati ha compiuto, senza saperlo, per farci innamorare; l’idea, giusta, che il mondo non possa offrire nulla di più e di meglio che il sorriso del nostro amore; la sensazione, anzi la certezza che il nostro amore è un amore diverso, speciale, migliore, invincibile, eterno, anche nei suoi dolori. In "Pezzi di vetro" c’è tutto quello che c’è nell’amore: dalla santità al sesso, da una capanna in cui vivere e sognare in due a dei vent’anni che resteranno sempre vent’anni anche quando saranno molti di più.
Ecco, innamorarsi non è altro che questo, in fondo: entrare in un mondo nuovo costruito da noi che, appena creato, ha un odore intenso e freschissimo che noi speriamo, già amaramente presentendo che non sarà così, possa durare in eterno. Di solito l’odore si affievolisce con il tempo, o forse siamo noi che non riusciamo più a coglierne la pungente dolcezza perché troppo abituati a conviverci; altre volte sparisce all’improvviso e non torna più; altre ancora si allontana per un po’, magari anche per anni, e poi ritorna a farsi sentire più forte di prima. Quelli fatti d’amore sono però mondi puri e fragili, mondi di vetro, e si rompono con grande facilità. Ma è proprio per questo che sono i più belli e i più preziosi. E i più taglienti, in grado di lasciare cicatrici che non si rimarginano mai del tutto. Ma si può spiegare, alla fin fine, che cosa sia davvero l’amore? No, non si può. Si può provare al massimo a descriverlo, come ho fatto io finora. De Gregori, però, ha scritto "Pezzi di vetro". E "Pezzi di vetro", l’ho già detto, equivale a un innamoramento. Ecco perché credo che non sia giusto parlarne e sia necessario ascoltarla. Meglio ascoltarla se si è innamorati. E anche se si ama senza essere corrisposti, meglio così che non amando affatto. Se poi innamorati non lo si è proprio, ascoltare "Pezzi di vetro" può essere una medicina meravigliosa, perché ascoltandola ci si innamora di lei, della canzone. O, al limite di Francesco De Gregori.
Di sicuro, "Pezzi di vetro" mette addosso una feroce voglia d’amore.
UNA ROSA, TANTE SPINE
Con qualche provocazione e un sound made in Usa. torna il cantautore romano. In gran forma.
di Paolo Scarpellini
Il titolo, Prendere e lasciare, non dà adito a certezze. La copertina, due rose sbocciate, promette zuccherose dolcezze. E dentro, i solchi del cd sembrano carezze: "Rosa che rosa non sei, rosa che spine non hai, rosa che spine non temi ... ".
Cosi sussurra "Il principe" della canzone italiana, Francesco De Gregori, declinando la melliflua Rosa rosae, uno dei brani del nuovo cd in arrivo questa settimana nei negozi. No, nessun tardivo romanticume per il cantore riconosciuto dell'impegno, ma l'ennesimo specchietto per allodole del quarantacinquenne cantautore romano. Cosi come aveva titolato Canzoni d'amore l'ultimo (e fortunato) album in studio di quattro anni fa, tutt'altro che sdolcinato, De Gregori riprova adesso a spiazzare il suo pubblico con un'altra vezzosa provocazione. Basta però un ascolto meno superficiale del disco per ritrovare il De Gregori di sempre: ironico, pungente, dissacrante.
E sufficiente per questo L'agnello di Dio, canzone di punta del cd, già trasmessa da giorni per radio e già incappata nelle ire del quotidiano cattolico L'Avvenire. Qui, su tempi decisamente rock, De Gregori sibila: "ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, disse la ragazza slava venuta allo sprofondo. Disse la ragazza africana sul raccordo anulare, ecco l'agnello di Dio che viene a pascolare e scende dall'automobile per contrattare".
Mistico, provocatorio e blasfemo? Il dibattito è aperto. Tanto più che nelle 1 1 composizioni dell'album ce n'è per tutti i gusti: da delicati inni montanari (Stelutis Alpinis) ad amari manifesti dell'impotenza umana (Battere e levare), da ballate dylaniane in omaggio a Iva Zanicchi (Prendi questa mano zingara), a rockettini di finto "volemose bene" come Tutti hanno un cuore: "Hanno lo sguardo feroce e innocente, l'aria dura dei criminali, vivono in questo estremo Occidente sogni marginali. Oppure chiusi dentro un'automobile fanno buchi nella notte, fino a vederla passare e scoppiare nelle braccia rotte".
Quel che più conta è che Prendere e lasciare risulta album ben suonato e ben congegnato: per ottenere questo risultato De Gregori si è avvalso dell'aiuto del produttore e arrangiatore Corrado Rustici, lo stesso che ha "inventato" il sound di Zucchero, e di valenti musicisti stranieri come il tastierista David Sancious. Non per niente tutto il cd è stato registrato negli Stati Uniti, e si sente: chitarre country, banj o e organetti fanno la parte del leone. Ma senza mai sovrastare l'inconfondibile voce del "Principe". Meno male.
Un concerto in segreto per Francesco De Gregori
Un concerto in segreto per Francesco De Gregori, ricomparso improvvisamente, a cinque mesi dall'esibizione di San Silvestro ad Assisi, al Teatro Masini di Faenza, davanti a 450 spettatori paganti. Tanto mistero attorno a questa apparizione pero' non celava alcuna sorpresa. un concerto durato nemmeno due ore, circa 25 pezzi, qualcuno in meno di quelli incisi nell'ultimo cd La valigia dell'attore. De Gregori ha rispettato abbastanza la scaletta del disco, proponendo le classiche La donna cannone, Rimmel, Alice e La leva calcistica della classe '68 e Titanic. Una dedica per il monsignor Tonini, Agnello di Dio, e poi i bis Niente da capire, Bufalo Bill e Battere e levare. Delusione del pubblico che non ha potuto ascoltare la tanto richiesta Generale. Di sicuro quello di Faenza e' stato il suo unico concerto italiano per il '98.
(30 maggio 1998)
Francesco De Gregori: concerto spartano. Fazio sul palco
Il "Corriere della Sera" racconta di una "Sorpresa ieri sera alla Villa Reale di Monza al primo concerto del nuovo tour estivo di Francesco De Gregori. Il cantautore aveva appena eseguito due bis e la gente si avviava all'uscita quando è apparso sul palco Fabio Fazio, che ha detto: "Ci sono volute due ore a convincerlo, ma è ancora qui e ci canterà 'Pablo'". De Gregori ha replicato: "E' un bravo ragazzo, ha solo un difetto: ha presentato Sanremo. Ma lo perdono". E ha intonato la canzone sull'emigrante Pablo. E' stato l'unico colpo di coda spettacolare di un concerto "alternativo"", ineccepibile anche se piuttosto freddo. De Gregori ha proposto a Monza un normalissimo concerto all'insegna della ruvidezza sonora privilegiando i brani meno conosciuti. Economia nell'allestimento significa maggior margine economico per l'artista e biglietto accessibile per gli spettatori (32 mila lire seduti). (...) La scarsa voglia di comunicare è compensata dall'ineguagliabile timbrica e dalla grandezza del repertorio nel quale l'artista sceglie a capriccio stando attento a non assecondare i gusti da hit parade della gente: manca "La valigia dell'attore", in compenso ci sono "Ninetto e la colonia", "Atlantide" e perfino "L'uccisione di Babbo Natale".
(02 Lug 99)
Parte il tour di De Gregori
Trafiletto su "La Stampa": "Francesco De Gregori darà il via stasera nel Parco Reale di Monza a una tournée dalle caratteristiche inconsuete, legate alla voglia di musica dal vivo e non alla promozione di nuovi album. De Gregori sarà l'11 luglio a Villafranca (Verona), il 16 alla Festa dell'Unità di Roma, dove il biglietto d'ingresso sarà gratuito, e il 21 a Napoli. Con lui ci sarà un gruppo di grandissima qualita, con Raymond Doumbè Moulongo al basso e Mokthar Sambà alla batteria".
(01 Lug 99)
De Gregori, nuovo tour.
Marco Pannella, i giornali e un tale Wood Scrive "La Stampa": "Francesco De Gregori tornerà a suonare dal vivo in Italia nella prossima estate. "Sono alla vigilia di un tour che comincerà a luglio. Toccheremo città, periferie e campagne fino a settembre, ma ad agosto farò le vacanze". De Gregori l’ha detto a "Hit parade". L'autore di "Generale" ha fatto i complimenti al collega Jovanotti: "È un artista sincero che racconta le cose che gli capitano di vivere, e questa è la prima cosa per essere divertenti e ascoltabili". Ed ha svelato: "La migliore canzone che ho mai scritto è ‘Buonanotte fiorellino’ del '75, rimasta fino al...Duemila". Poi, stupendo tutti, ha concluso: "Il misterioso ‘Il signor Wood’ della mia canzone era Pannella. Questo personaggio così alla Robin Hood in quel tempo del referendum sul divorzio mi sembrava incarnare bene la figura di Pannella, una sorta di eroe solitario. Poi, le mie posizioni politiche si sono divaricate da quelle del leader radicale"".
Va detto che chi conosce i dischi di De Gregori avrà più di una obiezione: il riferimento a Pannella era più che noto ai fans, e sul retrocopertina dell’album "Rimmel" il brano è dedicato "a M., con autonomia". Il signor Wood poi è una piccola invenzione giornalistica: proprio come ha detto De Gregori, la canzone è dedicata a una sorta di Robin Hood, e si chiama di conseguenza "Il signor Hood". Curiosamente, nello stesso errore de "La Stampa" incorre il "Corriere della Sera".
(05 Giu 99)
Il cantautore contro il senatore
28 aprile 1998 - AI.Men.
Il senatore contro il cantautore. E poi il cantautore contro il senatore. La querelle che contrappone Francesco Da Gregorí e Maurizio Ronconi si arricchisce di un nuovo capitolo: dopo le denunce scritte siamo alle querele in tribunale. E tutto per colpa di quella recinzione dietro alla quale, a sentire Ronconi, ci sarebbe una truffetta messa in atto da Da Gregorí con la complicítà di funzionari e amministratori della Provincia di Perugia e dei Comune di Spello. E lo scontro, c'era da prevederlo, era inevitabile essendo Da Gregori un personaggio spígoloso e Ronconí una sorta di Píerino che si diverte a creare difficoltà agli amministratori del centrosinistra.
E così nella storia del recinto e dell'íscrizione dei cantautore Francesco Da Gregori nell'"albo dei rípopolatori" di fauna (condizione necessaria per ottenere l'autorizzazione a recintare) c'è adesso anche la díffamazione. Ronconi aveva accusato Da Gregori, in un giomale di partito, di avere ottenuto con favoritismo politici l'autorizzazione a recintare la sua villa di Spello. Il parlamentare ha fatto sapere attraverso il suo difensore, l'avvocato Marzio Modena, che sarà "il primo a caldeggíare" l'autorizzazione a procedere da patte dei Senato per giungere al processo. Da Gregori -ha detto Modenaha una tenuta di otto ettari, in gran parte oliveti, sulle pendici del Monte Subasio. Per recintare il terreno si è iscritto nell'albo dei "ripopolatori", gestito dalla Provincia, poichè intende allevare 20 daíni.
Così -secondo l'avvocato- in poco tempo ha ottenuto dal Comune di Spello la concessione edílízia per la recínzione.
Nel settembre scorso Ronconí, in un articolo della "Discussione di Spello", periodico del Cdu locale, dal títok "De Gregori sì, i cittadini di Spello no", denunciava "accelerazioni e favoritismo" nella "iscrizione in tempi record" nell'albo di "ripopolatorí" e nella concessione per il recinto per le sue "simpatie politiche" affini alle giunte locali. Cosa ci ha fatto vomitare di bile il cantautore. Che, convinto di stare nel giusto, adesso vuole giustizia.
De Gregori e Ronconi
"Il caso esplose la scorsa primavera, quando il Cdu di Spello fece circolare un volantino in cui faceva non certo velatamente intendere che il noto cantautore avrebbe ottenuto in poche ore dai competenti uffici regionali una certa ‘qualifica’ per realizzare sul suo terreno una sorta di area protetta per animali selvatici (…) qualifica che, si sottolineava senza mezzi termini, altri semplici cittadini faticavano assai più ad avere. (Il volantino) non piacque affatto a De Gregori, da anni radicato a Spello, dove ha una tenuta agricola in cui produce anche olio".
Così "Il Giorno", "La Nazione" e "Il Resto del Carlino", nelle pagine di politica, riassumono la vicenda che portò alla querela per diffamazione da parte di De Gregori nei confronti del senatore umbro Maurizio Ronconi (nel Cdu al tempo dei fatti, ora nel Ccd). La notizia di oggi è che, "capovolgendo il parere della giunta per le autorizzazioni a procedere, il consesso senatoriale ha dato il nulla osta a procedere contro il senatore.
Ronconi attende fiducioso e sostiene di essere pronto a produrre argomentazioni significative (e aggiunge: "Sono anche autorizzato a sospettare che ci sia dietro un discorso politico…"), De Gregori tace. (06 Feb 99)
Musicisti e autori contro internet
consegnata la petizione delle star a bruxelles, accordo siae-provider
La crociata anti-internet delle popstar europee ha compiuto il suo primo passo: come scrive "La Repubblica", "E' stata consegnata al Parlamento europeo la petizione firmata da oltre 400 cantanti e musicisti jazz, pop, classici e rock europei che chiede di proteggere la musica dalla pirateria via Internet. Il documento è stato consegnato al presidente dell'Europarlamento dal compositore Jean Michel Jarre e porta, tra gli altri, la firma di star come Robbie Williams, Rostropovich, Aqua, Boyzone e, per l'Italia, Eros Ramazzotti, Claudio Baglioni, Laura Pausini, Pino Daniele, Francesco De Gregori, Gianna Nannini. La petizione esorta i membri del Parlamento a "prendere posizione per la creatività e per i diritti d'autore" proprio alla vigilia del voto dell'Europarlamento che detterà le condizioni per la protezione dei diritti d'autore via Internet. La commissione per gli Affari legali sta infatti votando questa settimana gli emendamenti per la direttiva sul copyright prima che arrivi al Parlamento per il dibattito e il voto per l'inizio di febbraio. "Vogliamo poter usare le nuove tecnologie digitali, come Internet, per creare e diffondere la nostra musica - si legge nel documento - Ma ci sentiremo tranquilli facendo questo solo sapendo che ci sono leggi per impedire che il nostro lavoro cada vittima della pirateria". "Centinaia di artisti e musicisti in Europa stanno chiedendo ai politici del Parlamento europeo di prendere posizione ed assicurare che la loro imminente revisione della legge sul copyright garantirà il lavoro degli artisti nell'era digitale", ha dichiarato Jarre dopo la consegna del documento".
Intanto, "La Stampa" titola: "Musica su internet, tra Siae e provider il primo accordo". "La Siae (Società Italiana Autori e Editori) ha predisposto, tra le prime al mondo, una licenza per utilizzare su Internet il repertorio musicale affidato alla sua tutela. La licenza consentirà ai "Content provider" (i titolari dei siti che diffondono e distribuiscono musica su Internet) di ottenere le autorizzazioni necessarie per utilizzare i repertori tutelati sulle reti tematiche con relativi corrispettivi ai legittimi aventi diritto per ogni utilizzazione. Il primo accordo che usufruisce della licenza è stato siglato ieri a Roma da Luciano Villevieille Bideri, presidente della Siae, e Peter J. Hobart, presidente della Web Musica Company. Lo sfruttamento della musica su Internet è in netta espansione, comunica la stessa Siae. La vendita di brani musicali attraverso la rete costituisce oggi nel mondo un giro di affari stimato in oltre 87 milioni di dollari che, nel 2005, si prevede arriverà a 4 miliardi di dollari". (20 Gen 99)
De Gregori rinuncia a un premio
Sia "Il Messaggero" che "Il Giorno" riportano la notizia che Francesco De Gregori non ha intenzione di ritirare il premio come miglior autore italiano al festival di Lamezia Terme "Fatti di musica". Così "Il Giorno": ""Francesco non è interessato a premi di alcun tipo", ha dichiarato il suo manager e portavoce Filippo Bruni. "Gli fa piacere - ha aggiunto - qualsiasi giudizio positivo sulla sua musica. Ma premi Francesco non ne ritira. L’accordo era che non fosse un obbligo, ritirare il premio"". (27 Lug 99)
De Gregori, spettacolo a sorpresa
Il concerto non era nel calendario ufficiale della tournee, ne' era stato annunciato in alcun modo. Cosi' sono stati proprio i visitatori del festival dell'Unita' di Roma i primi ad essere sorpresi, ieri notte, dall'esibizione di Francesco De Gregori e dal duetto che ha improvvisato con il suo amico cantautore Mimmo Locasciulli. Dopo aver cenato nello stand della Sinistra giovanile, De Gregori ha cantato con Locasciulli 'Il suono delle campane' e 'Powderfinger', ricambiando la visita che Locasciulli gli aveva fatto il 16 luglio, nel corso del concerto che De Gregori ha tenuto al festival dell'Unita' davanti a 20 mila persone. (7 agosto 1999)
Incanto a due voci
Maria Piera Bartolini Salimbeni
La musica e le sue emozioni non hanno niente a che vedere con le leggi dei numeri; in matematica, il "tutto" e’ la somma delle parti. L’altra sera a Modena dividevano lo stesso palco Fiorella Mannoia e Francesco De Gregori, ma quello a cui hanno assistito i 30mila spettatori presenti non e’ stato un semplice incontro artistico, un puro accostarsi di voci. Testimone una vivida luna piena, su quel palco e’ nato qualcosa di nuovo che ha attraversato le coscienze, i cuori e le schiene di tutti i presenti. C’era nell’aria il senso dell’evento: come se Fiorella e Francesco si stessero incontrando dopo essersi cercati per una vita; come se ognuno aspettasse da tempo la voce dell’altro per portare la propria ancora piu’ in alto, e per dare fiato insieme ad una sensibilita’ comune, ad un mondo visto dalla stessa angolazione, ad una realta’ vissuta rifuggendo dalle verita’ immediate, scavando nei risvolti di cose e persone. Da questo punto di vista, gia’ da anni Fiorella e Francesco cantano la stessa poesia.
Il concerto si apre con le rispettive esibizioni "a solo". Prima De Gregori, poi la Mannoia; e mentre Fiorella racconta le sue storie, Francesco fa il giro del palco e si siede ad ascoltarla. Si siede per terra; da amico, da ammiratore. E’ poi il momento dell’incontro. Nel dividere il palco ci guadagnano entrambi. A lui, nella sua parte di esibizione misurato e vagamente distante come di consueto, l’intervento sulla scena di Fiorella regala grazia, leggerezza e solarita’: e’ un De Gregori inedito quello che sorride, si lascia andare, scherza con il pubblico e con la sua compagna di scena e si presta anche ad interpretare a due voci I treni a vapore, successo di Fiorella scritto dal collega Fossati, e Il pescatore, in omaggio a Fabrizio De Andre’. Alla voce di lei, il misurarsi su un terreno meno consolidato rispetto al proprio repertorio, il poter fare propri brani cercati, voluti, e soprattutto amati per una vita, dona una potenza ed un’intensita’ che levano il respiro.
La scaletta attinge alla parte piu’ ritmica e coinvolgente del repertorio di De Gregori. Arrivano cosi’ Titanic, Ninetto e la colonia, Bufalo Bill, Sotto le stelle del Messico e L’uccisione di Babbo Natale. Ma il pubblico aspetta anche le pagine storiche e piu’ struggenti, ed accoglie cosi’ con un forte applauso Generale e poi La donna cannone, forse il brano piu’ amato di Francesco, che lui decide di consacrare al talento di Fiorella cedendole del tutto il palco.
Le due voci, cosi’ diverse eppure mai come l’altra sera parte di uno stesso canto, si completano alla perfezione, e l’emozione ormai avvolge tutti: i due sul palco -i cui occhi brillano per l’orgoglio di un’amicizia che va ben oltre il rapporto professionale,- ed il pubblico, che da questa realta’ uscira’ completamente conquistato.
Dopo tre ore di spettacolo e due bis, Fiorella e Francesco salutano e abbandonano il palco abbracciati. Forse sono anche loro parte dei 30mila per i quali sara’ difficile dimenticare.
Cerimonia solenne e concerto di De Gregori per i laureati dell'Universita' di Teramo
Teramo, 13 ottobre 1999 - Un evento musicale di grande rilievo concluderà la cerimonia solenne di consegna delle pergamene ai laureati dell'Università di Teramo. Nel pomeriggio, alle ore 18.30, Francesco De Gregori e Mimmo Locasciulli terranno un concerto in piazza Martiri, a Teramo. E' la prima volta che un ateneo organizza un concerto di un cantautore italiano di eccezione per i suoi laureati e per i suoi studenti, una "festa" aperta anche all'intera città e a tutti i fans dell'artista romano, grande protagonista della canzone italiana d'autore. La musica di De Gregori, fra l'altro, può rappresentare un ponte ideale e una singolare saldatura tra le giovani generazioni, presenti oggi in ateneo, e i suoi laureati d'ogni tempo.
Da "Scelte",
di Maria LombardoValori che ti sei impegnato a trasmettere ai tuoi figli?
"Sì, ma in maniera automatica. Senza salire in cattedra e dire Figlio mio adesso ti spiego cos'è la vita e, secondo me, dovresti viverla come l'ho vissuta io ... No , semplicemente guardando vivere. Vedevo che mio padre viveva in quel modo, non si limitava a teorizzare".
Non c'era un giradischi a casa tua?
"No, non avevamo giradischi. Ma, sto parlando degli anni Sessanta. Io però sono sempre stato esibizionista. M'immaginavo un pubblico davanti, quando cantavo da solo".
Consapevolezza politica dunque, non vero e proprio impegno politico?
"Quando scrivo una canzone, ripeto, non penso alla politica traducibile in termini pragmatici: mi interessano i destini delle persone non la loro collocazione politica".
Quali letture o amicizie possono aver influito sulle tue scelte di vita?
"E' difficile fare un elenco. Sono un lettore straordinariamente disattendo e smemorato delle cose che leggo. Leggo disordinatamente tutto quello che in quel momento mi interessa senza farmi intimorire da certe cose che sono definite da leggere per forza. E quindi non lo so. Forse le letture formative sono quelle che ognuno fa da piccolo, piuttosto che quelle più serie che si fanno da grandi. Dicevo prima di Hemingway che, per me, ha coinciso con l'America, con la scoperta del mondo letterario americano. Cosa leggevo da giovane? Salgari l'ho letteralmente divorato. Non ho più letto con quella partecipazione assoluta con cui ho letto Salgari, non ho più letto niente allo stesso modo, nemmeno libri che sono straordinari, che frullano nella mia testa e rileggo in continuazione.Quando finiva la scuola, d'estate passavo le giornate a leggere. iniziavo alle 9 del mattino e continuavo fino a sera. questo non è più successo. Poi, non lo so .. Ci sono autori prediletti come Kafka: è un continuo
tornare a leggere Kafka, per me , a scadenze fisse. Mi dà un grande serenità. Sembra strano perchè è uno scrittore che viene spesso definito angoscioso, onirico, da incubo. Però, quando io leggo "Il castello", il racconto di quel camminare in mezzo alla neve .... mi placa. Poi, siccome, si deve leggere anche per questo motivo, non solo per diventare più colti ma anche per stare bene mentre si legge ... allora torno spesso a quell'autore".
De Gregori canta De Andrè, gli scafisti e attacca la tv
di Mario Luzzatto Fegiz
"Ma ho fatto il pieno e ho perso il treno di quelli che non passano più" canta alla soglia dei 50 anni Francesco de Gregori in una ballata-valzer alla "Buonanotte fiorellino". Dolore freddo sbronza e rimpianto e un cartello alla porta "Non disturbare" e un altro che dice "Forse domani". E' il De Gregori caustico introspettivo magico nel mediare il sociale e la storia attraverso raffinata poesia. Dopo aver riferito del "Cuoco di Salò" rieccoci per il resto dell'album "Amore nel pomeriggio" che esce domani a quattro anni da "Prendere e lasciare". "Signor capitano aiutaci a attraversare questo mare contro mano... da destra o da sinistra non veniamo e questa notte non abbiamo governo e parlamento... ragione e sentimento non conosciamo e quando capita ci arrangiamo con documenti di seconda mano". Stavolta il capitano non è quello del Titanic, ma uno scafista. "E' pieno inverno - spiega De Gregori via Internet dove lancia messaggi dal suo Forum (www.sonymusic.it/degregori)con lo pseudonimo di Ciccio - il mare sono sacchi di plastica scura, è l'Adriatico, che unisce e separa oriente e occidente, la gondola è un gommone nero". La canzone è "Natale di seconda mano", tragica e intensa fra campi lunghi e primi piani, che ci riporta, un po' come tutte le altre, agli splendori espressivi del De Gregori di una volta, quello di "Rimmel" o "Titanic" o di canzoni come "Generale".
"Quando è qui" prende di mira la tv. "Il Salotto Televisivo illumina la banalità, la fa risplendere nel buio: nobilita il vuoto e lo rende accessibile. Per chi lo segue da casa - spiega ancora per iscritto l'artista - il Salotto Televisivo altera le percezioni e lenisce la sofferenza del vivere, come fanno certe droghe. Altri al tuo posto evocano problemi e sentimenti e li frantumano nella chiacchiera, nell'alterco, nelle lacrime, nella barzelletta sconcia, nello scongiuro scrotale.. ".
Toccante la rilettura di "Canzone per l'estate" una delle più belle scritte fra il '73 e il '74 con Fabrizio De Andrè. Ricorda De Gregori: "Quando se n'è andato non ci vedevamo da parecchio tempo. Credo di averlo sentito al telefono circa un anno prima che morisse ed aveva la sua solita bella voce, l'intelligenza correva sul filo. Fabrizio era un uomo generoso e bellicoso, facile da amare e difficilissimo da andarci d'accordo. Ho messo la nostra canzone in questo disco non per fargli un omaggio (non ne ha bisogno e non so se gli piacerebbe). E' solo una buona canzone che oggi, dopo tutti questi anni, sento un po' più mia".
Disco prezioso, "Amore nel pomeriggio" da ascoltare e riascoltare in delicato equilibrio fra impegno e sentimento. Un episodio storico, la morte accidentale di Francesco Baracca per sparo accidentale partito da un fucile Spad VII S2489 di un oscuro fante da una fangosa trincea ispira l'omonima canzone di alto valore pacifista ("la polvere da sparo sovvertì per sempre i codici cavallereschi"), mentre il vaniloquio mediatico e il delirio mercantile sono celebrati in "L'aggettivo "mitico"" ("La musica etnica, la contaminazione, l'ultimo rifugio dei vigliacchi la comunicazione" recita il primo verso).
"Condannato a morte" è una intrigante parafrasi su Cristo, la sua continua morte e Resurrezione ("condannato a morte, condannato a vita, condannato a morte per la vita... religione più essere sentimento, religione può essere terrore").
Ma è ancora una volta il De Gregori sentimentale, squassato dalle forti emozioni che l'esistenza regala alle persone sensibili, che alla fine vince nella parte del sublime poeta per canzone. Da "Deriva" a "Cartello alla porta" (un valzer fra gelo, vino e rimpianti) ,"Caldo e scuro" sentimentale introspettiva tutta da decifrare e infine "Sempre e per sempre", pianoforte e versi struggenti su un amore eterno per vocazione. Uno dei migliori album della carriera della artista.
Ultima notazione: ieri alle 14.30 il Dj di Radio Capital, emittente che sponsorizza il disco, prendeva le distanze da un brano "così privo di ritmo come "Il cuoco di Salò"". Sarà meglio che l'artista scelga in futuro con più cura i sui compagni di viaggio.
(da "Il Corriere della Sera" del 18 gennaio 2001)
De Gregori e la poesia
di Beppe Bovo
Cos'è una canzone?
A questa domanda cosa risponderebbero i peripatetici domenicali di una via del centro? o i clienti all'uscita di un supermercato? o i tifosi allo stadio?
Credo che, se pur diverse, le risposte porterebbero tutte inesorabilmente a un cantante, a un ritornello orecchiabile, a un festival, a una canzonetta insomma. Bisogna essere molto, ma molto fortunati per trovare qualcuno che, cultore - come una volta si diceva - delle patrie glorie letterarie, sentendo "canzone" incominci a parlare di grossi nomi insospettati e a disquisire sulla canzone dantesca e petrarchesca e leopardiana e, indietro, a citare le chanson des gestes, ancora più indietro, la canzone pindarica.
Anche queste infatti erano "canzoni" e, guarda caso, sempre, almeno fino a Dante, nate in rapporto vitale con la musica. Come ad esempio le canzoni dei Trovatori i quali, fin dall'inizio del secolo XI incominciarono ad aggirarsi per le raffinate corti della Provenza proponendo testi di cui erano, a differenza degli jongleurs loro predecessori, autori delle parole e della musica. Si trattava solitamente di brevi canzoni dotate di grande raffinatezza, divise in stanze rimate, di solito con un ritornello. E se è vero che quando Dante tratta del componimento più solenne della lirica definendone le leggi e chiamandola canzone, siamo già in un ambito esclusivamente letterario, è pur vero che quel nome tradisce il legame originario col canto. Non è male ricordare che queste sono le origini e questi sono i padri della canzone; e che la canzone ha alle sue spalle molta più storia e molta più cultura di quanta normalmente non si sospetti.
Oggi canzone è un breve componimento letterario messo in musica, un insieme cioè di parole e musica. La definizione è di per se‚ estremamente generica. Dentro a questi confini hanno diritto di cittadinanza tanto Te voglio bene assaje e Santa Lucia quanto Balocchi e profumi o Creola. Ci sta pure la canzonetta, ovvero la canzone di consumo, sorellastra invadente ma pur sempre consanguinea della canzone. La canzone "diversa", quella dei cantautori. Si distingue tra gli abitanti di questo variopinto pianeta per il fatto che è una "canzone in cui le parole contano o si stanno a sentire". Questa canzone nasce alla fine degli anni '50 e tra i primi a cimentarsi su questi testi ci sono scrittori del calibro di Pasolini e Moravia e Calvino e Fortini.
Mi sono chiesto spesso se fosse possibile separare queste "parole che contano" dalla musica in cui sono nate e vivono, per studiarle come cosa a sé stante. Credo che questo sia possibile e anzi sono convinto che l'operazione, in se‚ rischiosa, può dare, se fatta con le dovute cautele, risultati interessanti. I testi di De Gregori mi sono sempre parsi meravigliosamente ricchi e tra i più stimolanti per una ricerca di questo tipo.
De Gregori, il nuovo brano "rivede" Salò
di Mario Luzzatto Fegiz
Torna De Gregori. A quattro anni da "Prendere e lasciare" arriva il 19 nei negozi "Amore nel pomeriggio", anticipato dal brano "Il cuoco di Salò" prodotto e arrangiato da Battiato che da ieri è ascoltabile su internet. De Gregori, con Nicola Piovani che ha collaborato a un'altra canzone dell'album, lunedì sarà al Teatro Quirino di Roma nella serata per Vittorio Gassman. In attesa di ascoltare tutto il nuovo album (fra i titoli " Alla deriva", "Sempre per sempre", "Caldo e scuro"), l'attenzione è per "Il cuoco di Salò". Sul piano dello stile musicale e della poetica siamo al De Gregori DOC delle origini. Uno scampolo di storia patria vista dalla parte di uno che non c'entra, il cuoco. Sulle rive del lago la placida atmosfera turistica è interrotta dalla vicenda della Repubblica Sociale dove qualcuno, anche giovanissimo, muore, convinto di costruire una nuova Italia. L'atmosfera cupa e struggente, in cui la partitura per pianoforte e archi di Battiato gioca un ruolo determinante, richiama a tratti il "Salò o le cento giornate di Sodoma" di Pasolini. Non c'è dubbio che la canzone si inserisca in quel processo di revisione storica della resistenza e dell'esperienza repubblichina che ha prodotto già film ("Il partigiano Johnny" di Guido Chiesa o "Porzus" di Renzo Martinelli) e libri.
Colpiscono nel testo della canzone alcune citazioni. Quella di Garibaldi a Nino Bixio "Nino, qui si fa l'Italia o si muore!" parafrasata in "e si muore" e quel "scarpe rotte eppur bisogna andare" (modificata in "eppure gli tocca di andare") verso tratto dalla celebre "Per i morti di Reggio Emilia" del Nuovo Canzoniere Italiano. Verso nato per antifascisti militanti qui usato per ricordare "quindicenni sbranati dalla primavera" nel colpo di coda del fascismo.
Sarebbe banale cercare una tesi in una canzone ricca di cesellate mediazioni poetiche. Il messaggio, un po' come in "La storia", vola ben più alto degli interessi di bottega delle fazioni e semmai restituisce gloria e dignità a tutti coloro che sono morti, costretti o convinti, da una parte o dall'altra. Tuttavia non va sottaciuto un elemento personale. Francesco de Gregori (nome di battaglia "Bolla", zio e omonimo del cantautore), era il comandante della Brigata Osoppo, composta da partigiani non comunisti. La Osoppo fu massacrata a Malga Porzus, comune di Attimis, provincia di Udine il 7 febbraio del 1945 dalle brigate Garibaldi e Gap, comuniste, alleate con le formazioni jugoslave al comando di Mario Toffanin, detto Geco. Di questa tragedia De Gregori non ha mai voluto parlare. E ha sempre considerato offensiva qualunque domanda che eccepisse, anche alla lontana, una contraddizione fra il suo essere comunista e la fine dello zio morto per mano dei comunisti.
Ma nelle canzoni di De Gregori nulla è lasciato al caso. E lo spirito del brano non contempla odio o discriminazione, nel percorso già tracciato nella "Storia"("nessuno si senta escluso"). In questo ardito accostamento fra Risorgimento, Resistenza, Repubblica Sociale, le violenze e le ingiustizie della storia si riflettono, mitigate e prive di asprezza, nelle certezze della canzone: le placide acque del lago, la bellezza femminile con i suoi fruscii e i suoi profumi, la bella giornata di sole, l'inutile e tragico fulgore di una morte "dalla parte sbagliata" e infine la neutra maestà del cuoco ("anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare"). "Il cuoco di Salò" è destinato a dividere il pubblico. Noi siamo già schierati: è un capolavoro.
(da "Il Corriere della Sera" del 12 gennaio 2001)
De Gregori, il poeta che torna a stupire
di Gino Castaldo
Ci sarà pure qualcuno disposto a strumentalizzare questo disco, annunciato da un pezzo come Il cuoco di Salò, atterrato con la leggerezza delicata di una piuma capace di far esplodere una santabarbara di emozioni contrastanti. È tutto possibile, ma sarà difficile, soprattutto dopo aver ascoltato per intero il nuovo album di Francesco De Gregori, intitolato con ingannevole minimalismo Amore nel pomeriggio. Dietro l'innocua intestazione si nasconde un disco che, Salò a parte, evoca l'immagine di un'alba di secolo crepuscolare e inquieta. E a incrementare il senso di coincidenza temporale c'è anche l'età anagrafica, ovvero i 50 anni che De Gregori compirà in aprile (mentre a marzo partirà in tournée).
Il cantautor cortese, si esprime in undici canzoni, e ad ascoltare di seguito l'album prodotto da Guido Guglielminetti (che ha firmato anche un paio di canzoni insieme a Dario Arianti) si ha l'impressione di un volo di ombre su un paesaggio contraddittorio e spesso desolato, ma allo stesso tempo (dopo quattro anni di sosta) si intravede un netto ritorno del cantautore alla sua miglior vocazione. Oltre a Salò (prodotta e arrangiata da Franco Battiato), di cui si è già tanto parlato, spicca un'altra importante collaborazione, quella col premio oscar Nicola Piovani che ha prodotto e arrangiato con raffinatezze d'altri tempi Natale di seconda mano, altra splendida invenzione in cui si parla di una nave allo sbando, di profughi che attraversano il mare al contrario e invocano un capitano a guidarli, "noi che siamo senza governo e senza parlamento". Inutile dire che i profughi della canzone assomigliano tantissimo a noi che siamo poi il l'obiettivo desiderato da questi fuggitivi, così come capita nella canzone dedicata a Salò. Passato sì, ma nel quale non si può non leggere un malinconico incrocio coi nostri tempi. Altro omaggio carico di significato è quello a Fabrizio De André, di cui De Gregori interpreta Canzone per l'estate che fu scritta venticinque anni fa a quattro mani, in un mese passato insieme in Sardegna e che De André incluse nel suo bellissimo Volume VIII, ma che non era mai stata incisa da De Gregori. "Perché non riesci più a volare" ripete il ritornello. Attuale? Giudicate voi.
Tra qualche dylanismo di troppo che abbassa ogni tanto il tono elegiaco dell'album, spiccano altre canzoni di rilievo: una discordante e ondeggiante Deriva, dove si può apprezzare la delicata e sfuggente abilità del De Gregori cantante; Condannato a morte che evoca un mondo ingiusto dove si confondono "iene con agnelli" e altri racconti irregolari di vita contemporanea; un divertente pezzo country intitolato Cartello alla porta.
Com'è nelle abitudini del cantautore, quella che forse è la più bella canzone dell'album è alla fine, lasciata lì come per un casuale e poco importante saluto finale. E invece è un gioiello prezioso, una sublime ninnananna dedicata al genere umano, semplice e struggente, un faretto nel buio che lascia una speranza innocente di salvezza. S'intitola Sempre e per sempre e chiude il disco, dopo tante amarezze e dissonanze, con frasi semplici e gentili: "Sempre e per sempre, dalla stessa parte, mi troverai".
Il tutto può suonare decisamente antico all'orecchio abituato al fragore chiassoso del meltin pop contemporaneo. E forse lo è davvero. Non ci sono tentazioni verso la modernità dei suoni. Al massimo qualche accenno di rock elettrico. Molti strumenti acustici, pianoforti e archi che accarezzano le parole. Ma per una volta vale la pena fare un piccolo sforzo in più. Almeno tre o quattro canzoni di questo disco possono ripagare ampiamente la fatica dell'attenzione in più che richiedono.
(da "La Repubblica" del 18 gennaio 2001)
Francesco De Gregori
di Francesco Moroni
"Le canzoni che scrivo sono per loro natura ambigue, non si prestano ad una lettura semplice; mi piace che una stessa canzone possa essere letta in due modi diversi": questa è l'estetica alla quale Francesco De Gregori si è costantemente ispirato, anche quando, nel 1977, al Palalido di Milano, un gruppo della sinistra extraparlamentare lo costrinse tra lanci di oggetti ad interrompere un concerto, accusandolo di sottrarsi all'impegno etico-politico e di arricchirsi con canzoni d'amore piene di metafore di difficile comprensione. In seguito alla dura contestazione milanese, il cantautore romano scomparve temporaneamente dalle scene; qualcuno afferma che abbia lavorato per qualche mese in una libreria della capitale. La riconciliazione con il grande pubblico, dopo il periodo buio degli anni di piombo, avvenne nel trionfale tour "Banana republic" insieme a Lucio Dalla e per merito di due splendidi album come De Gregori (con "Generale" e "Natale") e Titanic (con "La leva calcistica della classe '68").
Vent'anni dopo gli scontri del Palalido, De Gregori, a Red Ronnie che gli chiedeva provocatoriamente di spiegare il bellissimo brano Sangue su sangue, rispose che non aveva alcuna intenzione di sezionare le sue canzoni, che la canzone va ascoltata così com'è, senza avere la pretesa di improvvisarsi esegeti di questo o quel verso. Il conduttore, suo amico, tentò allora di entrare nel privato dell'artista: "Pensi di essere un buon padre?". "Lo decideranno i miei figli" rispose De Gregori, che salì sul palco del "Roxy bar" e cantò, memore forse della lezione dello scrittore americano Salinger, che in una vecchia intervista disse: "Cosa volete da me? Tutto quello che desiderate sapere sta scritto nei miei libri". Questo piccolo episodio la dice lunga sulla riservatezza del Principe (così lo chiamano i suoi aficionados), ma soprattutto testimonia della sua onestà intellettuale e del suo rigore artistico.
Il cantautore romano, nella sua quasi trentennale carriera, si è diviso tra due filoni, uno lirico-letterario ed uno etico-politico, avvicinandosi in questo all'amico De André e a Guccini. Alcuni suoi pezzi malinconici, costruiti su immagini, impressioni e ricordi trasfigurati poeticamente, hanno accreditato, nei "caldissimi" anni '70, l'idea di un elitario distacco, di un ermetismo avulso dalle contingenze storiche. I giochi linguistici, le metafore e le sinestesie dei primi brani, Rimmel, Alice, Buonanotte fiorellino, hanno ceduto il posto, alla fine degli anni Settanta, ad un uso più piano e regolare della lingua. Al successo di pubblico e di critica che accompagna brani come La donna cannone, Titanic, La leva calcistica della classe '68, seguono altri apprezzati lavori in cui De Gregori sviluppa il filone etico-storico-politico. Il ritratto amaro di Nero ("preso a calci dalla polizia/ incatenato a un treno da un foglio di via/ oppure usato per un falò/ il nero, te lo ricordi, quando arrivò?"), lo sdegno e l'ironia di Bambini venite parvulos ("legalizzare la mafia sarà la regola del duemila/ sarà il carisma di Mastro Lindo a regolare la fila") e della Ballata dell'uomo ragno ("E' solo il capobanda, ma sembra un faraone / ha gli occhi dello schiavo e lo sguardo del padrone / si atteggia a Mitterrand, ma è peggio di Nerone"). Bersaglio del Nostro è l'Italia di Craxi e Berlusconi, gli anni '80 della "Milano capitale morale". Al Cavaliere regala una velenosa allusione nel 1992, con la canzone Chi ruba nei supermercati: "Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati/ o di chi li ha costruiti rubando?". Le canzoni che ho citato sono state scritte tra il 1987 e il 1992, quando Craxi era ancora "l'ago della bilancia" e Berlusconi non era ancora "sceso in campo" e dimostrano una grande capacità di interpretare con lucidità e realismo l'evoluzione politica e sociale del nostro paese. In questo De Gregori si avvicina a Pasolini, a cui, non a caso, ha dedicato un commosso ritratto nel brano A Pa'. Negli ultimi anni il Principe ha rivisitato il suo repertorio in una serie di ottimi album dal vivo, arricchiti da inediti di qualità (La valigia dell'attore, Il suono delle campane), ha collaborato con il quotidiano l'Unità, ha scritto le musiche del film Il muro di gomma. Tra ironici veleni, sogni metafisici ed impegno civile, continua a ricordarci che "La storia siamo noi... attenzione, nessuno si senta escluso... la storia non si ferma davvero davanti a un portone... la storia entra dentro alle nostre case, la storia dà torto o dà ragione... la storia dà i brividi, perché nessuno la può cambiare". Non è poco, in questo tempo poco poetico di smemorati e di revisionisti.
Il ritorno di De Gregori e i morti di Salò
di Gino Castaldo
Torna dopo qualche anno di silenzio (almeno per quanto riguarda nuovi dischi) a farsi sentire la voce di Francesco De Gregori, e apre il nuovo millennio con una canzone destinata a lasciare un segno forte. Ad ascoltarla fa uno strano effetto, potente e tragico, un appello solo apparentemente indiretto che appare come una rumorosissima, benché delicata, voce nel deserto, una struggente evocazione storica, una visione rarefatta e poetica della storia di Salò, vista dagli occhi malinconici di un cuoco, un innocente, un subalterno, un testimone della storia che ricorda altri personaggi delle sue canzoni, come i macchinisti del Titanic, le donne cannone, le tante vittime della storia.
La canzone, "Il cuoco di Salò", si può ascoltare da ieri nel sito Internet www.sonymusic.it, come annuncio del nuovo atteso album che uscirà nei negozi il 19 di questo mese col titolo di Amore nel pomeriggio. Il pezzo è stato arrangiato con un tocco di grazia, e con leggeri interventi classicheggianti, da Franco Battiato, e ovviamente ne esce un ritratto di un Italia divisa ed estrema, in cui è inevitabile leggere le cose di oggi. Alcune frasi sembrano attraversare il tempo: in un'atmosfera sospesa e vagamente irreale, il cuoco vede belle donne che accorrono e aspettano nude il loro turno, sente colpi lontani, "c'è chi dice che sono banditi, e chi dice americani", vede "quindicenni sbranati dalla primavera". Dunque si può combattere con l'eroismo della passione, ma dalla parte sbagliata, e ogni tanto il testo torna a scandire il senso tragico della politica vissuta sulla propria pelle: "Che qui si fa l'Italia e si muore".
Non c'è alcun senso di schieramento da una parte o dall'altra, e sarebbe veramente pretestuoso voler leggere la canzone come una provocazione legata alle prossime elezioni. Siamo da tutt'altra parte. Se un riferimento c'è alla politica dell'Italia di oggi, è all'asprezza delle divisioni, al richiamo alla semplicità dei bisogni dell'uomo, alla delicatezza della sincerità, dell'innocenza rappresentata dal protagonista, il cuoco che non ha colpa di nulla e che comunque rimane al suo posto, disposto a continuare a svolgere il suo lavoro, ovvero far da mangiare, che siano i ragazzi repubblichini in partenza verso la morte o perfino gli americani in arrivo.
C'è di nuovo un senso di naufragio imminente, cantato da un Ismaele destinato a essere, come in Moby Dick, il probabile unico superstite del disastro, l'unico quindi in grado di raccontarlo.
Finalmente arriva una canzone importante, fortemente controcorrente rispetto al pensiero debole e rinunciatario che attraversa la canzone italiana di questi ultimi tempi, e in questo senso di sapore antico, e soprattutto la sensazione di un De Gregori ritrovato rispetto alla sua miglior vena. La canzone dice molto, senza mai scadere in semplificazioni banali. Viene da pensare che De Gregori questa uscita l'abbia covata a lungo, lui che in diversi tempi e modalità è stato uno de testimoni più puntuali delle trasformazioni del nostro paese, riuscendo a cantarle con imprevedibili e spesso folgoranti intuizione poetica. De Gregori è stato e rimane un cantautore inquieto, uno scomodo cantautore, capace di forti polemiche, di schierarsi apertamente quando occorre, di tuonare contro i festival di Sanremo e altre ipocrisie dell'ambiente musicale.
Col passare degli anni si sta ritagliando un ruolo sempre più appartato, una sorta di Cincinnato che proprio per la sua posizione riesce a vedere con occhi spietati e non inquinati dalla confusione mediatica. Quella che propone oggi è una di queste intuizioni preziose che lasciano in bocca un sapore amaro, ma anche un'aperta elegiaca devozione verso una forma di bellezza poetica che oggi viene schiacciata dal cinismo dei tempi. Giova molto la sua voce, rimasta negli anni tra le poche in Italia a conservare il carisma che può dare alle parole il potere della sincerità, disarmante e ineludibile.
E' solo un annuncio di un disco che uscirà tra qualche giorno, ma se il buongiorno si vede dal mattino, è presumibile che si tratti di un disco di un certo rilievo. Segno che la vecchia generazione della canzone d'autore ha ancora qualcosa da dire.
(da "La Repubblica" del 12 gennaio 2001)
Amore nel pomeriggio
Nico Orengo
Con "Amore nel pomeriggio" De Gregori se ne va in tournée a compiere cinquant'anni. Ci va con un disco che più lo si ascolta e più sprizza romanticismo, distacco dalla politica ma respiro civile. Anche il suo cuoco di Salò, con il lago crepuscolare, le belle donne dai bei vestiti e quell'idea che la tragedia ha bisogno di gesti quotidiani e ripetitivi, è una immagine più poetica che politica. Finalmente anche De Gregori compie cinquant'anni, vien voglia di dire, perché è una buona compagnia per chi cinquant'anni li ha già compiuti e può contare su voce, musica e parole che formano ormai una lunga colonna sonora, dagli Anni' 70 ad oggi. Da "Rimmel" a "La donna cannone" a "Piano bar", "Pablo", "Buonanotte fiorellino", al "Titanic" a "Sempre per sempre", si prova a fare una personale galleria delle canzoni preferite e si rimane insoddisfatti. Perché lasciar fuori "Generale" o "Banana Republic" e quei momenti di grande allegria con Dalla? Perché con De Gregori, scatta una sintonia col tempo. Ci sono artisti, indipendentemente dal loro valore, che ti fanno sentire una porzione dello spirito del tempo. Nella musica De Gregori è uno di loro. Ascolti una canzone e immediatamente ricordi vestiti, pettinature, ansie e speranze, letture e film degli anni trascorsi. Ha una grazia luminosa di cogliere immagini e simboli che riaffiorano nel presente, è un cantautore colto che scova metafore che s'accendono di nuovo significato, sa pescare in una cultura popolare che coinvolge. E conserva, in quel modo di cantare non rotondo, la sincerità di una voce che è lì prima di tutto per raccontare una storia, far riflettere su di un particolare, presentare un ambiente, che sia stiva di nave, prato di lago, tendone di circo, taverna d'angiporto, come contenitori d'eccezione, memorie di luoghi dimenticati, nodi musicali da sciogliere
Ma adesso salvatelo dalla rissa politica
di Michele Serra
E' possibile e anzi probabile che "Il cuoco di Salò" venga acciuffata, specie per qualche suo tono o frase, dagli insaziabili artigli della polemica politica. E magari messa a luccicare o a friggere nel grande e scomposto mucchio del SalòPride, sempre più ricco di memorialistica vanitosa e di revisionistica puntigliosa.
Sarà un peccato, perché la canzone sorvola di parecchio il dibattito contingente, proprio come ci si aspetta che l'arte faccia rispetto al contesto che la genera, o perlomeno la nutre. Il rischio dell'artista è sempre solitario, in qualche modo "a latere" rispetto al continuo e astioso dibattimento che rimbalza tra tivù e giornali, e fosse anche solo per questo per la fragilità e il coraggio del punto di vista andrebbe rispettato, e fatto salvo dai fumi tossici della rissa mediatica.
Qui De Gregori, poi, dà il meglio di se stesso (cioè il meglio di un talento grande e raffinato), raccontando con pietà e asciuttezza i colpi, il sangue, la cruenza e perfino l'ingenuità che accompagnarono e seppellirono i protagonisti di una delle stagioni più disperate della nostra storia, vissuta [ab]dalla parte sbagliata[bb].
Invece, vedrete che la domanda che echeggerà in sala, a canzone cantata, sarà [ab]chi è che ti ha mandato?[bb] (citazione degregoriana).
Ma gli artisti, in genere, si mandano da soli.
Il De Gregori cittadino ha avuto tempo e modo di riflettere su quegli anni: un suo zio materno morì nella faida di Porzus, e neppure in quel caso gli è stato risparmiato, con interviste estorte e chiose furbette, l'uso politico di riflessioni private. Accadde in occasione dell'uscita del controverso film su Porzus. Non è escluso che questo "Cuoco di Salò" sia anche, tra le altre cose, lo sbocco che il De Gregori artista ha voluto dare a quelle riflessioni, affidando a una canzone il compito di esprimere ciò che un artista non può e non deve esprimere in un'intervista o in un dibattito.
L'arte è una disciplina privata ma ha, come è ovvio, un destino pubblico. L'augurio, è che il pubblico riesca ad ascoltare "Il cuoco di Salò" senza lasciarsi confondere dalla necessità di incasellarla a destra o a sinistra della storia, come si fosse tutti rinchiusi in un eterno "Porta a porta". (da "La Repubblica" del 12 gennaio 2001)
De Gregori: Un ragazzo di cinquant'anni
Raffaella Silipo
"Ma non lo vedi come passa il tempo? Come ci fa cambiare? E noi che siamo come cani senza padroni... abbiamo avuto tempo sufficiente per imparare". Francesco De Gregori compie cinquant'anni e il tempo non lo ha cambiato poi tanto, se si tralascia qualche ruga o qualche filo grigio tra i capelli, come tanti vecchi ragazzi suoi coetanei: parte (stasera da Prato) con il tour dell'ultimo album "Amore nel pomeriggio", poi sarà venerdì e sabato a Milano, e a Torino il 3 e il 4 aprile. Il compleanno, proprio il 4 aprile, lo festeggerà dunque a Torino, al Colosseo, davanti ai fan di ieri e di oggi. E lo stile è lo stesso degli esordi, più di trent'anni fa, con "Theorius Campus" a quattro mani con l'amico, poi nemico, poi nuovamente amico Antonello Venditti. Uno stile aristocratico, ombroso, per niente facile, quello di De Gregori, non a caso soprannominato "il Principe". Eppure gli italiani - e non solo i suoi coetanei - gli devono uno straordinario patrimonio collettivo di immagini, suggestioni, ricordi. Canzoni che hanno accompagnato il percorso della prima generazione della storia ad aver conosciuto drammi e beatitudini dell'adolescenza prolungata, la prima a non rassegnarsi alla mezz'età. E non è proprio un caso, allora, se questo tour coincide con una campagna elettorale che vede, su fronti contrapposti, tanti esponenti di quella stessa generazione, oggi più o meno al potere. Lui non ha mai nascosto le simpatie politiche per la sinistra (è stato anche giornalista sull'"Unità" dell'amico Walter Veltroni, che sarà certamente in prima fila, l'11 aprile, al concerto romano all'Accademia di Santa Cecilia), ma ha sempre rivendicato con orgoglio la scelta di "non scrivere canzoni militanti". Anche se i tentativi di annoverarlo sotto qualche bandiera sono innumerevoli, basti vedere in quali e quanti contesti è stata usata la sua "Viva l'Italia". Solo a gennaio, all'uscita del singolo "Il cuoco di Salò" si è persino parlato di revisionismo, e lui nemmeno si è degnato di precisare che si tratta piuttosto di una dolente ballata sui perdenti, tutti, della storia.
L'album intanto, zitto zitto, è arrivato a oltre 200 mila copie. Da ieri è "Sempre per sempre" il nuovo singolo radiofonico trasmesso da tutte le emittenti italiane: sarà uno dei brani leader del tour, insieme con la riscoperta di "Canzone per l'estate", scritta nel 1974 a quattro mani con Fabrizio De Andrè. De Gregori sarà accompagnato da Guido Guglielminetti al basso, Massimo Buzzi e Alessandro Svampa alla batteria, Paolo Giovenchi alla chitarra e Carlo Gaudiello alle tastiere, con la partecipazione anche di Greg Cohen (già con Tom Waits) al basso e contrabbasso acustico; Alessandro Arianti al piano e tastiere; Marco Rosini al mandolino e alla chitarra acustica e Toto Torquati all'organo Hammond e tastiere.
In scaletta ci saranno, naturalmente, anche tanti vecchi successi: irrinunciabile qualche classico da "Rimmel" (1975), e da "De Gregori" (1978), con la famosissima "Generale". E speriamo che il principe non dimentichi la lieve "Banana Republic" (1979) che fu colonna sonora di un indimenticabile tour insieme con Lucio Dalla. Ma in trent'anni di carriera c'è davvero l'imbarazzo della scelta, tra il felicissimo e premonitore "Titanic" (1982) e la struggente "Donna cannone" (1983), tra il complesso "Scacchi e tarocchi" (1985) insieme con Ivano Fossati e le più recenti e veementi "Canzoni d'amore" (1992) e "Prendere e lasciare" (1996). Sceglierà lui, naturalmente, che cosa cantare, senza troppe spiegazioni. D'altronde i fan ormai lo sanno: non c'è niente da capire.
De Gregori, maturità senza nostalgie. A Prato il via al tour: dalla vecchie "Rimmel" e "Generale"" a "Il cuoco di Salò"
DAL NOSTRO INVIATO
PRATO - Ed è subito "Rimmel". Il classico di 26 anni fa arriva come secondo brano nel concerto con cui Francesco De Gregori ha aperto ieri sera il nuovo tour, la chitarra acustica, l'armonica e nient'altro, la band per qualche minuto ancora, il tempo di cantare "Generale", dietro le quinte. Sul palco un divano bianco, un tavolinetto e un lume. Dopo quattro anni di assenza, a un primo sguardo appare come un ribelle tranquillo. Non sembra il profeta che indica la via, ciò che gli altri non vedono; le sue ballate non sono sfigurate in una smorfia ideologica. Anche un pezzo tanto chiacchierato come "Il cuoco di Salò" si sottrae ai disordini della passione politica e cammina leggero tra gli spettatori, e il verso che dice che "dalla parte sbagliata si muore" scorre asciutto, svuotato da letture strumentali e furori preelettorali. Per il pubblico di Prato, quella sera lontana in cui il disastro si avvicina, è solo una struggente ballata rarefatta, come le altre che hanno trovato accoglienza in "Amore nel pomeriggio", il disco in cui De Gregori, alla soglia dei 50 anni, viaggia felice sull'ispirazione ritrovata di suoni quasi "arcaici" e poco alla moda, e sembra voler ignorare la realtà più diretta, trincerato dietro il suo ombroso orgoglio aristocratico (e ieri non ha detto niente altro che grazie).
Il concerto si snoda ed emerge un malessere acquattato nella penombra degli accordi, un malessere nuovo, strano, poco visibile, si avverte l'insoddisfazione che porta alla nostalgia della perfezione, cioè alla bellezza. È un De Gregori senza inganni nostalgici e senza il miele autocelebrativo, che si sottrae al vincolo delle etichette, maturo, disincantato, e forse non aveva mai cantato con tanto dolore eppure con tanta felicità. Con i sette compagni di viaggio della band, il cantautore romano va nel passato in "La casa di Hilde", un brano degli inizi, quasi trent'anni fa, che pochi ricordano, che viene dato come inatteso bis e poi si rituffa nelle atmosfere sospese di oggi dietro cui si annidano miserie e naufragi che non si offrono al primo sguardo.
C'è un anelito a ritrovare l'innocenza perduta, via dalla bagarre stolta che offre la politica. E dipanando il gomitolo delle emozioni il desiderio sembra perdere le ali, ed ecco il ritornello insistito di "Canzone per l'estate", il brano ancora attualissimo che Francesco nel '74 scrisse a quattro mani assieme a Fabrizio De André, in cui la sua donna non riesce più a volare.
Tutto è ammantato da un sottofondo di malinconia amara; che non è resa. De Gregori nel suo nomadismo intellettuale continua a battersi per le idee e non per gli uomini, che possono tradire, anche se stavolta non c'è l'Italia derubata e colpita al cuore, l'Italia che non muore.
De Gregori ripercorre con quei suoi modi sempre più dylaniani, la voce sgranata, alcune tra le più belle pagine della canzone italiana, filastrocche che si appoggiano a tastiere e mandolini (anche una "Buonanotte Fiorellino" stavolta in versione messicana"), rime dissacranti dal sapore country, e le antiche dolcezze di "Rimmel", con "quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi". Canzoni innocenti e feroci, il mondo poco consolatorio di un artista integro ma non moralista, indignato ma non militante, un menestrello che nonostante tutto non ha perduto la capacità d'indignarsi: e Pablo è ancora vivo. È la bell'Italia di De Gregori quella che si è affacciata al Politeama di Prato, e che arriverà il 30 e il 31 marzo al Nazionale di Milano, e l'11 aprile all'Auditorio romano di Santa Cecilia.
Francesco De Gregori: "Amore nel pomeriggio"
di Stefano Crippa
Per molti è ancora e semplicemente "un figlio di Bob Dylan", di una generazione, quella cresciuta intorno alla metà dei ’70, troppo giovane per subire le influenze del ’68 ma troppo spesso confusa e smarrita. Impegnata con scuole occupate e assemblee, false certezze e l’ombra incombente degli anni di piombo che di lì a poco avrebbero modificato le vite di molti. Eppure la musica di De Gregori, i delicati ritratti proposti all’ascoltatore da una voce si monocorde ma perfettamente riconoscibile, le storie di Alice o di Pablo, la scoperta dell’America in "Bufalo Bill", hanno aiutato molti a crescere e a superare quella immaginaria linea divisoria che separa l’adolescenza dalla maturità. Del cantautore, così schivo e ombroso, non si è mai potuto fare a meno di apprezzare una rigorosa linea di condotta anche nei periodi di minore fertilità musicale, che hanno purtroppo caratterizzato le produzioni più recenti. Più ombre che luci.
"Amore nel pomeriggio", l’album uscito nella seconda metà di gennaio e atteso quindi con comprensibile apprensione, è stata invece una gradita sorpresa. Undici tracce da ascoltare per fermarsi a riflettere, composte lentamente e fuori da ogni moda corrente, in tempi dove bisogna essere per forza veloci e attivi e chi si ferma è (realmente) perduto…
Canzoni da dove escono l’anima da menestrello e quella un po’ bluesy; passioni mai tramontate sull’orizzonte musicale del cantautore romano, e con almeno quattro momenti destinati a lasciare il segno. Iniziando proprio da "Il cuoco di Salò", che ha anticipato su internet e per radio l'intera raccolta e che ha innescato numerose polemiche: "E qui si fa l’Italia e si muore dalla parte sbagliata, in una grande giornata si muore, in una bella giornata di sole dalla parte sbagliata si muore (…) Quindicenni sbranati dalla primavera, scarpe rotte che pure ti tocca di andare", recita il testo. Una girandola di citazioni, di personaggi che si muovono sullo sfondo di una delle vicende più tragiche della seconda guerra mondiale: la repubblica di Salò. Ma l’obiettivo di De Gregori non è di aggiungere un’altra voce al dibattito attualmente in corso di revisione storica della resistenza e dell’esperienza repubblichina, ma è quello di inserirsi tra le pieghe degli eventi per raccontare la storia attraverso gli uomini. In questo caso il racconto viene filtrato dal punto di vista di un cuoco, che vede scorrere in riva al lago "donne bellissime, attrici scappate da Roma o cantanti non ancora famose", costretto ad assistere impotente a una tragedia annunciata. Il dibattito e la polemica passano sotto traccia, ci si sofferma sulla pietà e sulla sofferenza umana e ci si esalta sulla bellezza della musica e sull’arrangiamento di Franco Battiato. Brandelli di un mondo confuso, popolato di assassini, poveri cristi affamati e radio "delle ragazzine dove scoppia il silenzio e ogni dedica si confonde", appaiono ne "L’aggettivo mitico"; lo smarrimento dei clandestini sull’Adriatico è il fulcro di "Natale di seconda mano" (arrangiato da Nicola Piovani), mentre i ricordi di una antica collaborazione con Fabrizio De Andrè riaffiorano nell’unico brano già edito "Canzone per l’estate" (che l’artista genovese inserì nel "Vol.8"). L’amore nel duemila arriva, in punta di piedi, sul finire della raccolta in "Deriva", introdotto dal pianoforte di Alessandro Arianti e giocato su arie sudamericane - la vicenda di un amante abbandonato che "ha fatto il pieno e mi viene da ridere come un bambino" - e nella conclusiva "Sempre per sempre": la ninna nanna all’innamorato che tutti vorrebbero aver scritto almeno una volta nella vita.
E De Gregori a sorpresa suona e canta Bob Dylan
di Geraldine Schawrz
Francesco De Gregori che canta Bob Dylan. Una di quelle cose che non ci credi se te le raccontano, ma solo se la vedi. E la senti. E' successo l'altra sera nel trasteverino "Lettere e caffè". L'occasione era il primo di quattro concerti del cantautore Franco Fosca, che tornava a cantare dopo un intervento al cuore. La sala si è riempita e alle 22, lasciando tutti sorpresi, è entrato De Gregori. Pantaloni larghi, gilet e polo blu, ha avuto giusto il tempo di bersi un whisky. Poi la folla ha cominciato ad acclamarlo: "Francesco, Francesco". E lui, forse anche per la presenza dei due figli, Federico e Marco, clienti abituali del locale, non si è fatto pregare. Ha preso una chitarra e si è unito al concerto di Franco Fosca. Il risultato è stato un fuori programma di quelli che solo la musica può offrire. Qualche problema tecnico tra la chitarra e il microfono e il "papà" della Donna cannone scherza: "Scusate non sono molto esperto". Si inizia con Bob Dylan, appunto. I musicisti sono in mezzo al pubblico. Le note di "Blowin' in the wind" scaldano la platea, la band prosegue con "Knockin' on heaven's door", "Like a rolling stones" e "Forever young". Nella sala scattano i flash e la sorpresa emoziona tutti i presenti. Persino i due gemelli di casa De Gregori, i ventenni Federico e Marco, sono sorpresi di vedere il padre a cantare così. Poi c'è qualcuno che chiede di tornare alla musica italiana e De Gregori propone la canzone di Girardengo che racconta la storia del ciclista. "E se fame e senza sete, e senza ali e senza rete voleremo via...". Il coro si infiamma con la "Donna cannone" e De Gregori continua a cantare. Fino all'1,30, quando saluta, ringrazia e se ne va. Enza Li Gioi, proprietaria di "Lettere e caffè" è contenta: "Un fuori programma eccezionale".
De Gregori? De profundis!
da Dagospia.com
Non lasciatevi ingannare dalle facili apparenze, da quel suo pallore gonfiato, da quei jeans in agonia: il cantautore romano è così pieni di sé che potrebbe benissimo non mangiare (e non cantare) per un paio di anni. Ha un'opinione così alta di se stesso, che trasformerebbero la Santissima Trinità in un quartetto di nani. Da sempre gode di un nomignolo, il Principe, sbocciato per la sua aria distaccata e il suo aplomb radical-chic. Un tipino così ombroso che ha trovato la giusta residenza in Umbria. Da qualche tempo, infatti, il cantautore si diletta di agricoltura nella tenuta sulle colline di Spello. Quello che segue è il racconto del suo impatto ambientale col mondo rurale.
1) Durante una cena in un'enoteca Francesco De Gregori è stato protagonista di una delle sue solite manifestazioni d'affetto nei confronti delle fan. Una signora di mezza età era, infatti, seduta accanto al tavolo del cantante. La fan emozionata per l'incontro con il mito della sua gioventù ha preso carta e penna e con coraggio si è avvicinata a De Gregori, chiedendo cortesemente l'autografo. Il cantante contrariato per il disturbo si è affrettato a chiedere alla signora quale lavoro svolgesse. E lei: "Faccio l'infermiera". De Gregori senza alzare lo sguardo dal piatto risponde: "Bene, allora se io le chiedessi di farmi una puntura in questo momento lei non lo farebbe, ed è per questo che l'autografo non lo firmo. Se ne vada". La signora ripone la penna ed il foglio, si risiede al tavolo e si abbandona sottovoce una serie irripetibile di improperi, rivolti naturalmente al cantante.
2) "Ma quei daini mi hanno rovinato il campo". Questo il commento di un vicino di casa di Francesco De Gregori. Pare, infatti, che il cantante di Rimmel abbia la passione di allevare daini, coltivare olivo e vigneti. Nei mesi scorsi però gli animali sono sfuggiti al controllo del padrone, sono entrati in un campo coltivato ed hanno devastato la coltura del contadino. Quando il vicino con le rape distrutte in mano ha bussato alla porta di casa del cantante chiedendo spiegazioni si è sentito candidamente rispondere che quei daini non erano suoi. C'è solo un problema che nella tenuta sulle colline di Spello l'unico ad allevare daini è proprio lui.
3) Stazione di Foligno, un piccolo paesino dell'Umbria. Una ragazza di circa 25 anni sta aspettando il treno per Roma. Durante l'attesa scorge una figura che si avvicina con passo tranquillo. La ragazza guarda meglio e scorge nell'uomo che sale le scale proprio Francesco De Gregori. Presa dall'emozione corre verso il maestro chiedendo di potergli stringere la mano. Sarà che l'entusiasmo ed il trasporto erano davvero troppi, ma il cantante l'ha etichettata con epiteti poco cordiali, insultandola malamente e mandandola in quel famoso paese dove tutti, più o meno, siamo transitati.
Copyright Dagospia.com – Roberto D’Agostino
De Gregori e Venditti insieme dopo trent'anni
Sono passati trent'anni da quando i due cantautori romani si esibirono, per la prima volta insieme, al mitico Folkstudio di Transtevere. Oggi, i due musicisti sono tornati a collaborare dal vivo: ieri sera, al teatro Brancaccio di Roma, De Gregori e Venditti si sono esibiti in duo, offrendo al pubblico una versione acustica di "Bomba o non bomba" e "Attila e la stella". Il set acustico, composto unicamente da piano e chitarra, ha commosso non poco i presenti, memori anche della recente scomparsa di Giorgio Lo Cascio, mentore e amico dei due musicisti. Entusiasta dell'esibizione una delle colonne della romanità artistica: Gigi Proietti, direttore artistico del Bracaccio, si è detto estremamente toccato dal concerto del duo "ritrovato".
da "La Repubblica" del 6 marzo 2001
I Beatles lasciano il podio a De Gregori
Francesco De Gregori sfreccia in vetta alle classifiche italiane.
Dopo dieci settimane di podestà assoluta da parte dei Beatles, che con la loro compilation "One" hanno conquistato il pubblico musicale italiano, ora tocca a De Gregori sedere sul podio della hit parade dei dischi più venduti. Il suo nuovo album, "Amore nel pomeriggio", é uscito da pochi giorni e numerosi appassionati, che attendevano da quattro anni un nuovo lavoro dell'artista romano, si sono precipitati all'acquisto del cd. (da musicaitaliana.com)
Francesco De Gregori: omaggio a Gassman
Il genio "Mattatore" di Vittorio Gassman verrà ricordato in una serata musicale in programmazione Lunedì 15 Gennaio al teatro Quirino di Roma.
Per l'occasione, Nicola Piovani ha composto il brano "Viva Gassman" che presenterà in anteprima in una collaborazione inedita insieme a Francesco De Gregori."Viva Gassman vuol dire Gassman vive, per la sua carica di vitalità che è ben oltre la sua uscita di scena", spiega il ministro dei Beni Culturali Giovanna Melandri. Lo spettacolo, presentato dallo scrittore e giornalista Vincenzo Cerami, vedrà salire sul palco Francesco De Gregori e Nicola Piovani che proporranno in un duetto il brano. "Se me lo avesse chiesto, per Gassman avrei composto anche la musica per la segreteria telefonica", ha ammesso Piovani. (da "La Repubblica" del 6 gennaio 2001)
Il 19 gennaio esce il nuovo album
In "Amore nel pomeriggio", il nuovo album di Francesco De Gregori, ci sarà, come vi avevo preannunciato da tempo, un brano arrangiato da Franco Battiato. La traccia, dal titolo "Il cuoco di Salò", si ispira all'ultimo periodo della storia fascista e precisamente a quello della Repubblica sociale italiana di Salò. Il disco, che uscirà il 19 gennaio prossimo, presenta molte altre perle artistiche. Ad esempio il ritorno all'organo hammond di Toto Torquati, già collaboratore di album storici della canzone d'autore italiana. Il disco è stato registrato a Roma, Milano, Vicovaro e Londra, con la produzione di Guido Guglielminetti. Il tour di De Gregori inizierà nel corso del prossimo mese di marzo e toccherà molti teatri italiani. (6 gennaio 2001)
"Amore nel pomeriggio"
Ormai è ufficiale: si intitola "Amore nel pomeriggio" il nuovo disco di Francesco De Gregori, previsto per fine gennaio. Come riporta l'agenzia ANSA, il disco è stato prodotto da Guido Guglielminetti, che firma anche con il cantautore romano due canzoni. In due brani di "Amore nel pomeriggio" De Gregori ha scelto la strada delle collaborazioni eccellenti, coinvolgendo in una canzone Franco Battiato, come arrangiatore e produttore, e in un'altra Nicola Piovani, premio Oscar per le musiche di "La vita è bella" di Benigni. (15 dicembre 2000)
Battiato collabora al nuovo album
Conoscenti (se non proprio amici) di lunga data, con qualche frequentazione anche extramusicale, Francesco De Gregori e Franco Battiato si sarebbero dati appuntamento in una sala di incisione milanese, il primo weekend di settembre, per registrare un brano destinato al prossimo album del cantautore romano, la cui pubblicazione è ancora in bilico tra la fine di quest'anno (novembre) e l'inizio del prossimo anno (gennaio 2001). Ciò forse proprio per consentire il prosieguo della collaborazione, che potrebbe prevedere collaborazioni anche su altri brani per i quali Battiato potrebbe avere ruolo di produttore, e forse non solo "degli archi". Affinità elettive a parte, l'incontro tra i due pesi massimi della canzone d'autore si concretizza, non a caso, dopo il passaggio di Battiato alla Columbia (gruppo Sony), etichetta a cui De Gregori è legato da tempo. Anche se la casa discografica, per il momento, non conferma né smentisce la notizia.
De Gregori vende l'olio via internet
PERUGIA, 2 APRILE - Dopo il successo in campo musicale, per Francesco De Gregori arriva anche quello in campo agricolo-commerciale grazie ad Internet. L'azienda umbra del cantautore - La Palomba di Spello - ha infatti venduto on line il suo olio biologico in Giappone durante il sesto 'Sol', il Salone dell' olio d' oliva vergine ed extravergine, di Verona. La partita più cospicua - si legge in un comunicato del 'Sol' - è stata acquistata dal Giappone e più precisamente da un "navigatore gourmet" di Tokyo.
COMUNICATO STAMPA
Ad Andria una tre giorni con le migliori produzioni mondiali, organizzata dalla CiBi pugliese. L'olio biologico italiano si conferma leader al V Premio Biol-Città di Andria,
unico concorso al mondo per gli extravergini ecocompatibili
Vince l'azienda Titone di Marsala. Riconoscimenti alle aziende pugliesi. Quinto posto per l'olio del cantautore Francesco De Gregori. Primi tra gli stranieri, Argentina e California. Istituito il primo Osservatorio internazionale specializzato.
ANDRIA - L'olio biologico italiano si conferma leader a livello mondiale, aggiudicandosi i principali riconoscimenti della quinta edizione del Premio Biol-Città di Andria, unico concorso internazionale riservato ai migliori extravergini ecocompatibili - quest'anno un centinaio in gara - prodotti nei vari continenti.
Il premio principale, appunto il Biol, è andato infatti all'azienda Titone di Marsala, che ha bissato la vittoria dell'anno scorso. A seguire, altri produttori italiani, tra cui - al quinto posto - anche il cantautore Francesco De Gregori, che ha partecipato con l'olio "Le Palombe" prodotto nella sua piccola azienda di Sant'Angelo di Spello, nel Perugino. Distaccati di qualche posizione, i primi stranieri: l'azienda californiana "Lunigiana" e l'argentina "Paso Vejo"; menzione speciale anche all'extravergine croato "Art".
Nelle altre categorie, il Biolpack {miglior packaging ed etichettatura), è andato ex aequo al "San Giuliano" dell'azienda Manca di Alghero e al "Puer Apuliae" della Moc - Oliveti d'Italia di Andria, mentre il Biolblended (al miglior olio imbottigliato e commercializzato con marchi non del produttore), è stato assegnato al "Clemente", dell'omonima azienda di Manfredonia. Infine, l'azienda molfettese Minervini col suo "Marcinase" ha vinto il Biol-Puglia, sezione istituita quest'anno e riservata ai migliori produttori pugliesi qualificatisi per la fase finale.
Tutti i riconoscimenti sono stati "decisi per pochi centesimi di voto, a testimonianza del livello qualitativo molto alto raggiunto quest'anno", si legge nelle motivazioni della giuria internazionale presieduta da Antonio Zelinotti, presidente del Dipartimento Dogane di Roma, e costituita da esperti provenienti dalle diverse regioni olivicole del mondo, tra cui il parigino Michel Choukroun, responsabile mondiale degli assaggiatori d'olio del Coi - Consiglio Oleario Internazionale. Ad assegnare, invece, il Biolpack, è stata una specifica giuria di esperti di comunicazione e consumo, presieduta dal direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Lino Patruno.
De Gregori conservatore
È un grande conservatore Francesco De Gregori, in ambito musicale naturalmente. Non si può certo dire che il suo modo di fare musica abbia subito nel tempo forti mutamenti: si parla di minimi aggiustamenti. Uno sperimentatore poi non lo è mai stato. Le virate, le sorprese che un Battiato o un De André hanno quasi sempre offerto, al cantautore romano non sono mai interessate. Intrapresa una via, uno stile sicuro, non lo ha più mollato: ispirandosi a Bob Dylan, grazie anche ad una voce di somiglianza impressionante, si è dedicato alla prosecuzione di un identico linguaggio musicale, a lui preesistente di parecchi anni: dieci tondi, se si vogliono considerare i rispettivi esordi discografici, dell'italiano e dello statunitense. Dunque un linguaggio di successo internazionale. Un recupero come quello di "Canzone per l'estate", scritta nel 1973 insieme a Fabrizio De André, è emblematico: l'ultimo album, "Amore nel pomeriggio", si riallaccia direttamente agli esordi, senza soluzione di continuità, offrendo le repliche, curate fin che si vuole, dello stesso solito modello. Ma la formula ha successo, ed è rassicurante come tutte le tradizioni. Un grande manierismo, un grande mestiere.
Nella dimensione live tutto ciò risulta amplificato. L'uniformità di strumentazione e di arrangiamenti favorisce l'ammassarsi delle canzoni. Molta, troppa chitarra elettrica, spesso ridondante negli assoli di Paolo Giovenchi tanto banali (e di facile effetto) quanto ripetitivi e raramente in sintonia con il contesto. Lo stesso dicasi per gli attacchi e le chiuse di numerosi brani. I momenti migliori sono forse quelli con lo strumentale ridotto: "La donna cannone", pianoforte (elettrico), chitarra acustica e un leggero sfondo di tastiere; "Generale", solo chitarra elettrica. Nel complesso lo spettacolo è ovviamente piacevole, ma con una cert'aria di raffinata routine. "Bambini venite parvulos", "Un guanto", "Canzone per l'estate", "Il cuoco di Salò", "Buona notte fiorellino", "L'aggettivo 'mitico'", "Povero me", "Alice", "Vecchi amici", "La donna cannone", "Un condannato a morte", "Compagni di viaggio", "Cercando un altro Egitto", "I muscoli del capitano", "Sangue su sangue", "La valigia dell'attore", "Bufalo Bill", quattro bis fra cui "Generale", "La casa di Hilde" e "Chi ruba nei supermercati": due ore per una equilibrata rassegna di vecchi successi e ultimissime realizzazioni.
La band che ha accompagnato il cantautore romano in questo tour estivo (quella reggiana era l'ultima data) è la medesima (con qualche riduzione) che ha inciso "Amore nel pomeriggio": il già citato Paolo Giovenchi alle chitarre elettriche, Alessandro Svampa alla batteria, Guido Guglielminetti al basso (e alla chitarra acustica), Marco Rosini al mandolino elettrico (che fa tanta scena ma emerge assai di rado), il giovane Alessandro Arienti alle tastiere, affiancato da Toto Torquati (prevalentemente all'organo Hammond).
La pecora
di Raffaele Reale
Con la sua opera seconda, ad appena ventitré anni, Francesco De Gregori tocca una delle sue massime punte d'ispirazione. Deluso dall'insuccesso del pur ottimo "Alice non lo sa" - che comprendeva, tra le altre, perle come "Alice", "Buonanotte fratello", "Le strade di lei" e "Irene" - il giovane cantautore romano si dedica ad un materiale intimista, seguendo la scia di Leonard Cohen e di Fabrizio De Andrè, ma rileggendolo in un'ottica allucinatoria del tutto personale.
Si inizia con la storica "Niente da capire", titolo che è tutto un programma, dolce e sferzante ballata su un rapporto finito. Si prosegue con l'allegoria onirica di "Cercando un altro Egitto", dove l'invettiva politica viene smussata dall'atmosfera sognante e distorta ("Sollevo gli occhi al cielo e vedo sopra un tetto mia madre inginocchiata in equilibrio su un camino. La strada adesso è piena di persone, mia madre è qui vicino") e dalla splendida "Dolce amore del Bahia", meno scarna della precedente, accompagnata dalla sola chitarra - come nella migliore tradizione folk -. "Informazioni di Vincent" prosegue sulla stessa linea poetica di introspezione personale, mentre malinconica, profonda, densa appare "Giorno di pioggia" ("oggi giorno di pioggia e la gente si muove, io sono figlio della pioggia"), cupa riflessione sul destino dell'apparire e del mostrarsi - ma tutto l'album è percorso da questo tremito d'insoddisfazione giovanile a metà tra la voglia di emergere e il terrore di non piacersi -.
E, a tagliare perfettamente in due l'album, arriva il capolavoro: "Bene" è la canzone summa della prima vita musicale di De Gregori, molto più significativa delle ben più celebri "Rimmel", "Generale" o "La donna cannone". Canzone semisconosciuta, nascosta, mai portata veramente alla ribalta, è al contrario la più alta espressione del genio poetico del cantautore, libera e anticonformista dichiarazione d'affetto verso la madre, poeticamente eterea e musicalmente tenue. Di grande spessore poetico anche la seguente "Chissà dove sei", originale e coinvolgente "A Lupo" ("Ma questa non è casa mia, i ricordi si affollano in fretta, è un libro cominciato la sera e già dimenticato la mattina"), adolescenziale nella sua utopica visione di libertà "Arlecchino", metaforicamente politica (alla maniera del Bob Dylan degli esordi) la lunga "Finestre di dolore". Si chiude sulla delicata filastrocca "Souvenir", embrione di ciò che in futuro saranno "Buonanotte fiorellino" e "Piccola mela".
Anche stavolta De Gregori andrà incontro ad un sonoro insuccesso commerciale, ma la dimostrazione d'intelligenza e di maturità gli permetterà di comporre ad un solo anno di distanza il celeberrimo "Rimmel", l'album della svolta, l'album della fama, l'Album di Francesco De Gregori.
DE GREGORI A BOVES
Domenica 3 febbraio 2002
BOVES (Cuneo) - Tutto in una frazione di secondo: scende il buio sul palco, parte l'attacco inconfondibile del piano, il brusio del pubblico si congela all'istante. E' Lucio Battisti, è "Anche per te". Ma la voce, anche questa senza uguali, è quella di Francesco De Gregori.
Per un momento, giusto il tempo di un paio di battute, tutti col fiato sospeso, cristallizzati dallo stupore come tremila sub immersi in un gigantesco, umido e caldo acquario, seimila occhi spalancati verso il palco. Poi l'esplosione per una ovazione tra le più roventi dell'intera serata, la prima del tour 2002 del cantautore romano, che da qualche giorno ha messo in circolazione il suo ultimo album live "Fuoco amico". Non è football, non si deve andare alla ricerca della prova tv per sanzionare un comportamento da killer pedatorio, ma mai come l'altra sera ci sarebbe voluta una moviola, un fermo immagine, uno scatto fotografico per poter raccontare quella frazione di secondo, per capire che cosa sia passato per la testa di ognuno dei presenti in quel solo, lungo, interminabile attimo. E dalle reazioni ci si è resi subito conto che nel palazzetto dello sport di Boves, poco fuori Cuneo, costruito ai piedi della corona delle Alpi Marittime, ancora spruzzato dal bianco dell'ultima nevicata, aldilà delle evidenze esteriori legate all'anagrafe, convivevano almeno due generazioni. La prima, quella intorno ai quaranta che frequenta la sinistra fin dai banchi della scuola, ha provato un momento di smarrimento, di disorientamento, vittima di un luogo comune che negli anni Settanta ed Ottanta dipingeva Battisti come un rappresentante della destra, per alcuni testi delle sue canzoni (peraltro di Mogol) e per un episodio televisivo in cui era stato immortalato col braccio destro alzato, in mezzo ad una selva di giovani comparse della trasmissione "Tutti insieme", sorta di "Top of the Pops" nostrano, molto in voga nei pomeriggi in bianco e nero della Rai d'antan. Qualcuno definiva il cantautore di Poggio Bustone addirittura "crepuscolare", leggendo tale aggettivo come se fosse frutto di una colpa inenarrabile, salvo poi ascoltarne i dischi a casa, spesso durante le feste a luci smorzate e senza genitori tra i piedi, o cantarne le canzoni sul pullman della gita scolastica, magari insieme a "Hasta siempre, Comandante" o "Contessa". Invece alla generazione più giovane, i ventenni o giù di lì, tanto per intenderci, non è parso vero di poter sentire il "loro" Francesco, quello più recente, prendere le parole di una canzone tra le più apprezzate di Battisti (che curiosamente nasce, alla fine del 1971, come lato B della "Canzone del Sole"), oggi patrimonio dei ventenni senza le fisime dei loro padri e delle loro madri. Un'esecuzione limpida, aderente all'originale, con un curioso effetto determinato dal non personalizzare il brano rispetto a Battisti, ma sottolineando la novità soltanto con la sua presenza vocale. Era Battisti sì, ma era "anche" De Gregori, per un risultato finale apprezzato da padri e figli, tutti a cantare insieme in una sorta di omaggio postumo e, soprattutto (per i padri), di senso di liberazione collettivo, siglato dal più lungo applauso del concerto.
Ma Battisti non è l'unica sorpresa di questo tour. Ci mette anche Paolo Conte. De Gregori apre con la "Topolino amaranto", un brano di cui è innamorato perché, secondo lui, attento al rapporto tra la storia del nostro paese e la canzone italiana, "non vi sono riferimenti alla politica, né alla storia. Ma sfido chiunque - disse il cantautore illustrandola ad alcuni studenti di Arezzo l'anno scorso, eseguendo lo stesso giorno per la prima volta "L'attentato a Togliatti" - a tracciare con due parole, con una sola citazione dell'anno, il 1946, un quadro così preciso dello stato emotivo degli italiani di quel periodo.
Ansia di speranza, ansia di rinascita". Non è più una sorpresa, invece, il brano di Marino Piazza sull'attentato al Migliore. Ma De Gregori riesce a ritagliare nello suo spettacolo un angolino che rende tutta la forza d'espressione popolare del pezzo.
Indossa un cappello, imbraccia la chitarra acustica e narra sul zum-pa-pa zum-pa-pa di un bel valzerone largo, la tragica storia dello "studente vile e senza cuor".
In tutto De Gregori gratifica i suoi fans di due ore di spettacolo, dove ci sono praticamente tutte le tracks di "Fuoco amico" e poche cose recenti. Oltre al brano iniziale, "Non c'è niente da capire" (abbastanza hard), "Bambini venite parvulos", "Alice" (in una versione quasi originale), "Ti leggo nel pensiero" (che Ron ha messo nel suo ultimo album) sono una lunga suite che scalda pubblico e palco a puntino.
Poi "Un guanto", "Compagni di viaggio", "Vecchi amici", "Povero me" (con una chitarra superba), "Generale", "Condannato a morte (l'unico brano da "Amore nel pomeriggio") Buonanotte fiorellino", "Ma come fanno i marinai", "I muscoli del capitano", "Il bandito e il campione", "Rimmel", "Cercando un altro Egitto", "La donna cannone" (coros y palmas!), "Battere e levare".
Poi un bis con "Sangue su sangue" e "La Casa di Hilde" (reggaeggiante). Laconico come sempre, un paio di "grazie" e un "buona sera", poi tutti a casa.
Appendice finale verso mezzanotte per la consegna del premio "Artisan de la paix", da parte del Comune di Cuneo e della Scuola di Pace di Boves. "A Francesco De Gregori - dice la motivazione - per avere contribuito a diffondere un messaggio e un'idea di pace attraverso le sue canzoni".
Luis Cabasés
INIZIA IL TOUR DI FRANCESCO DE GREGORI A BOVES
BOVES (Cuneo) - Marito e moglie (probabilmente) imbronciati per tutta la sera, seduti in gradinata quasi schiena contro schiena per un bel pezzo del concerto, alle prime note di "Buonanotte fiorellino" hanno deposto le armi. Alla "Donna cannone" tiravano fuori, ormai abbracciati, anche un accendino.
Tenerume sparso ce n'era tanto e commenti pure. Ma il popolo adoratore di Francesco De Gregori si è organizzato da tempo. C'è anche una mailing list (itfandegregori@yahoogroups.com) popolata da nomi come "Signor Hood" o "Pezzi di vetro'76". Un tam-tam incessante, che produce qualcosa come un centinaio di e-mail al giorno. Botte e risposte, scambi di notizie, informazioni sui passaggi televisivi e sui giornali. Qualcuno si lamenta che sia di poche parole, lo vorrebbe più intervistato e più disponibile. Un altro racconta le proprie esperienze ai concerti. Un altro ancora si lamenta del prezzo dell'album. Insomma un vero forum dei cuori pulsanti per Francesco. Qualche esempio? Eccoli:
(Rea) "A Boves lo abbiamo aspettato. Dopo 40' di attesa è uscito e ci ha salutati, rifiutandosi però di firmare gli autografi, ma baciando le ragazze presenti";
(Palpus) "devo ancora riprendermi bene risistemare le idee";
(Leonardo) "Mi ritrovo un film amatoriale in onda su rai2 con De Gregori che passa da tenero coi i baci alla moglie... a cantare Mila e Shiro due cuori nella pallavolo. Che sballo..... dopo venti anni di pippe mentali sul suo carattere da orso solitario... ci ha saputo stupire ancora una volta".
l.cab.
Giusti giusti son passati trent'anni da "Theorius Campus", il primo album che risale al 1972 pubblicato in condominio con Antonello Venditti. In mezzo ce ne sono stati altri ventidue. Oggi, 25 gennaio, alla vigilia di una tournée che inizierà in Piemonte (a Boves il primo febbraio), Francesco De Gregori mette in circolazione un nuovo lavoro, rigorosamente dal vivo, frutto delle registrazioni del tour 2001, inserendo un inedito, "L'attentato a Togliatti", un brano popolare del dopoguerra, cavallo di battaglia di "Piazza Marino, poeta contadino", come si definiva nelle sue presentazioni sulle piazze, forse il più noto cantastorie della Pianura Padana o, almeno, colui che ne ha incarnato la figura più tradizionale.
Il cd s'intitola "Fuoco amico - De Gregori live 2001" (Sony) e, oltre al brano su Togliatti, comprende canzoni tra le più note. Da "Cercando un altro Egitto" a "Generale", da "La Casa di Hilde" a "Sangue su Sangue", oppure "Bambini venite parvulos", "Un guanto", "Povero me", "Spad VII s2489", "Condannato a morte", "Vecchi amici", "I muscoli del capitano", "Battere e levare" sono brani che abbracciano senza soluzione di continuità i tre decenni che il cantautore romano si lascia alle spalle.
"L'attentato a Togliatti" tradizionale canzone popolare, il cui autore è anonimo, anche se da diverse fonti verrebbe attribuita allo stesso Marino Piazza, invece non era mai stata pubblicata e De Gregori non l'aveva neanche fatta ascoltare nei concerti del tour dell'anno scorso. Soltanto due esecuzioni, ad Arezzo quasi un anno fa, durante un convegno sul rapporto tra la storia contemporanea e le canzoni, e poco più di un mese fa in televisione, nella scaletta registrata di una puntata monografica di "Taratatà", che andrà in onda dopodomani, domenica, su Raiuno.
Quale sia per lui il significato del brano non è dato a sapere. Ma ad Arezzo, l'anno scorso, imbracciando la chitarra davanti ad una platea di giovani studenti, lo presentò così: "E' una canzone si rivolge a quelli che se fossero stati in grado di leggere, in quegli anni in cui l'analfabetismo era abbastanza diffuso, avrebbero comprato L'Unità. E' proprio una canzone da cantastorie ed è, secondo me, straordinaria per l'ingenuità con cui si raccontano tutti questi singoli piccoli eventi nel quadro più generale dell'attentato a Togliatti, per la minuziosa attenzione, per lo scrupolo quasi storiografico nel descrivere Rita Montagnana che stava al Senato, l'onorato chirurgo Valdoni, il fatto che l'assassino fosse uno studente e che dicesse, come dicono tutti gli attentatori, che non ce l'ha mandato nessuno. E poi soprattutto l'ultima strofa, che invece ci spiega quello che avvenne storicamente con l'attentato a Togliatti. Non c'è nessun appello alla rivoluzione, all'insurrezione, è una canzone che segue la linea dettata dal Partito Comunista, dallo stesso Togliatti che mentre lo portavano all'ospedale disse: "State calmi, state calmi, non fate la rivoluzione!". Capito? Altro che la vittoria di Bartali al Tour de France...
Luis Cabasés
"Fuoco amico", il nuovo album - De Gregori, l’inedito registrato in Rai
"Attentato a Togliatti", la canzone popolare del ’48, nella versione cantata a "Taratatà"
di FABRIZIO FINAMORE
PROBABILMENTE la canzone dal vivo gli dà modo di esprimersi al meglio, o forse la sente come più vicina al suo modo di essere, sta di fatto comunque che quest'ultimo è il suo ottavo album live della sua ormai lunga carriera. Stiamo parlando di Francesco De Gregori e del suo "Fuoco amico-De Gregori live 2001" da ieri nei negozi. Artista schivo, mai troppo attratto dalla luce dei riflettori televisivi, avevamo visto recentemente De Gregori in una rara apparizione televisiva accanto a Ron. In quell'occasione i due si esibivano riproponendo, non a caso proprio dal vivo, alcuni dei loro vecchi successi. Questa raccolta, lungi dal volersi presentare come un "The best of" di concezione americana, contiene semplicemente alcune belle canzoni del cantautore romano scelte senza rispondere particolari criteri di selezione.
Ed è possibile ascoltare momenti diversi della sua carriera, storie differenti che vanno da "Bambini venite parvulos" a "Sangue su sangue", da "La casa di Hilde" a "Cercando un altro Egitto". Ma ci sono anche "I muscoli del capitano" tratto dal bellissimo "Titanic", la sempreverde "Generale" e la recente "Condannato a morte".
Non mancano infine le sorprese rappresentate da una versione reggae di "Battere e levare" e da un inedito. Un vecchio pezzo mai pubblicato o nuovo brano scritto appositamente per questa occasione? Niente di tutto questo. "Attentato a Togliatti" è una canzone popolare del 1948 firmata Marino Piazza- Anonimo e rielaborata dall'amica Giovanna Salviucci Marini. "Le ore 11 del 14 luglio, dalla camera usciva Togliatti, quattro colpi gli furon sparati", inizia così, con una secca descrizione dei fatti, questa canzone che musicalmente ricorda più una polka che una canzone d'autore. De Gregori l'aveva già cantata in alcune rare occasioni come nel febbraio scorso ad Arezzo, quando, ospite di un convegno dell'Università sul tema "Comunicare la storia", si esibì davanti agli studenti improvvisando alla chitarra alcuni pezzi tra cui appunto il brano in questione.
La versione che c'è in quest'album invece è stata registrata a metà dello scorso dicembre durante una puntata del programma televisivo di Raiuno a "Taratatà" (in onda domani alle 23,30). Sono stati sei o sette i pezzi eseguiti dal cantautore romano in questa occasione ma la buona riuscita di quella canzone ha fatto sì che il suo staff ne richiedesse l'autorizzazione alla Rai per inserirla nel nuovo live. Niente di strano dopotutto, visto che anche in quell'occasione De Gregori si era esibito rigorosamente dal vivo.
Un libro e uno speciale su Francesco De Gregori
E' appena uscito, nelle migliori librerie, un libro dedicato al cantautore romano dal titolo "Francesco De Gregori - Cercando un altro Egitto" scritto da Mario Bonanno ed edito dalla casa editrice Bastogi. Il libro ripercorre l'intera carriera di De Gregori attraverso tutti i suoi album (da Theorius Campus a Amore nel pomeriggio più tutti i live). Il prezzo del libro è di 20.000 lire.
In alcune librerie invece potete trovare il numero di luglio della rivista "L'isola che non c'era" che contiene una monografia di 20 pagine su Francesco De Gregori, con ben due interviste inedite del cantautore romano che da anni non ne rilascia. Nella prima, realizzata da una radio tedesca, fa un bilancio del suo percorso artistico, parlando fra l'altro dei suoi dischi dal vivo, delle sue collaborazioni con altri cantautori, della supposta difficoltà dei suoi testi. Nella seconda, realizzata per l'Università di Siena, racconta aspetti inediti degli inizi della sua carriera. Il costo della rivista è di 8.000 lire. L'elenco dei punti vendita dove trovare la rivista è nel sito www.lisolachenoncera.it.
Buona lettura e buone vacanze a tutti!
De Gregori e il cinema
di Marco Ranaldi
Nel 1983 è grazie a un giovane regista romano, Roberto Russo, che abbiamo la prima collaborazione di De Gregori con il cinema.
"Flirt" è la pellicola di Russo completamente musicata da De Gregori; la disponibilità del cantautore è totale, tanto da regalare a Russo e al pubblico un capolavoro di poesia e musica quale La donna cannone.
Il film nasce su precisa idea di Russo e di Monica Vitti, che fra l'altro collabora pure alla sceneggiatura, e si basa su una singolare presenza in spirito di Veronica che si frappone nella coppia Laura e Giovanni; Veronica è il "flirt" che sconvolge totalmente la vita dei due, ed in particolare quella di Laura che si trova sola, come una donna cannone, e ha voglia di tornare da Giovanni anche "se non sarò bella come vuoi tu". Al regista abbiamo chiesto come è nata la collaborazione con De Gregori: "De Gregori è un cantautore che io ho sempre amato da tempo l'avrei voluto in un mio film. Poi con "Flirt" è nata la collaborazione: io lo chiamai; lui non mi dette subito una risposta; poi una sera ne riparlammo e Francesco accettò la proposta. La donna cannone nacque in uno degli incontri: una sera Francesco ci chiese di andarlo ad ascoltare e ci fece trovare una canzone alla quale stava già lavorando, era bellissima e si adattava benissimo alla storia; così fu inserita nel film".
Nel suo terzo film, "Marrakech Express", Salvatores ha usato due canzoni, oltre alle musiche originali di Roberto Ciotti: si tratta di L'anno che verrà di Lucio Dalla e di La leva calcistica della classe '68 di Francesco De Gregori. La canzone di de Gregori sembra veramente scritta apposta per il film del regista milanese, dato che entrambi gli artisti parlano di una generazione che guarda in faccia se stessa ripercorrendo ciò che è stato e ciò che è. Gabriele Salvatores ci ha spiegato il motivo per il quale ha scelto proprio la canzone di De Gregori: "Marrakech Express sostanzialmente parla di generazioni sessantottine per le quali Dalla e De Gregori sono stati a un certo punto una vera e propria colonna sonora. E' stato Abatantuono a caldeggiare molto la canzone di Francesco, dato che a lui piaceva molto, ed effettivamente parla quasi della stessa storia del film e calzava a pennello".
Altri film Il grande cocomero con la canzone La donna cannone Muro di gomma con l'intera colonna sonora.
Questa sera al Teatro Impero il concerto di Francesco De Gregori. Tutto esaurito
Undici piccoli capolavori firmati Francesco De Gregori
"Per il concerto di De Gregori tutto esaurito" così riporta il cartello posto fuori dal Cinema Teatro Impero. Francesco De Gregori ha centrato ancora una volta il segno. Il cantautore italiano più ermetico, quello che più di altri insieme ad un altro famoso "De" ha fatto la storia della canzone d'autore italiana, ha avuto ancora una volta ragione. Amore nel pomeriggio, il suo ultimo lavoro, uscito il 19 gennaio scorso, è un disco riuscito, perché fortemente voluto. De Gregori scrive solo quando se la sente e il suo atteggiamento giustamente snob verso il circo mediatico, verso i condizionamenti del mercato, la sua rivendicazione di libertà d'artista sono tutte istanze contenute in questo album.
Il disco, registrato tra Roma, Milano e Londra conta collaborazioni eccellenti tra le quali spicca quella di Franco Battiato. Undici brani tra cui anche Canzone per l'estate, scritta nel 1973 a quattro mani con Fabrizio De Andrè. Sono passati quattro anni dall'ultima uscita (La valigia dell'attore), ma questo album, alle porte dei 50 anni, ci rimanda un De Gregori fortemente ispirato, incurante come sempre dei suoni e delle melodie alla moda e capace di illuminare anche con la sua tenace e rivendicata ombrosità.
Saranno solo canzonette, ma quando di mezzo ci sono i contenuti e la passione, le canzoni fanno parlare di sé e contribuiscono ad arricchire il panorama culturale. Amore nel pomeriggio è un disco coraggioso. Lui che ha sempre cantato fuori dal coro, anche quando la politica e la cultura sembravano avere un solo colore, dimostra che la tanto bistrattata e commerciale canzonetta puo' dare un contributo prezioso al dibattito civile, ed essere il giusto antidoto alla necrofilia del pensiero. E' il caso de Il cuoco di Salò.
La canzone prima o poi doveva scendere in campo e parlare di quell'Italia che aveva due anime e due fratelli, due speranze uguali e comunque contrarie. Molti di quelli che credevano di fare l'Italia e che morivano dalla parte sbagliata erano "quindicenni sbranati dalla primavera, scarpe rotte che pure li tocca di andare". Il Cuoco di Salò non ci svela una nuova verità, ma un dolore nuovo, di chi è stato sconfitto dalla storia e dalle proprie speranze e anche dal ricordo. De Gregori vola, dunque, leggero sopra un'Italia pesante, ridona alla politica uno spessore ideale che si è perso nelle urla sgraziate e irriverenti di questa campagna elettorale.
Questo non è un disco facilmente strumentalizzabile perché il minimalismo e la lettura del cantautore richiedono una capacità di analisi che non appartiene all'attualità politica.
Sarebbe però un errore ridurre Amore nel pomeriggio ad una sola canzone. La bella e struggente Deriva, la realistica Natale di seconda mano, la dolce caducità che pervade Condannato a morte scatenano sentimenti ed emozioni con altrettanta incisiva intensità. E forse in mezzo a queste strade senza più legge, una sola e prorompente certezza invaderà il Cinema Teatro Impero questa sera: Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai, Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai M.M
Amore nel pomeriggio - Intervista a Guido Guglielminetti
(da "Il Corriere della Sera" del 12 gennaio 2001)
Produttore e arrangiatore di "Amore nel pomeriggio", nonché grande amico di Francesco De Gregori.
Un lavoro lungo un anno: come, quando e dove è nato Amore nel pomeriggio?
Abbiamo incominciato, Francesco ed io, a pensare di realizzare finalmente un disco, perché i tempi pensavamo fossero maturi. Allora ci siamo trovati a casa sua, in Umbria, e abbiamo fatto una riunione...abbiamo pensato a riproporre un Rimmel dei giorni nostri.
Quali sono state le difficoltà nel creare un "vestito sonoro" per una voce e, soprattutto per dei testi che debbono essere sempre in primo piano.
Abbiamo lavorato a "togliere" piuttosto che "ad aggiungere" perché le idee c'è ne sono state tantissime, ed è stato un bellissimo lavoro.
Com'era l'atmosfera nello studio di registrazione?
E' stata quanto di meglio si possa pensare. Abbiamo registrato tutto in diretta, cioè ogni musicista suonava il proprio strumento con Francesco che cantava, come se fosse un concerto in sala di registrazione. Sono stati pochi i ritocchi, abbiamo preferito rifare più volte il pezzo piuttosto che intervenire su ogni singolo strumento, perché questo ci avrebbe portato a raffreddare l'atmosfera delle canzoni.
La canzone "amore di seconda mano" è stata arrangiata dal premio Oscar Nicola Piovani, che esperienza è stata lavorare con lui?
E' stata un'esperienza particolare e piacevole nel tempo stesso, in quanto ho avuto la possibilità di conoscere Nicola Piovani, una persona deliziosa, col quale ci siamo divertiti, abbiamo riso e scherzato molto.
Canzone per l'estate
Abbiamo scritto questa canzone, Fabrizio ed io, nel '74 o forse addirittura nel '73. Lui stava preparando il disco che poi si sarebbe chiamato Volume VIII e mi aveva proposto di lavorare insieme dopo avermi conosciuto in un locale di Roma, il Folkstudio.
Passammo quasi un mese da soli nella sua bellissima casa in Gallura, davanti ad una spiaggia meravigliosa dove peraltro credo che non mettemmo mai piede: in quel periodo avevamo tutti e due delle storie sentimentali assai burrascose ed era più o meno inverno. Fabrizio beveva e fumava tantissimo e io gli stavo dietro con un certo successo. Giocavamo a scacchi, a poker in due: ogni tanto prendevo il suo motorino e me ne andavo in giro per chilometri. Al mio ritorno spesso lo trovavo appena alzato che girava per casa con la sigaretta e il bicchiere e la chitarra in mano e che aveva buttato giù degli appunti, degli accordi. Era uno strano modo di lavorare il nostro: non ci siamo mai messi seduti a dire "Adesso scriviamo questa canzone". Semplicemente integravamo e correggevamo l'uno gli appunti dell'altro, certe volte senza nemmeno parlarne, senza nemmeno incontrarci magari, perché lui dormiva di giorno e lavorava di notte e io viceversa. Le musiche ci venivano abbastanza facilmente - Fabrizio era un eccezionale musicista - e le registravamo su un piccolo registratore a pile.
Così vennero fuori "La cattiva strada", "Canzone per l'estate", "Oceano"… Lui aveva scritto da solo "Amico fragile" e poi aveva voluto inserire nel suo disco "Le storie di ieri" che la RCA (la mia casa discografica di allora) si era rifiutata di farmi incidere sulla "Pecora".
E' difficile pensare a Fabrizio come uno che non c'è più: quando se n'è andato non ci vedevamo da parecchio tempo. Credo di averlo sentito al telefono circa un anno prima che morisse ed aveva la sua solita bella voce, l'intelligenza correva sul filo…
Fabrizio era un uomo generoso e bellicoso, facile da amare e difficilissimo da andarci d'accordo. Uno dei ricordi più belli che conservo di lui è quando andammo all'Idroscalo di Milano sulle montagne russe del Luna Park, insieme a Dori: scendemmo felici e ubriachi con lo stomaco in bocca e andammo a finire la serata chissà dove.
Ho messo la nostra canzone in questo disco non per fargli un omaggio (Non ne ha bisogno e non so se gli piacerebbe). E' solo una buona canzone che oggi, dopo tutti questi anni, sento un po' più mia.
"Quell'estate con la Donna cannone"
a colloquio con Luciano Torani
di Cristiano Fattorini
Luciano Torani è uno dei più conosciuti e stimati tecnici del suono italiani e giusto due anni fa ha festeggiato le nozze d'argento con la sua attività. Nato nel 1952, Torani ha collaborato con nomi di assoluto prestigio come Francesco De Gregori, Pino Daniele, Renato Zero, fino a Carmen Consoli e Giorgia. Oggi lavora presso la Forum, storica sala di registrazione di Roma, dove è passata un po' tutta la nostra grande musica degli ultimi trent'anni. Parliamo sia di colonne sonore come "C'era una volta in America", "Il Postino" e "La vita è bella", che di album come "La donna cannone". Lo abbiamo incontrato proprio nel suo quartier generale, e vi garantiamo che metterci piede ci ha dato un'emozione davvero molto forte…
Mi piacerebbe che ci spiegassi esattamente chi è un tecnico del suono.
"Il tecnico del suono è in un certo senso il cuoco dei suoni. L'acquisizione dei vari strumenti nel corso di una registrazione corrisponde un po' a quella degli ingredienti nel preparare una pietanza. Gli elementi migliori nel nostro caso sono dei buoni musicisti, degli strumenti musicali altamente professionali e una tecnica adeguata per la registrazione. Poi c'è la fase che consiste nel mettere insieme i vari ingredienti, quindi nel cucinare il prodotto che corrisponde al missaggio. Si amalgamano le varie informazioni sonore in modo che tutto risulti il più naturale possibile. Il missaggio, paradossalmente, è quell'operazione che serve a non far sentire che è stato fatto un missaggio".
Quando hai cominciato a fare questo lavoro?
"Il 2 maggio del 1974, un mese dopo aver terminato il militare. Conoscevo già Massimo Di Cicco, titolare della Titania, perché veicolato in questo studio da colui al quale debbo il fatto di aver intrapreso il mio mestiere, Gino Marinacci, flautista di jazz molto stimato negli anni '60/'70. Era amico di mio padre, nonché suo concittadino, entrambi erano di Città Ducale. Marinacci studiava per corrispondenza alla Berkleey di Boston. Aveva un Revox ma non sapeva adoperarlo anche perché refrattario a tutto ciò che avesse a che fare con la tecnologia. La figlia mi chiamò e da quel momento, spesso e volentieri, invece che andare all'università (mi ero iscritto ad ingegneria), andavo a casa di Marinacci. Lui lavorava molto con Piccioni, Ortolani, Trovajoli, io lo accompagnavo e una volta capitammo alla Titania. Si fidava del mio orecchio per quanto riguardava i suoni e mi diceva di stare in regia. Mi ricordo "Amico flauto", una trasmissione presentata da un giovane Renzo Arbore. Durante una registrazione con Marinacci, grazie ad una telefonata per Di Cicco, misi mano ad una macchina come avevo visto fargli diverse volte. Lui tornò, mi vide e invece che riprendermi mi disse se volevo lavorare con lui. Una volta espletato il servizio militare, come dicevo, ho cominciato questo lavoro; avevo il compito di tagliare il nastro manualmente, con le forbici, per montare soprattutto materiale pubblicitario".
Da quanti anni lavori per la Forum?
"Come collaboratore in esclusiva dal 1999 ma già dal 1983 conoscevo la struttura per averci registrato con Teresa De Sio l'album intitolato "Tre". Io all'epoca lavoravo per lo studio Quattrouno di Claudio Mattone. Stavamo un po' indietro con i tempi, lo studio di Claudio aveva problemi di disponibilità e ci appoggiammo qui per concludere il lavoro".
(A questo punto Torani ci presenta due giovani e valenti collaboratori: Damiano Antinori, specializzato nelle registrazioni di colonne sonore e Federico Lolli, fondamentale anche per la manutenzione delle macchine)
Come nacque questo studio?
"Trovajoli, Morricone, Bacalov e, se non erro, Ortolani, costituirono una società, la Ortophonic, insieme ad Enrico De Melis per la parte amministrativa. A cavallo tra il '79 e l'80 la società venne rilevata dalla famiglia Patrignani che ancora oggi è proprietaria nella persona di Marco Patrignani, attuale produttore artistico di Anna Oxa e scopritore di Massimo Di Cataldo e Daniele Groff".
Qualcosa di molto particolare accadde intorno alla nascita di quel capolavoro di De Gregori intitolato "La donna cannone". La cosa ti riguarda assolutamente in prima persona…
"Si, era l'inizio dell'estate 1983 e con De Gregori stavamo lavorando all'album di Mimmo Locasciulli "Sogna d'oro" allo studio Quattrouno di Claudio Mattone. Una mattina stavamo aspettando che arrivasse Mimmo e Francesco mi chiese se mi fossi mai occupato di colonne sonore, perché la sera prima lo aveva chiamato Monica Vitti per proporgli di comporre le musiche per il film "Flirt" diretto da Roberto Russo, da lei interpretato. Io gli dissi che anni prima avevo fatto alcuni lavori del genere per il maestro Enrico Simonetti. De Gregori disse che aveva un paio di brani musicali e una canzone pronti. Si mise al pianoforte e mi fece ascoltare il brano. Io lì per lì fui catturato dall'introduzione di pianoforte che è parte integrante della composizione. Glielo dissi e espressi il parere che fosse un peccato relegarla a essere colonna sonora e basta. Alla mia frase "Io ne farei un disco" lui mi disse che ne avrebbe parlato con i dirigenti della RCA con cui doveva pranzare. Tornato dall'incontro mi comunicò che "La donna cannone" sarebbe stato un Q-disc che mi avrebbe visto produttore artistico. Praticamente avevo carta bianca e un'estate per lavorarci su. L'idea era di registrare gli archi a Vienna con la Filarmonica. Ci informammo della disponibilità e ci venne detto che avremmo dovuto aspettare più di due anni! Francesco commentò così: "Sicuramente per quel periodo avrò scritto qualcosa da far fare agli archi". Io poi mi rivolsi al Maestro Renato Serio, con cui avevo lavorato alla Titania. Al di là di quello che è stato il successo del pezzo, sono stato profondamente gratificato dall'aver preso parte a questo progetto".
Pino Daniele sul suo sito confessa che non era convinto del materiale registrato durante la tournée da cui doveva trarre il suo primo live "Sciò". Tu ti sei occupato del missaggio. Come sono andate le cose?
"E' stato fatto un lavoro di ‘bonifica’, infatti la qualità sonora di alcuni pezzi, tra cui "Chille è 'nu buono guaglione", era inficiata dal fatto che durante la ripresa sonora si era creato un problema di alimentazione delle macchine. Era andata in registrazione una frequenza che scaturiva dalla rete con un livello molto alto su tutte e ventiquattro le piste. Spartero Di Mattei "Robespierre", che aveva effettuato le registrazioni, mi chiamò su richiesta di Pino. Quando andai a Formia, chiesi se ci fosse una pista senza musica, solo con il disturbo. La ventiquattro aveva queste caratteristiche. Ebbi un sorta di folgorazione: avevo pensato a prendere soltanto il disturbo, metterlo in controfase, e con questo espediente si sarebbe annullato il segnale su tutte le altre piste. Risolsi il problema proprio grazie a quest'intuizione".
Come fu il tuo lavoro alla Quattrouno, poi Easy Records, poi di nuovo Quattrouno di Claudio Mattone?
"Innanzitutto è uno studio prestigioso nato a metà degli anni settanta a via Nomentana a Roma, che ultimamente è stato anche rinnovato. E' stato il primo studio della Capitale ad avere una consolle computerizzata, nel 1977. Io vi arrivai proveniente dalla Titania nel settembre dell'80. Ho avuto la possibilità di lavorare lì con Eduardo De Crescenzo e poi con Mattone per la realizzazione delle musiche della trasmissione televisiva "Indietro tutta"… ricorderete il "Discao meravigliao" di Renzo Arbore! Con Claudio, perfezionista almeno quanto me, stavamo ore ed ore a cercare il suono giusto. E' stato lo studio che mi ha consentito soprattutto di lavorare con Francesco De Gregori che conobbi durante la lavorazione di "Intorno a trent'anni" di Mimmo Locasciulli, di cui lui era produttore. Ci trovammo bene reciprocamente cosicché ebbi l'onore di partecipare alla registrazione e alla coproduzione artistica di "Titanic". Inoltre alla Quattrouno ho conosciuto Vincenzo Spampinato, cantautore catanese diventato un amico, con il quale ho lavorato in quattro album. E' stato grazie a questa collaborazione che ho amato davvero la Sicilia, che da quel momento è diventata la mia seconda patria".
Ancora un live per Francesco De Gregori
di Olivia Corio
MILANO – Francesco De Gregori come Bob Dylan. Al cantautore italiano il paragone piacerebbe: fin dai suoi esordi ha seguito le orme della leggenda americana del rock d’autore e ancora oggi lo cita più che volentieri. E come Dylan, che ha pubblicato più di venti album dal vivo, anche De Gregori attinge generosamente dal suo ricco repertorio per confezionare dischi dal vivo emozionanti, dove "quelle canzoni" che non stancano mai vengono rivestite di nuovi arrangiamenti e improbabili partiture. Il nuovo live del cantautore romano sarà pubblicato il 25 gennaio.
Battezzato Fuoco Amico, conterrà composizioni storiche, una chicca come L’attentato a Togliatti, e le canzoni del nuovo album, Amore nel pomeriggio, uscito l’anno scorso. Proprio Amore nel pomeriggio ha rappresentato il primo album di inediti dopo una lunga parentesi di raccolte live, così come Love and Theft segnò il ritorno di Dylan. Non a caso i due dischi vennero eletti dal referendum del mensile Musica e Dischi , rispettivamente miglior album italiano e miglior album straniero del 2001.
E risale ad Amore nel pomeriggio l’ultimo omaggio di Francesco De Gregori a Bob Dylan, racchiuso nella canzone L’aggetivo mitico, dove il cantante romano chiede "una risposta confusa nel vento" (prendendosi la libertà, più che legittima, di sostituire la parola "confusa" con "soffiata").
Ma a De Gregori citare Dylan è sempre piaciuto fin dai tempi del Folkstudio, quando suonava i brani tradotti di Dylan e di Cohen nel locale di Trastevere. Un vizio che per fortuna non ha ancora perso. L’ultima volta che lo fece, nel 1996, regalò ai fan una suggestiva versione italiana di If you see her, say hello, (Non dirle che non è così), inclusa nel live Prendere e lasciare. (23 GENNAIO 2002)
Una serata in casa De Gregori
Il concerto di Milano al Teatro Nazionale (ma non popolare)
di Leon Ravasi
Ci sono delle parti di noi disperse nel mondo. Ne sono convinto. Ogni tanto queste parti disperse si danno convegno nel breve spazio di un periodo di tempo, in un piccolo luogo personale. Molto più di rado convergono tutte insieme. Ora, da tempo sono convinto che Nanni Moretti sia una mia parte separata (come Sigmund Freud pensava di Arthur Schnitzler, che non voleva incontrare nel dubbio fosse un suo doppio). L'altra parte separata e' Francesco De Gregori. Che peraltro, visibilmente, e' una meta' non unita di Nanni Moretti. Appartenenza generazionale senz'altro, ma non solo. Anche un modo di fondo scostante (e timido) di affrontare il mondo. Affrontarlo stando dalla parte del torto, minoranza combattiva, come dice Claudio Lolli: "Malinconici sempre/ rassegnati mai". E questa sensazione era ancora più forte ieri sera, quando sul Palco del Teatro Nazionale, ancora immerso nel buio, si e' presentata sola questa lunga figura magra, questa sorta di Don Chisciotte della cantautorato italiano, cappellaccio calcato sulla pelata, occhiali da vista, un armonica al collo e una chitarra acustica in braccio. E come attacco "Prendere o lasciare" nella versione unplugged, quella che chiude il disco precedente come traccia fantasma. Traccia occultata cosi' bene che in molti non l'hanno mai trovata. Un bel tentativo di captatio benevolentiae! Mezzo teatro non capiva nemmeno cosa stesse cantando. Poi, per gradire Rimmel e Generale, quest'ultima in una versione tirata via, priva di pathos e di poesia, Finalmente entra la band e inizia lo spettacolo. E tutto quanto continua a girare alla De Gregori. Amarlo o rincorrerlo col bastone. Non ci sono vie di mezzo. Attimi di pura poesia, tenerezze e dolcezze cosi' rarefatte da entrarti agevolmente sotto pelle, sollevandola per insinuarsi meglio e non lasciarti più, unite a schitarrate in puro stile Springsteen, forse esagerate anche per Vasco Rossi, ma che di sicuro, colle canzoni del Deg non c'entrano ne' punto ne' poco. D'altra parte, lo sappiamo: lui e' convinto di essere un rocker. Noi no, ma lui si'. E vogliamo impedirgli di divertirsi? Potremmo mai? In fin dei conti e' lui che ci da' l'opportunita' di essere presenti ai divertimenti del Principe. C'e' solo da rendergli grazie. Perché Francesco De Gregori fa questo effetto: lui si degna di palesarsi e il pubblico lo deve seguire. Non ha mai dato l'impressione di essere li' per noi. No, lui svolge una sua funzione privata, come se si lavasse e ci consentisse di gettare uno sguardo sulle sue abluzioni. A rafforzare questa sensazione la scenografia: un tavolino, con tovaglietta e bicchiere d'acqua e un divano, coperto da una stoffa bianca, dove ogni tanto il Deg si siede, appartandosi, quasi a godersi il resto del concerto. Ragazzi, siamo a casa sua! Siamo ospiti, insomma. E' evidente quindi che sara' lui a scegliere cosa suonare e cantare. E quando dal pubblico sale il grido "Belli capelli", si permettera' anche la gag di toccarsi i suoi di capelli (invero non più belli) e poi di ringraziare il pubblico. De Gregori che canta L'aggettivo mitico, Canzone per l'estate (aaahhh, il momento più alto della serata!) e Spad VII. Il Deg attento a non infilare mai due canzoni lente una dopo l'altra (e perché mai? Caro Francesco sottovaluti il tuo pubblico), poi Il cuoco di Salo' e Cartello alla porta e, in un terzo momento Caldo e scuro e Sempre e per sempre. Il Deg che ignora Deriva (aaggghhh, il momento più basso), Natale di seconda mano e Condannato a morte. Il Deg che ripesca La casa di Hilde e i Muscoli del capitano (nei bis) o Ninetto e la colonia e Povero me (ma ne valeva davvero la pena?). Il Deg che taglia degli hits come La donna cannone e Il bandito e il campione (non ne potra' più) a favore di Sangue su sangue e Bambini venite parvulus. Il Deg che abbandona lo schermo protettivo delle chitarre e si concede dei momenti da puro cantante (e forse potrebbe puntarci di più). E infine (e purtroppo) che non propone nulla dalla "Pecora" (peccato mortale). Insomma, come al solito fa quello che vuole lui. Ma va bene cosi'. E' Francesco De Gregori e si sa come e' fatto e come fa. O cosi' o niente. E anche cosi', comunque poco. Due ore scarse di concerto. Due bis tirati per la collottola, con il pubblico che neanche ci prova a farlo uscire una terza volta, ma non perché non sia piaciuto: perché tanto sa che non sarebbe uscito. Insomma, una particella ritrovata, ma indipendente. Che comunque sceglie di tornarsene per i fatti suoi, in attesa di un nuovo incontro, prima o poi, da qualche altra parte: in una canzone, su un palco, su un libro, in un treno o in un bar.
Francesco De Gregori a Siena
22 Agosto 2001
Proseguo e, forse, concludo l’amarcord musicale di questa estate con un concerto tanto casuale quanto bello. Girellavamo per la Toscana con base fuori Siena quando scopro che nell’ambito del Festival dell’Unità del capoluogo è in programma il concerto di De Gregori.
Serata fresca e piacevole, dopo le "fatiche" turistiche ed il caldo della giornata, nella bella Fortezza Medicea appena fuori dal centro storico. Troviamo dei posti numerati in ottima posizione. Non vedo De Gregori da parecchio tempo anche se ho sempre seguito la sua produzione musicale. L’emozione però mi assale vedendolo arrivare sornione, ciondolante, cappellino in testa e con la chitarra elettrica, lì davanti, su un palco basso a pochi metri da me.
L’attacco è con "Bambini Venite Parvulos" un pezzo dell’89 che Francesco trasforma mirabilmente in un tirata ballata-rock. Dopodichè è un alternarsi continuo di pezzi dell’ultimo album "Amore nel Pomeriggio" e altre canzoni pescate non a caso dal suo vasto repertorio. Quindi due ore di novità e di "storia" con Il Cuoco di Salò, Buonanotte Fiorellino, Un Guanto, Condannato a Morte, Povero Me, Cercando un altro Egitto, Buffalo Bill. Con l'ausilio della band coordinata da Guido Guglielminetti, e che vede Greg Cohen al basso, Paolo Giovenchi e Alessandro Arianti alle tastiere, Alessandro Svampa, batteria, Marco Rosini, chitarra e mandolino, Toto Torquati, organo Hammond,
il fresco cinquantenne De Gregori appare in gran forma e ben disposto nonostante le 42 tappe di questo lungo tour estivo partito in Luglio e che si concluderà a metà Settembre. Il pubblico presente è stranamente timido: applausi alla fine dei pezzi e all’inizio di quelli più conosciuti, molto composto e "perbene". La cosa mi sorprende non poco perché l’ultima volta che avevo assistito ad un suo concerto (circa cinque anni fa al Forum a Milano) ero circondato da ragazzini urlanti che mi cantavano a squarciagola nelle orecchie tutte (ma proprio tutte!) le canzoni e tant’è che lo stesso cantautore romano verso la fine del concerto tra il divertito e lo spazientito aveva chiesto se ne avesse potuta cantare "una lui da solo".
Da solo, al contrario, Francesco ha quasi recitato una coinvolgente "La valigia dell’attore" e, come primo bis "L’uomo che cammina sui pezzi di vetro", unica citazione di quel capolavoro che fu l’album Rimmel.
Indubbiamente gli giova molto la sua voce, rimasta negli anni tra le poche in Italia a conservare il carisma che può dare alle parole il potere della sincerità e dell’impegno.
Il concerto si è chiuso con una "rivisitazione" di "Battere e Levare" che accosta sempre più De Gregori a Dylan. Il modo di interpretare i vecchi pezzi, l’apparente indifferenza sul palco che in realtà nasconde un coinvolgimento ed una professionalità totale, le poche parole, la voce sempre più nasale e tirata, l’armonica (anche se purtroppo questa volta usata con grande parsimonia), l’alternare pezzi elettrici di grande rock a dolci ballate acustiche sembrano testimoniare questa camaleontica simbiosi degregordylaniana.
Lui ha sempre rifiutato, sdegnandosene, questo paragone.
Io no. Anzi è uno dei motivi che ancora oggi me lo fanno più apprezzare e amare teneramente. Cesare Bassani (Ce)
La storia siamo noi, ovvero conoscere il passato attraverso le canzoni
Il testo presenta l'intervento di Francesco De Gregori al convegno Comunicare storia. Un seminario a più voci, tenutosi ad Arezzo il 22 e 23 febbraio 2001 ed organizzato dall'Assessorato ai Beni e Attività culturali della Provincia di Arezzo e dalla rivista "Storia e problemi contemporanei".
Questo testo è pubblicato anche negli atti del convegno nella rivista "Storia e problemi contemporanei", fascicolo n. 29, gennaio-aprile 2002.I testi delle canzoni riprodotte in queste pagine sono state eseguite direttamente da De Gregori alla chitarra. Il dibattito che ne è seguito è riportato nella stessa forma dialogica in cui è stato pronunziato.
Francesco De Gregori
Ho portato la chitarra per il fatto che la sua presenza simboleggia qualcosa che spesso viene dimenticata in questo tipo di dibattiti in cui si dà molta attenzione al testo delle canzoni, ma la canzone vive di musica, vive di una parte musicale, di ritmo, di melodia. Altrimenti sarebbe un'operazione monca. Io resto abbastanza perplesso quando mi capita di vedere nelle antologie di letteratura ad uso dei licei i testi delle canzoni d'autore, più o meno d'autore, accanto che so, all'Infinito di Leopardi o a Ungaretti... Insomma, è un'operazione che crea una sfasatura nella lettura, nell'ascolto, che non trovo del tutto corretta, legittima.
Inoltre la chitarra rappresenta, anche, quella che è la fisicità del mestiere che faccio, che fanno quelli che, come me, scrivono e cantano canzoni.
Noi non siamo degli intellettuali, siamo delle persone che vanno sui palcoscenici, siamo uomini di spettacolo, andiamo negli oratori, spesso, sulle piazze. A volte ci tocca andare a "UnoMattina", ci tocca andare a "Domenica In...". Quindi, è un mestiere apparentemente semplice, ma che in realtà presenta delle complessità, che invece non hanno gli studiosi.
La chitarra è la musica. La musica che sta dietro alle canzoni cosa porta con sé? Porta il fatto che la canzone ha una formidabile capacità di essere comunicata, molto più di un film o di un romanzo. Certo al cinema ci va molta gente, i romanzi li leggono in tanti, però la pervasività della canzone è ineguagliabile. Sfido chiunque di voi ad uscire la mattina da casa e tornare la sera senza aver sentito almeno una canzone, anche senza averlo desiderato: basta andare su un aereo, dal dentista, al supermercato, a volte anche in una sala operatoria mettono la musica. Insomma, la canzone gode di questa grande virtù: non si può sfuggire dalle canzoni. Questa è però un'arma a doppio taglio, perché la troppa comunicatività di una canzone può andare a detrimento di quella che è una sua lettura attenta, può trasformarsi in superficialità dell'ascolto, in realtà la canzone arriva dove altre forme di comunicazione artistica non arrivano.
Può una canzone o no parlare di storia? Naturalmente sì e questo non lo dico io, perché ho scritto alcune canzoni che parlano di storia, lo dimostra la storia stessa della canzone italiana, a partire da quella popolare. Dai canti di lavoro, che sono comunque canti legati alla storia, che siano canti operai, canti delle mondine, canti agricoli, che poi talvolta si trasformano in canti politici. Bella ciao, che è considerato "l'inno" della Resistenza, nasce come canto di lavoro delle mondine, in seguito si è cambiato il testo ed è diventato una canzone della Resistenza. Vorrei citare inoltre Gorizia, una canzone sulla prima guerra mondiale; e ancora un'altra bellissima su Bava Beccaris... Su queste canzoni popolari e politiche si innestano quelle d'autore vere e proprie, mi riferisco, per esempio, a Per i morti di Reggio Emilia, canzone storica per l'Italia, scritta da Fausto Amodei. E poi Contessa di Paolo Pietrangeli, fino ad arrivare a canzoni dove la storia è più sfumata. Appartengono a questo filone quelle di Guccini. La locomotiva, secondo me, è una delle più belle, in questo senso, sebbene non si parli di un preciso fatto storico, ma di un evento probabilmente irreale, immaginato, che fa parte però di un periodo della storia d'Italia in cui l'idea dell'anarchia aveva preso piede, era divenuta una componente forte della sinistra italiana.
Io fra l'altro ho avuto il privilegio di nascere come scrittore di canzoni e come cantante in un locale di Roma che si chiamava "Folk Studio", dove tutte queste canzoni arrivavano; questo luogo era un crocevia, un punto di incontro di tutte queste canzoni e degli interpreti e dei ricercatori che le andavano a scovare. Lì io ho conosciuto per prima Caterina Bueno, con cui ho avuto l'onore di fare una tournée in veste di chitarrista, nei lontani primi, primissimi anni Settanta. E poi il Duo di Piadena. Non so se questi nomi dicono qualcosa a qualcuno di voi, spero di sì. Comunque il Duo di Piadena, Otello Profazio, Matteo Salvatore, Giovanna Marini, quest'ultima riuniva nel suo lavoro due ruoli, quello di ricercatrice e di autrice di canzoni.
In quel periodo, fra l'altro, io andavo anche all'università; ero agli sgoccioli della mia carriera universitaria in quanto non mi sono mai laureato, e quindi mischiavo probabilmente gli esami di storia che andavo facendo con le canzoni che ascoltavo.Quindi probabilmente questa mia mania di scrivere canzoni sulla storia nasce da questo strano miscuglio che si è verificato in un'età poco più che adolescenziale, quando mi sono imbattuto in tutte queste cose, tutte insieme.
Torniamo alla chitarra. Vorrei anche usarla, brevemente, sperando che si senta.
Il periodo è il dopoguerra, e la prima canzone viene fuori da quella fucina, da quel gruppo di promotori di canzoni, diciamo intelligenti, in Italia, che si chiamava Cantacronache. Un gruppo fondato a Torino da Roberto Leydi, che aveva un suo manifesto: aveva deciso nel '58 di promuovere e di scrivere canzoni intelligenti in contrapposizione frontale con la musica dominante di allora. Eppure il '58 è anche l'anno che segna una rivoluzione nella musica di consumo ed è rappresentata da Domenico Modugno che a Sanremo canta "Volare".
Comunque, questo gruppo di intellettuali (fra cui c'era anche, seppure sembri strano, Umberto Eco, credo giovanissimo, c'erano Franco Fortini, Italo Calvino...), si mise in testa di contrapporsi con delle ballate a quella che chiamava la musica diciamo "stupida". Alcune molto belle, altre meno.
Quella che ho scelto e che vi voglio far sentire si chiama Oltre il ponte, ed è una canzone che nasce dall'evocazione della Resistenza. L'io cantante si rivolge a una ragazza, probabilmente la figlia, e gli racconta le storie di quel periodo.
O ragazza dalle guance di pesca ………….
Questa canzone è evidentemente molto ben scritta, il testo è di Italo Calvino e la musica è d'autore (è di Sergio Liberovici), non ricalca i modelli popolari. Mi piace soprattutto perché anche se parla della Resistenza ed è ben presente il messaggio politico - che si incentra sul passaggio di consegne fra chi ha fatto il partigiano e quelli che invece sono chiamati a combattere battaglie ideali per la libertà nel dopoguerra - non presenta quel surplus di retorica che a volte, invece, ingombra alcune canzoni più o meno sullo stesso argomento. Io non vi ho cantato l'ultima strofa, ma ho il libro qua, se volete ve la leggo. Secondo me Calvino, con l'idea di dover chiudere il compitino, ha una piccola caduta di stile, e alla fine dice:
Ormai tutti han famiglia hanno figli che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli con te cara che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell'aurora. Avevamo vent'anni..
Non che sia brutto però, secondo me, nella prima strofa, in quella parte che vi ho cantato io, questo già c'era, insomma. Sembra un po' che Calvino abbia detto: va be', siamo Cantacronache, siamo tutti di sinistra, dobbiamo fare una canzone intelligente, spieghiamo bene come va. Tra l'altro, il limite secondo me di questa esperienza, fu che questa contrapposizione frontale all'industria discografica di allora procurò il fallimento di Cantacronache, perché non riuscirono a trovare una distribuzione e una diffusione abbastanza larga da poter sostituire, o comunque integrare, la musica dominante di allora. L'altra canzone che vorrei proporvi è, invece, una canzone popolare, l'autore è anonimo, e si intitola L'attentato a Togliatti. Credo sia stata scritta immediatamente dopo il luglio 1948 quando si attentò alla vita di Palmiro Togliatti, quindi è una canzone di cronaca e... niente, bisogna solo sentirla.
Alle ore undici del quattordici luglio dalla Camera usciva Togliatti,
quattro colpi gli furono sparati da uno studente vile e senza cuor,
L'onorevole, a terra colpito, soccorso venne immediatamente,
grida e lutto ovunque si sente, corron subito deputati e dottor.
L'assassino è stato arrestato dai carabinieri di Montecìtorio
e davanti all'interrogatorio ha confessato dicendo così:
Già da tempo io meditavo di riuscire a questo delitto,
appartengo a nessun partito, è uno scopo mio personal.
Rita Montagnana, che è aI Senato, coi dottori e tutto il personale,
han condotto il marito all'ospedale sottoposto alla operazione.
L'onorato chirurgo Valdoni, con i ferri che sa adoperare,
ha saputo la pallottola levare e la vita potergli serbar.
II gesto insano, brutale e crudele al deputato dei lavoratori,
protestino contro gli attentatori della pace e della libertà,
L'onorevole Togliatti auguriamo che ben presto ritorni al suo posto,
a difendere il paese nostro, l'interesse di noi lavoratori
Ora, questa canzone è interessante, perché è un po' il contrario di quella che abbiamo sentito prima, che possiamo definire lirica, fortemente letteraria. Qui invece emerge l'opera di un cantastorie vero e proprio. Questa canzone si rivolge a quelli che se fossero stati in grado di leggere, in quegli anni in cui l'analfabetismo era abbastanza diffuso, avrebbero comprato L'Unità. E' proprio una canzone da cantastorie ed è, secondo me, straordinaria per l'ingenuità con cui si raccontano tutti questi singoli piccoli eventi nel quadro più generale dell'attentato a Togliatti, per la minuziosa attenzione, per lo scrupolo quasi storiografico nel descrivere Rita Montagnana che stava al Senato, l'onorato chirurgo Valdoni, il fatto che l'assassino fosse uno studente e che dicesse, come dicono tutti gli attentatori, che non ce l'ha mandato nessuno. E poi soprattutto l'ultima strofa, che invece ci spiega quello che avvenne storicamente con l'attentato a Togliatti. Non c'è nessun appello alla rivoluzione, all'insurrezione, è una canzone che segue la linea dettata dal Partito Comunista, dallo stesso Togliatti che mentre lo portavano all'ospedale disse: "State calmi, state calmi, non fate la rivoluzione!".
La terza canzone è una canzone d'autore ma molto più recente, anche se si fa ancora una volta riferimento al dopoguerra. È di Paolo Conte, si intitola La Topolino amaranto. Qui la storia non c'entra proprio niente, la politica meno che mai. La storia arriva soltanto in un lampo, in una notazione proprio a margine. Dice: "nel '46". La storia è semplicemente quella di un giovanotto che si carica sulla sua Topolino, che era una macchina diciamo trendy dell'epoca, una bella ragazza bionda e la porta a fare un giro attraverso l'Italia del '46.
Oggi la benzina è rincarata, è l'estate del quarantasei un litro vale un chilo di insalata,
ma chi ci rinuncia? A piedi chi va? L'auto: che comodità!
Sulla Topolino amaranto... su, siedimi accanto, che adesso si va.
Se le lascio sciolta un po' la briglia mi sembra un'Aprilia e rivali non ha.
E stringe i denti la bionda si sente una fionda e abbozza un sorriso con la fifa che c'è in lei
ma sulla Topolino amaranto si sta ch'è un incanto nel quarantasei...
Bionda, non guardar dal finestrino che c'è un paesaggio che non va:
è appena finito il temporale e sei case su dieci sono andate giù;
meglio che tu apri la capotte e con i tuoi occhioni guardi in su
béviti sto cielo azzurro e alto che sembra di smalto e corre con noi.
Sulla Topolino amaranto... eccetera, eccetera....
In questa canzone non vi sono riferimenti alla politica, nè alla storia.
Ma sfido chiunque a tracciare con due parole, con una sola citazione dell'anno, il 1946, un quadro così preciso dello stato emotivo degli italiani di quel periodo. Di quest'ansia di speranza, di quest'ansia di rinascita, vista però dalla parte di un soggetto che noi oggi chiameremmo un borghese. Un giovanotto, che ha la macchina, ha la donna, ma che non può fare a meno di guardare intorno al di fuori della sua auto, ai lati della strada, e vedere i danni della guerra.
Adesso ho fatto un po' questo pistolotto. Spero che vi siano piaciute le canzoni. Spero anche che qualcuno non le conoscesse. Credo che quella di Togliatti sia abbastanza strana ed è una di quelle che io sentivo al "Folk Studio", anche se non ricordo chi la cantasse
Abbiamo visto come le canzoni si interessano di storia, guardiamo ora come la storia, o diciamo il potere politico, si interessa delle canzoni. Perché il potere politico si è sempre interessato alle canzoni. Secondo me tuttora, diciamo, ci può essere una... Non una volontà politica, non un Minculpop, non un "grande fratello" nel senso buono del termine... ma le canzoni rispecchiano un'epoca e un clima politico. E allora prendiamo in esame il periodo storico in cui è più facile rilevare questo, che è sicuramente il fascismo e, dunque, le canzoni del fascismo. A parte quelle militanti e di propaganda, Faccetta nera, per esempio, ... però non mi chiedete di cantare Faccetta nera perché ... Faccetta nera è assai interessante perché il testo rende benissimo l'idea di come fu presentata l'avventura colonialista agli Italiani. Questa ragazza, questa fanciulla nera, appunto, viene invitata a Roma: "vieni a Roma, e noi ti daremo ..un altro duce e un altro re", ma sottintende ti daremo finalmente delle leggi, ti daremo finalmente uno status, perché l'avventura africana venne presentata agli Italiani e al mondo, anche, per chi ci voleva credere, non come una guerra colonialista, o la ricerca del cosiddetto "posto al sole", ma una guerra di liberazione nei confronti delle popolazioni dell'Abissinia, che erano soggette a schiavitù. Questo messaggio passò abbondantemente nell'opinione pubblica, al punto che anche Joséphine Baker, nera..., fece interviste in cui elogiava il Duce e esprimeva apprezzamento per la campagna africana. Va da sé che poi dopo un anno e mezzo, due anni, questa canzone, per dire appunto il potere politico, venne invece censurata dal regime perché nel frattempo... La canzone è del '36 e nel '38 la situazione cambia, le leggi razziali fanno piazza pulita, e il terrore che il maschio italiano, romano, possa come dire andare a nozze con una donna di colore, fa sì che la canzone venga censurata.
Sono interessanti anche le canzoni di musica leggera del periodo fascista che seguono passo passo le direttive culturali del regime. Per esempio, quando si fa la campagna contro il celibato, arrivano canzoni tipo Signorine, sposatevi... Quando si fa la campagna del grano per la ruralizzazione vengono fuori canzoni del tipo Boscaiolo o Reginella campagnola. Quindi canzoni, se non direttamente commissionate, ... ma forse andando a fare delle ricerche si potrebbe anche trovare qualche sorpresa in questo senso, comunque in piena sintonia. Fra l'altro non bisogna dimenticare che in quel tempo la radio cominciava a diventare molto importante e sempre più seguita.
Per chiudere questo discorso sul fascismo, sono altrettanto interessanti le canzoni che facevano un po' la fronda al regime. E lì c'è da divertirsi, perché per esempio io non avrei mai sospettato che una canzone come Maramao ... perché sei morto? potesse procurare dei danni con la censura al suo autore, Panzeri, perché venne scritta e pubblicata poco dopo la morte di Costanzo Ciano, che si era fatto fare una tomba monumentale nel cimitero di Livorno. Più di tutti, antiregime, forse, fu La banda d'Affori, "il tamburo principal della Banda d'Affori". Lì però è difficile pensare che non ci fosse malizia da parte dell'autore, perché il testo dice: "il tamburo principal della Banda d'Affori, che comanda 550 pifferi". Sembra un gioco da bambini, tipo "il ballo del qua qua", in quanto 550 era esattamente il numero dei componenti della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Per cui l'autore di questa canzone probabilmente tanto in buona fede non era, e queste canzoni si ricollegano un po' alle barzellette antifasciste che si mormoravano. Ora vi sarete chiesti perché gli Italiani poi combattessero il fascismo con le barzellette, in quel periodo, invece di adottare politiche più incisive. Però forse è proprio un vizio degli Italiani, perché anche oggi noi vediamo che la Sinistra ha delegato molto alla satira e ai comici la battaglia contro Berlusconi e il Polo delle Libertà.
Comunque forse ho parlato troppo di storia, ho invaso un po' il campo... E quindi se veniamo invece alle canzoni di oggi, preferisco rispondere alle vostre domande.
Insomma, se devo dare una definizione di me stesso, io mi sento un po' un figlio degenere di Cantacronache, perché ho sempre avuto questa idea che le canzoni non possono cambiare il mondo, come si diceva una volta, ma possono provare a raccontarlo in minima parte. Certo, non traducendo in canzoni un manuale di storia, ma appunto cercando magari le persone dentro la storia e narrando la storia di ognuno di noi, magari vista 20, 30, 40, 50 anni dopo, quindi con angolazioni diverse.
Camillo Brezzi
Mi sia consentito, innanzitutto, a nome di tutti i presenti, di ringraziare Francesco De Gregori per aver partecipato al nostro seminario. Quando con gli altri amici stavamo "montando" queste due giornate su Comunicare storia, arrivati ai rapporti con la musica tutti abbiamo detto De Gregori. L'autore di La storia siamo noi, Generale, Titanic, L'abbigliamento di un fuochista, Scacchi e tarocchi, Pablo, Il bandito e il campione, Buffalo Bill, La leva calcistica della classe 1968, Viva l'Italia è colui che meglio di chiunque altro rappresnta questo legame tra musica e storia. Mentre pronunciavamo questo nome sapevamo, però, che esprimevamo un desiderio difficilmente realizzabile. Il fatto che Francesco De Gregori sia qui con noi vuol dire che il desiderio si è realizzato grazie all'impegno di Patrizia Gabrielli e, specialmente, alla disponibilità di Francesco De Gregori.
Proseguiamo, quindi, con questo tema affascinante, su musica e storia, e io ripartirei proprio dalle ultime affermazioni di Francesco: cosa intendevi dire con la definizione di "figlio degenere" di Cantacronache?
Francesco De Gregori
Perchè degenere? Degenere perché Cantacronache, anche per motivi, diciamo così, storici, per i caratteri della società italiana di quegli anni, aveva una contrapposizione netta con la musica di consumo, con le case discografiche. Forse era anche un po' il gioco della volpe e l'uva: da una parte loro avevano un senso, se posso dire senza offendere nessuno, di snobismo nei confronti dei meccanismi della comunicazione, e d'altro canto l'industria discografica non aveva nessuna intenzione di recepire queste spinte verso una canzone che avesse un senso. Io invece ho cominciato a fare questo mestiere in un periodo molto diverso, in cui da una parte io ero culturalmente più dotato
non per merito mio, ma per il clima in cui sono nato e vissuto - per poter fare delle mediazioni nei confronti dell'industria discografica; dall'altra anche l'industria discografica era molto più permeabile, di quanto non lo fosse nel '58, ad accogliere una persona che magari poteva scrivere una canzone su Salò o su qualsiasi altra cosa. Quindi, figlio degenere in questo senso. Io mi sono sempre collocato all'interno della musica di consumo. Lo dico anche con un certo orgoglio. Poi magari ho cercato di evitare gli aspetti più... diciamo... beceri della promozione, per quanto ho potuto, per quel poco che ho potuto. Però sono sicuramente uno che ha scelto di non di mettersi dall'altra parte della barricata. Io non faccio canzoni alternative, io faccio canzoni che vanno, che spero vadano, per radio, spero che vengano comunicate, esattamente come le canzoni di Sanremo, esattamente come le canzoni di Uno Mattina.
Camillo Brezzi
Questa precisazione sul mondo industriale della canzone è importante, ed è un elemento di analisi da non sottovalutare per la storia della canzone. Torniamo alla tua formazione, tu ascoltavi al "Folk Studio" le canzoni di Cantacronache o le ballate sull'attentato Togliatti, ma da quel tipo di canzoni "contrapposte", come ci hai detto molto bene prima, si arriva a versi, che conosciamo e apprezziamo e che prima dell'inizio dei nostri lavori abbiamo potuto ascoltare:
"La storia siamo noi, nessuno si senta offeso;
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo. La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso..."
presenta una bella distanza sia da Calvino che dal Cantastorie. Lo dico anche perché noi studiosi di storia siamo orama convinti che questa tua canzone sia una sorta di nostro "manifesto", in quanto viene sottolineata una storia a tutto tondo, una storia appunto non solo dei grandi eventi, ma nella quale ci sentiamo rappresentati tutti, ci sono i soggetti nella loro pluralità. Una prima curiosità che, forse, molti condividono: come si riesce in tre, quattro minuti, qualche volta si arriva a cinque (perché l'industria discografica non vuole canzoni troppo lunghe) a costruire una storia? Perché di fatto ogni tua canzone, specie quelle riguardanti la storia, hanno una propria storia, non solo con i dati, ma con le emozioni e con i sentimenti dei soggetti, delle donne e degli uomini che tu racconti.
Francesco De Gregori
Non è facile spiegare come si scrive una canzone; in realtà non lo so nemmeno io. È un prodotto artistico, e come tutti i prodotti artistici nasce dall'ispirazione. L'ispirazione è misteriosa, chissà da dove viene e perché viene... A volte viene perché qualcuno ti dice una frase, ti racconta qualcosa, a volte perché hai letto un libro, hai visto un film. Direi che nel mio caso alla base c'è questa mia passione dilettantesca per la storia contemporanea. Io ho interrotto i miei studi universitari, ma sono stato affascinato dalle letture che ho svolto in quel periodo, e poi gli sono andato appresso, continuando poi nella mia vita successiva a leggere libri di storia o libri legati alla storia. Per cui di base sicuramente c'è una mia predisposizione a interessarmi di storia piuttosto che di geografia, ecco, altrimenti avrei scritto canzoni geografiche. Però l'ispirazione in sé... che ti posso dire, 1940, che è una delle mie più antiche canzoni, che parla dell'entrata in guerra dell'Italia, mi è venuta in mente perché mia madre mi raccontò, forse nemmeno stimolata da me, il suo giorno, il suo 10 giugno del 1940.
Mi raccontò dove era, lei stava aspettando l'autobus e non capiva niente, come molti italiani dell'età di mia madre allora non capivano niente di politica, di guerra, non sapevano a cosa sarebbero andati incontro, pensavano che tutto sarebbe stato facile. Quindi, questo racconto fatto dalla madre probabilmente può suscitare, toccare le corde molli, l'animo di un artista e tradursi in canzone. Un'altra canzone che ho composto sul bombardamento di San Lorenzo ha un'origine molto più banale. Un amico mi ha detto: sai che ho sognato? Che tu avevi scritto una canzone su San Lorenzo. Ho detto: mi sembra un'idea stupenda! Mi sono messo al pianoforte e ho scritto una canzone. Le canzoni nascono veramente per caso, non c'è una regola, non c'è un'alchimia, non c'è niente di magico, c'è solo qualcosa di misterioso. È come dire "perché hai scritto quella cosa, su quella cartolina?" Perché mi è venuto in mente.
Stefano Pivato
Vorrei tornare a Il cuoco di Salò, e pur tenendo conto di quanto hai detto all'inizio che le parole non devono essere mai disgiunte dalla musica, resta il fatto però che questa canzone è stato un brano dibattuto, dibattuto soprattutto, direi, per i versi. Ne hanno parlato i giornali di destra, quelli di sinistra. Chi se ne è stato zitto - e questo è stato sottolineato un po' da tutti - è stato proprio De Gregori....
Francesco De Gregori
Io ho scritto la canzone. Adesso non so quanti abbiano presente il testo di questa canzone. Se vogliamo sentirla, io l'ascolto molto volentieri, e poi la commentiamo.
Camillo Brezzi
Riprendiamo la sollecitazione di Pivato, e vorrei aggiungere che in particolare quando si affrontano temi di grande dibattito, o di vera polemica, i versi di un poeta suscitano varie interpretazioni e ulteriori discussioni, specie a livello giornalistico. Il cuoco di Salò, al di là delle pretestuose polemiche, la ritengo una bellissima canzone, che affronta un tema storico - la Repubblica sociale - che è stato al centro dell'interesse degli storici e del dibattito politico degli ultimi anni, ma lo affronta innanzitutto con grande originalità: attraverso lo sguardo, i pensieri di un cuoco, e non a caso dice De Gregori:
"Anche un cuoco può essere utile in una bufera".
Detto questo, ritengo che anche in questa canzone noi ritroviamo la grande ispirazione che caratterizza molte canzoni di De Gregori (e ce ne sono altre di grandissimo livello nell'ultimo album Amore nel pomeriggio, e sarebbe un peccato se questo disco passasse solo per il "cuoco"), la grande sensibilità come dicevo per la dimensione esistenziale dei soggetti.
Nelle pretestuose polemiche giornalistiche si è scritto, a proposito di questa canzone, di un De Gregori "revisionista"; vorrei qui sottolineare che, secondo me, in vari tuoi passaggi, la poesia, l'ispirazione, la sensibilità si coniugano alla "pietas", che è ben altra cosa dal revisionismo. Penso per esempio al verso: "Quindicenni sbranati dalla primavera".
Ma in particolare l'ho avvertito in due versi che sono ripetuti più volte, quasi divenendo un refrain:
"Qui si fa l'Italia e si muore.
Dalla parte sbagliata si muore"
E il tono che De Gregori usa per sottolineare queste due parti del verso è significativo: forte, quasi roboante il primo, riecheggia, fra l'altro, una famosa frase storica; mesto, triste il secondo (si sta parlando di morte), sommesso, in quanto è la triste constatazione, che al contempo viene sottolineata, che si sta morendo "dalla parte sbagliata".
Francesco De Gregori
Premetto che la cosa più terribile per me, e credo per chiunque scriva canzoni, è poi raccontarle, perché uno quando fa una canzone cerca di essere esaustivo all'interno della canzone stessa. Però mi rendo conto che in questo caso forse è bene chiarire alcuni aspetti. La canzone, se uno analizza il testo, racconta delle cose oggettivamente accadute, non si schiera da una parte o dall'altra. Non si prende la parte della Sinistra o della Repubblica di Salò. Non era mia intenzione, attraverso questa canzone, ribadire - se ce ne fosse bisogno - che io sono un uomo di sinistra e che quindi ho, diciamo, un'idea chiara su quello che è il giudizio storico, politico, morale sul fascismo e sulla Repubblica di Salò. Non è questa l'intenzione, perchè non è una canzone politica. Sottolineare che coloro che aderirono a Salò morirono dalla parte sbagliata, viene da sé.
Tra l'altro il verso "dalla parte sbagliata si muore", non voleva essere una mia notazione dall'alto, in cui io che scrivo la canzone punto l'indice e dico: attenzione ascoltatori, questi stavano dalla parte sbagliata! Sono loro stessi, che in questo canto dicono di stare dalla parte sbagliata
Credo che questo fosse un sentimento abbastanza diffuso, forse in maniera più o meno conscia, fra coloro che avevano scelto di militare nella Repubblica sociale. Sicuramente sapevano di andare incontro a una sconfitta storica, non solo ad una sconfitta militare. L'unico punto della canzone che secondo me, per come l'ho scritto, può essere non revisionista, perché arriverebbe molto in ritardo rispetto all'analisi storiografica sul periodo, ma sul quale possiamo discutere è il verso "qui si fa l'Italia e si muore", citazione, appunto, di Garibaldi, e come dire, questi facevano l'Italia? Ecco, ora però il discorso sulla guerra civile o guerra di liberazione è sempre stato visto male dalla sinistra fino a una decina d'anni fa. Poi c'è stato il libro molto importante, che sicuramente alcuni di voi avranno letto, di Claudio Pavone, dove si dice una volta per tutte, e credo che questo oggi nessuno lo possa contestare, che comunque anche quelli che combattevano dalla parte dei fascisti, anche i repubblichini, anche quelli alleati con i Tedeschi, erano comunque italiani. Quindi probabilmente avevano delle motivazioni forti, patriottiche, per compiere quella scelta. Questo chiaramente non vuol dire giustificarli. Non è la canzone la sede per giustificare. Voglio dire, se io faccio una canzone su Giovanna d'Arco, non devo parlare della guerra dei cent'anni, se Manzoni scrive i Promessi Sposi, non deve spendere più di poche righe, fra l'altro anche le più noiose, per descrivere la guerra di successione al Ducato di Mantova e la dominazione spagnola. No, la canzone vive di altre cose, insomma.
Quanto poi al revisionismo, io non so bene cosa voglia dire... Se revisionismo vuol dire diminuire le responsabilità di quello che è stato il fascismo e il nazismo, per carità, sono antirevisionista.
Io se fossi uno storico però mi imporrei il compito di rivedere continuamente la storia. Noi non possiamo immaginare che nel 2000 si possa scrivere una storia della Rivoluzione francese come si sarebbe scritta nel 1950. La storia è un lavoro in corso, non si possono dare verità acquisite. È chiaro che la storiografia del dopoguerra era fortemente influenzata dalla precedente storiografia, che suggeriva o imponeva una scrittura di quel periodo in un certo senso. Oggi possiamo vedere le cose con più distacco e, quindi, conoscere anche le motivazioni forti, a volte oneste, individualmente oneste, di molti che erano a Salò.
La canzone poi parla di quindicenni. Noi dobbiamo distinguere, perché nella Repubblica di Salò, voi lo sapete meglio di me, ci andarono sia i primi, i vecchi fascisti, quelli che avevano fatto la marcia su Roma e che poi dopo si erano sentiti traditi, diciamo, dall'andamento borghese del regime fascista durante il ventennio... Quindi, sia questi vecchi caporioni, sia i quindicenni. Ora, chi aveva 15 anni nel 45? Quelli che erano nati nel 1930. E che cosa avevano visto queste persone cresciute negli anni Trenta? Che scuola avevano frequentato? Che Chiesa avevano avuto? Che padri e madri avevano avuto? Quando il loro compagno di scuola ebreo venne cacciato..., nessuno aveva fiatato. Il re era fascista, il Papa insomma..., più di tanto non è che... Sì, forse un po' di presa di distanza... Quindi, è chiaro che quando si parla di quindicenni andati lì...
È chiaro che poi qualcuno a quindici anni ha saputo fare la scelta giusta. Sicuramente. Forse domani potrò scrivere una canzone su quelli che sono morti dalla parte giusta, ecco ... Però intanto ho scritto questa qua...
Camillo Brezzi
È un'anticipazione sulla prossima produzione?
Francesco De Gregori
No..., anche perché ce ne sono già di bellissime di canzoni che hanno narrato la Resistenza combattuta, la guerra civile combattuta dalla parte giusta.
Camillo Brezzi
Più volte hai ricordato che anche durante gli anni universitari leggevi molto. Cosa legge uno che scrive canzoni? Al di là che sia in funzione delle canzoni. Proprio come letture: molta storia, letteratura...
Francesco De Gregori
Beh, la storia, così, è un punto abbastanza fisso. Se io entro in libreria e trovo non so, adesso rimanendo in argomento Salò, il libro di Vivarelli, un libro che ho letto ultimamente... Ma insomma leggo di tutto, da Patricia Cornwell... va benissimo... o Vivarelli... Poi molti libri me li mandano, quindi li leggo. Leggo tutto fino a che non mi annoia, poi dopo lascio perdere.
Pasquale Iaccio
A proposito delle canzoni del periodo fascista De Gregori ha ricordato Faccetta nera, scritta da Mario Ruccione, un autore italiano che scrisse anche la Canzone dei sommergibili ed altre. Nel dopoguerra scrisse una canzone, non vorrei sbagliare, in cui si diceva "chi ha dato, ha dato, chi ha avuto, ha avuto, scurdammoce o passato, simme a' Napule paisà". Questo è un po' il percorso anche di molti autori di canzoni italiane
Devo dire però, che alcuni autori italiani della fine degli anni Trenta non seguirono soltanto il coro delle campagne del regime, cioè la politica demografica, la politica della conquista dell'Africa eccetera. C'erano alcuni autori che avevano assorbito dei ritmi e dei moduli che venivano da oltreoceano, per esempio il jazz, sebbene fosse stato vietato dal regime. Per cui ci sono molti autori, molti cantanti, che cantavano canzoni che avevano un sottofondo di sincopato, come allora si diceva. E la cosa più curiosa è che queste canzoni, che venivano osteggiate nelle trasmissioni ufficiali dall'EIAR, ad un certo punto dovettero essere trasmesse ugualmente, perché si venne a sapere che quando trasmettevano canzoni autarchiche gli ascoltatori si sintonizzavano sulle radio straniere, sulle radio dei "nemici", per cui l'EIAR perdeva ascoltatori. Vorrei conoscere a proposito anche il parere di De Gregori. Le intenzioni di un autore o anche di un regime politico, di un potere, di influenzare in un certo modo anche attraverso la canzone, un immaginario e così via presentano dei limiti in quanto la canzone si rivolta e in qualche modo viene fatta propria dal pubblico. Un altro esempio in questo senso ci è dato dal famoso ritornello "vento, vento portalo via con te" e dall'interpretazione che si dava a quel verso. Per cui un'analisi sulle canzoni, forse, va fatta anche dalla parte del pubblico, del ricevente, e dell'uso che si è fatto di certe canzoni. Anche Lilì Marlene divenne successivamente l'inno della seconda guerra mondiale, si trasformò in una canzone pacifista. Perché era una canzone nostalgica, una canzone di rifiuto della guerra.
Francesco De Gregori
E' verissimo. Certo, le canzoni grazie a Dio riescono a sfuggire, perlomeno alcune, forse non tutte, ma insomma ad avere una vita propria e un pubblico che se le va a cercare. Di solito si prende le più belle.
Quindi il jazz sotto il fascismo vinse, alla fine. Vinse sia quello di importazione, quello vero, diciamo, sia quello che poi il regime fu costretto non solo ad accettare, ma in qualche modo anche a promuovere. A parte che sul giornale bisognava scrivere jazz con la g, perché se no la cosa era troppo negroide
La censura del regime operò nei confronti del jazz di importazione, perché era considerato mezzo negro e mezzo ebraico. Mentre, proprio perché si capiva che c'era voglia da parte del pubblico di ascoltare questi nuovi ritmi, sincopati, diciamo, venne promosso ed incoraggiato un jazz autarchico, di altissima levatura, insomma... Che so, Natalino Otto, Alberto Rabagliati, avevano queste basi jazzistiche, erano grandiosi musicisti. Quindi, in questo senso certo, anche il regime... come può uno scoglio arginare il mare, direbbe Battisti.
Sandro Portelli
Ascoltandovi mi veniva in mente una cosa, a proposito della delega ai comici. Qualche giorno fa in televisione abbiamo visto in televisione il primo sketch di Guzzanti su Rutelli, quando c'è Rutelli al pianoforte che cerca di comporre l'inno dell'Ulivo e non riesce a non rifare Forza Italia. Ci pensavo quando Pivato nella sua relazione diceva: Forza Italia è andata contro tendenza facendo un inno. A me pare quasi impensabile che Forza Italia possa andare mai controtendenza, nel senso preciso del termine primo che la tendenza è quella che sappiamo e quindi... Secondo, che hanno fior di esperti di comunicazione, eccetera, eccetera. Quindi se Forza Italia ha fatto un inno c'è il sospetto che Forza Italia abbia capito una cosa che tutti quanti noi altri, intellettuali e politici, non abbiamo capito, ovvero che le tendenze sono molte e c'è bisogno di un uso della musica e che gli usi della musica sono molti.
Noi, e qui mi rifarei alle cose che ha detto De Gregori sulla cantabilità, non possiamo pensare alla musica come pensiamo alle poesie e ai romanzi, anche perché uno non è che va in macchina ai semafori recitando "Tanto gentile e tanto onesta pare", mentre le canzoni non rimangono solamente laddove sono... nello spazio di chi le compone, ma passano per la bocca e per il corpo della gente. E uno dei rapporti tra canzone e storia secondo me, per esempio, è quello della ricordabilità. Cioè, alcune canzoni attraversano la storia perché sono ricordate, e uno degli errori, appunto, della politica negli ultimi tempi è stato quello di avere un rapporto effimero con le canzoni.
Cioè un rapporto che non dava identificazione, ma che semmai cercava disperatamente di identificarsi con qualcos'altro. Penso a Sting e i DS, che è durato una stagione e poi è finito. Poi ce n'è stato un altro, e poi ce n'è stato un altro ancora.
C'è un episodio che mi tornava in mente. A me capita per motivi misteriossimi di venire invitato ad una trasmissione radiofonica della Rai, a Radiouno. Ed è una trasmissione in cui due persone devono scegliere un disco, presentarlo, e poi gli ascoltatori telefonano e scelgono, vince chi raccoglie più preferenze fra chi telefona. Vengo chiamato a competere con Edoardo Bennato, di cui, nessuno lo sa, salvo lui e io, sono stato il primo paroliere, ma questa è un'altra storia...dico tra me beh, non c'è gara fra Edoardo Bennato e me, se sono gli ascoltatori a scegliere, e quindi decido di divertirmi. Edoardo Bennato sceglie non ricordo quale gruppo inglese molto per la maggiore, e io dico: questa è la mia grande occasione. Il disco che scelgo io è Su comunisti della capitale cantato da Piero Brega nel disco del Canzoniere del Lazio, 1972. Beh, ho stravinto!
Gli ascoltatori di Radio 1, non Radiotre o Radio città futura, hanno scelto, almeno quelli che hanno telefonato, l'inno partigiano preso da un Disco del Sole del '72, voce e chitarra Piero Brega (che voce, però!) contro l'ultima cosa di avanguardia...
Questo che cosa mi ha suggerito? che si è espresso un bisogno di rapporto attivo con una canzone, una canzone che tu puoi cantare, e quelle di De Gregori spesso sono ricordabili e cantabili, e questo è uno dei loro elementi di forza. Per cui, c'è da una parte una dimensione della canzone politica che si è esaurita. Non ne possiamo più di "son la mondina, sono sfruttata", che io adoro e ogni tanto me la canto ai semafori, ma c'è anche un bisogno di presenza, di tempo, di attualità; c'è inoltre un elemento fortissimo di memoria che secondo me sta in alcune forme della musica. E qui, in questo senso, l'intelligenza, ahimé, almeno penso io ahimé, di Forza Italia è stata di cogliere questo.
Difatti l'inno di Forza Italia è una canzone cantabile, ti rimane in testa; io ogni tanto me la devo levare dalla bocca, perché... al plurale "Siamo in tanti", è fortemente portatrice di identità. Sarà anche in controtendenza, ma hanno vinto le elezioni! Voglio dire, siamo in controtendenza noi, che non abbiamo capito questa cosa.
E l'altra cosa è appunto, questo discorso sull'uso delle canzoni. È perfetta l'osservazione, ancora di Pivato, su Vola colomba. Al tempo stesso, pochi mesi dopo, in piazza a Piombino gli operai che facevano a botte con la polizia cantavano "vola bandiera rossa, vola, vola lassù sulla città". La cosa che mi pare interessante è intanto il potere straordinario di questa musica, chiaramente non operaia, ma che gli operai fanno propria. Il tentativo di riappropriarsene, cioè fare della canzone un terreno di lotta, un terreno di quella che Umberto Eco ha chiamato la guerriglia semiotica, ovvero sullo stesso messaggio e sullo stesso segno cercare di immettere dei significati differenti.
Tra l'altro questa canzone io l'ho ascoltata non nel '52, ma a fine anni Settanta, perché a Piombino ancora se la ricordavano. Si ripropone in questo episodio la capacità delle canzoni di attraversare il tempo che mi pare importante. Rientra in questo discorso la parodia che è uno dei grandi terreni di rapporto fra musica, politica, e cultura popolare. È uno dei terreni su cui cultura popolare, industria culturale e cultura di consumo si incontrano, si incrociano, si sovrappongono, non puoi più delineare confini, distinzioni forti. Su questo mi piacerebbe sentire il parere di Francesco De Gregori.
Ultimissima cosa. Nel '58 il grosso problema era sì lo snobismo, il settarismo dei nostri amici di Cantacronache. Oltre all'atteggiamento delle case discografiche, centrale era il fatto che quel tipo di musica non sarebbe mai stata trasmessa alla radio. C'erano, insomma, il settarismo e lo snobismo della radio che non pensava di poter trasmettere canzoni intelligenti, oltre che politiche. Quindi le case discografiche erano anche bloccate, oltre che dai loro pregiudizi, dal fatto che quella musica in radio non sarebbe andata. Abbiamo dovuto aspettare la fine degli anni Sessanta, i primi anni Settanta.
Le cose che fai tu, in radio negli anni Cinquanta non andavano neanche loro. Quindi in questo senso il ruolo della radio secondo me è assai importante.
Francesco De Gregori
Sull'inno di Forza Italia bisogna dire una cosa: è stato concepito, commissionato come inno e, dunque, scritto come inno, quindi funziona come tale. Bello o brutto? Secondo me non eccelso, ne conosciamo di migliori, spostandoci su un versante più piacevole, l'inno sulla Roma di Antonello Venditti, musicalmente è molto meglio, è molto più preciso come inno, come scrittura di inno rispetto a quello di Forza Italia.
Ha ragione Portelli quando dice che è un gioco a perdere quello dei partiti poltici di fare propria una canzone di successo o legata ad un cantante di successo per farne l'inno di una stagione, perché si suppone di accattivarsi i giovani che ammirano Sting e allora si pensa: prendiamo questa canzone così voteranno Ulivo.
I giovani tutto sono meno che stupidi in questo senso, magari sono ingenui in un altro senso, in altri sensi ma non in questo. Inoltre le canzoni non si possono mettere su un album come le farfalle, con degli spilli, vanno un po' dove gli pare a loro